Enza Siccardi racconta il passaggio alle armi e l’ignavia dei compagni

Dall’autobiografia di Enza Saccardi, la professoressa anarchica scomparsa sabato 8 agosto, il racconto delle sue scelte politiche e le riflessioni sulla (mancata) solidarietà dopo il suo primo arresto.
Qui potete scaricare il testo integrale

Dei legami che si erano creati negli anni delle “lotte” universitarie, mantenevo quello con i luddisti di Balbi. Durante le occupazioni di Magistero, erano stati gli unici compagni a partecipare numerosi alle nostre riunioni, attirati anche dalla platea quasi totalmente femminile della facoltà. Mi piacevano le cose che dicevano, i loro punti fermi (sopravvivere impedisce di vivere), la critica della società del lavoro, l’essere contro tutto e contro tutti – non operaisti, non terzomondisti, non intrippati con i sottoproletari, senza rispetto e senza moralismi. Ludd, la protesta contro l’introduzione delle macchine a vapore nell’industria, era l’esatto contrario delle “magnifiche sorti progressive” che la sinistra neopositivista e mai rivoluzionaria andava sponsorizzando tra i suoi ceti di riferimento – operai, studenti e classi medie.

In marcia verso le Br

I “miei” conti cominciavano a tornare: da favola a lieto fine, lo scientismo e i suoi adepti venivano interpretati per quello che erano e che sarebbero diventati sempre più: la nuova casta sacerdotale, da osannare e temere. Parlare dei luddisti di Balbi equivale a parlare di un gruppo di persone di cui Gianfranco Faina era forse il più noto e senza dubbio uno dei più autorevoli, anche per “carisma” personale. Ma il tempo stringeva.

In tutta Italia, da nord a sud, i tamburi avevano cominciato a rullare, chiamando alla mobilitazione e all’organizzazione da un lato per fronteggiare possibili avventure “golpiste”, dall’altro per dare forza e contenuto al dibattito sul comunismo. Così, anche a Genova, si passò dal sostegno ai compagni della XXII Ottobre, proletari che nel percorso di autorganizzazione lasciano sul terreno la prima “vittima” e vengono catturati, alle “grandi manovre” di avvicinamento alle BR, ancora non presenti, almeno ufficialmente, nell’area genovese.

A tirare le file per rendere possibile la coabitazione di marxistileninisti e libertari è proprio lui con, forse, una dose notevole di “ingenuità” oppure un impulso irrefrenabile ad agire. Il tentativo, destinato all’insuccesso, porterà all’espulsione di Faina dalle BR e alla fondazione di AR (Azione Rivoluzionaria). Al riguardo c’è una curiosa analogia tra l’accusa di essere un “provocatore” lanciata dal PCI contro Gianfranco in un poco amichevole libello messo in circolazione in quegli anni e l’accusa di essere “soggettivamente provocatore” con la quale i brigatisti giustificarono la sua espulsione, intimandogli peraltro di lasciare la città. Forse oltre alla tempistica oggettiva è stato l’istinto di conservazione a far si che il mio tentativo di attacco al Serviam precedesse di poco la nascita di AR, in cui senza dubbio sarei finita anch’io – impossibile dire con quali risultati.

L’arresto con Emilio

A notte fonda, intorno alle due del 21 gennