Enrico Fenzi: quelle coltellate ci svelarono la realtà del carcere

L’anno scorso abbiamo ricostruito l’episodio del ferimento nel carcere di Cuneo di Enrico Fenzi e Mario Moretti (qui la testimonianza del leader brigatista) partendo dal racconto del professore universitario “pentito” per poi focalizzarci sulla figura del “boia delle carceri”. Oggi pubblichiamo integralmente la ricostruzione dei fatti operata in “Armi e bagagli”, il suo diario dalle Brigate rosse.

La mattina del 2 luglio, alle nove, sono sceso all’aria. Ero uscito dall’isolamento da una ventina di giorni: da sotto terra su al terzo piano. Moretti mi aveva seguito dopo una settimana. Scendevamo le scale, tre per volta. Giù ci perquisivano con il metal-detector prima di farci entrare nel cortile: quella mattina ci toccava il piccolo, chiuso da alte griglie e lamiere di ferro verniciate di blu scuro. L’aria era ancora fresca, e mi sono subito messo ad andare avanti e indietro, chiacchierando con Angelino Morlacchi.

Non ho badato agli altri che arrivavano via via: saremmo stati una quindicina, come al solito. Ero vicino all’angolo dell’ingresso quando abbiamo sentito un grido furente, rabbioso, e un rapido tramestìo di corpi. Moretti era a terra, raggomitolato su se stesso, le braccia chiuse in avanti, come quelle dei pugili, e le gambe che scalciavano, in alto. Su di lui incombeva Farre Figueras, che urlava con la faccia congestionata e cercava di aprirsi un varco verso il corpo, tra le gambe e le braccia che lo respingevano.

D’istinto mi sono buttato verso di loro, e Farre s’è drizzato di scatto rivoltandosi contro di me. Nella destra, che teneva bassa, all’altezza della vita, aveva un coltello – lungo, appuntito, a forma di trincetto. M’è venuto addosso urlando, tirando larghi fendenti. Veniva avanti e io saltavo indietro, senza levare gli occhi dalla punta che mi sfiorava veloce. Ho sentito una fìtta sul fianco sinistro, dietro, sopra le reni, e un’improvvisa macchia di calore. Davanti, sul ventre, la punta saettante ha tagliato la maglietta, mi ha punto leggera sul fegato.

Guardavo la lama e mi contorcevo e arretravo, a salti. Ho urtato il muro ruvido di cemento, dietro. Ho allargato il braccio sinistro, verso la lamiera blu, mi sono abbassato sulle ginocchia: ero chiuso nell’angolo, e la faccia gigantesca di Farre mi era ormai sopra, e il coltello, per un attimo, non l’ho più visto e ho pensato: “Sono morto”. Un pensiero semplice, definitivo.

Non ho capito, subito. Pedrazzini aveva cercato di trattenere Farre alle spalle, ma ora correva indietro anche lui, dall’altra parte del cortile, il tavolo da ping-pong era abbattuto a terra, per il lungo: dietro s’accalcavano gli altri, terrorizzati. Non ho visto Moretti. Farre s’è voltato, ha portato la sinistra al collo, ha strappato via la retina con la quale Pedrazzini aveva cercato di accalappiarlo e s’è guardato attorno, curvo, il busto e le braccia avanti, il coltello che ruotava lentamente. Io ero già oltre gli altri, adesso, e mi premevo la mano sul fianco.

Sentivo il sangue, ma non il dolore. Il tavolo del ping-pong s’è mosso in avanti, ora tutti gridavano: “Addosso! Addosso!”. Quelli del cortile di fronte erano schiacciati contro la grata, uno sull’altro, gridavano anche loro, facevano grandi gesti disperati. Come mi fossero saltati di colpo i tappi dalle orecchie, ero assordato dal frastuono che mi lacerava il cervello. Farre s’è visto troppo lontano dal cancelletto d’ingresso, in pericolo. Lentamente, continuando a ruotare il coltello intorno a sé, urlando: “Sbirri! Carabinieri! Vi scanno tutti, bastardi, bastardi!”, è tornato indietro, s’è appoggiato al cancello. Gli altri sono rimasti fermi, a distanza. Sono passati alcuni secondi. Era tutto finito.

C’è stato ancora un attimo d’attesa, mentre tra le guardie ammassate fuori, nel camminamento tra i cortili, correva un rapido scambio di ordini. Il brigadiere ha detto qualcosa. Farre ha preso il coltello per la punta e l’ha passato in fretta, oltre le sbarre: il brigadiere l’ha preso e il cancello s’è subito aperto, ed è uscito scomparendo dietro le divise delle guardie che lo portavano via.

Hanno preso anche me e Moretti e ci hanno portato di corsa in infermeria. Nel largo corridoio ho rivisto davanti a me Farre Figueras che s’avviava alle celle. Ci divideva una folla di guardie. Il dottore, un anziano signore alto e curvo, già aspettava. Mi ha fatto sdraiare e mi ha infilato un ferro sottile nella ferita: “Speriamo che non sia arrivato al polmone — ha detto — allora sarebbe una brutta cosa”. Non c’era arrivato, per fortuna. Moretti aveva dei tagli profondi sugli avambracci: abbiamo visto tutti che il pollice sinistro era come morto, gli era stato reciso il tendine.

Gli ho detto: “Se mi voleva davvero ammazzare, non sarei qui…”. Il brigadiere, un giovane biondo molto militaresco, ha sorriso. Era d’accordo con me. Moretti no, invece. Mi parlava, mentre lo medicavano: “Sarà, ma anch’io non ero qui se non scansavo il primo colpo… è quello che gli è andato male! L’ha dato con tutta la sua forza, e la punta è finita contro il ferro della grata. E anche tu, se saltavi nel verso sbagliato, te lo saresti trovato tutto in pancia, altro che!”.

Era vero. Il primo colpo era stato dato con molta forza, e Figueras era grande e grosso, un toro, con due braccia enormi. Il coltello, ricavato da una piatta sbarra di ferro, era spesso e pesante, e aveva una punta affìlatissima che si era piegata per la violenza dell’urto. Anche questo, probabilmente, ha contribuito a limitare i danni. Me l’ha fatto vedere il maresciallo, l’aveva sul tavolo, in ufficio, mentre svolgeva la rapida inchiesta di rito.

“Perché ce l’aveva con voi? C’erano già stati scontri, minnacce? .
“No. Non ci eravamo mai neppure rivolti la parola. Non c’era nessun motivo”.
“Ma non vi voleva ammazzare. Uno come lui… “.

Il pomeriggio, invece di andare all’aria, ci siamo visti nel refettorio, in quattro o cinque, e abbiamo scritto un breve comunicato: dicevamo che ad armare la mano di Figueras erano stati i carabinieri. Non avevamo alcuna prova, naturalmente, e molti detenuti comuni, più avanti, ci hanno duramente criticato per quell’affermazione, che chi conosceva Figueras non riusciva a credere (“Potevate dirlo solo se l’aveste ammazzato, i morti hanno sempre torto. Ma così no…”). Ma non avevamo altra scelta.

Non capivamo le ragioni di quello che era successo, e per quante spiegazioni più o meno esaurienti io abbia poi sentito – e ce ne sono state molte – devo dire che quella veramente risolutiva non l’ho trovata mai. E fuori le Brigate Rosse, ormai divise in varie branche, avevano in corso ben quattro sequestri contemporaneamente: l’ingegner Sandrucci a Milano e l’ingegner Taliercio a Venezia; Roberto Peci a Roma e Ciro Cirillo a Napoli.

Che potevamo fare, in questa situazione? Lo Stato faceva sapere: “Voi avete quattro ostaggi, ma attenti! io in galera ne ho, dei vostri, molti di più, a cominciare dal capo…”. Non erano davvero tempi in cui ciò potesse apparire inverosimile. E, vero o falso che fosse, non potevamo dire se non quello che ogni militante, fuori, aspettava di sentirsi dire e su cui sarebbe stato pronto a giurare.

Tuttavia, per strano che possa apparire, non era affatto questo il punto. Forse era vera l’opinione comune che Figueras volesse marcare in maniera indelebile la sua distanza dai politici, e magari che volesse essere velocemente trasferito da Cuneo, per faide tutte sue, senza avere dunque intenzione di uccidere. Ma che importava? L’angoscia che leggevo negli occhi di Moretti andava oltre ogni possibile perché. La cosa era avvenuta. Questo era l’incredibile. L’inaccettabile. Proprio nel cortile di un carcere speciale, appena arrivato, il capo delle Brigate Rosse era stato accoltellato. Tutta la sommaria mitologia di quegli anni andava in pezzi, si corrompeva.

Nella polvere del cortile non era finito solo lui, ma anche un’immagine collettiva di superiorità e privilegio, con il piccolo ma prezioso gruzzolo di gratificazioni che ci avevano sempre aiutato a star su con il morale. Ed era avvenuto in una di quelle carceri in cui ogni proletario prigioniero avrebbe dovuto riconoscere e idoleggiare nei brigatisti un modello da amare e da riprodurre in se stesso: in una di quelle carceri che ci si era abituati a pensare come una sorta di “basi rosse”… Che poi Figueras l’avesse fatto per ragioni tutte sue, meramente strumentali, non migliorava le cose. Al contrario. La ragionevole banalità delle spiegazioni possibili e persino la calcolata intenzione di non uccidere seppellivano nella contorta e disperante normalità della vita carceraria proprio quelli che s’erano illusi di restarne fuori, più in alto. La dissacrazione era ancora più profonda.

Dopo l’arresto, le coltellate. Per Moretti era davvero dura. Stringeva i denti, reagiva, ma era sempre più sfiduciato. Dal piano di sopra gli avevano subito proposto di organizzare una rivolta, la sera stessa: quello che bastava per occupare la sezione, sequestrare le guardie e farsi aprire sino alle celle dell’isolamento, per uccidere Figueras. Era una proposta vera, nell’eccitazione del momento, e forse persino realizzabile. Ma la respinse, senza esitazioni. Non capiva, non si fidava: “Voglio capire, prima. Voglio capire”. Era il suo chiuso ritornello. Aggiungeva, a parte: “Ho imparato a mie spese quante balle ci abbiano raccontato sul carcere, a noi fuori… e io che ci credevo!”.

Quando, sei mesi dopo, a Nuoro, ha preso un sacco di botte dalle guardie, s’è convinto del tutto: “Pensavo che tutte le chiacchiere sulle brigate di campo, sui comitati di lotta, corrispondessero a qualcosa di vero, e invece no, sono tutte stronzate, roba fìnta, servono solo se decidiamo di scannarci tra di noi… la verità è che siamo in mano loro e che possono farci quello che vogliono, che non gliene frega niente a nessuno”. La delusione lo faceva esagerare, se ci si riferiva al passato, ma per il presente, in quel 1981, aveva ragione.

Tanti trascorsi momenti di lotta e di ribellione — come alla Favignana, all’Asinara – e tante parole, tante febbrili esaltazioni, tanti assurdi convincimenti non avevano lasciato quasi nulla di sé, oltre le furibonde convulsioni di una crisi d’astinenza che non avrebbe più avuto fine. La gabbia era chiusa, da tutte le parti. E, dentro, il paesaggio era quello del greto arso di certi torrenti calabresi calcinati sotto la canicola, con poche pozze d’acqua marcia e rugginosi relitti d’automobili bruciate e radi branchi di cani inselvatichiti in caccia di una pecora malata o sperduta da dilaniare.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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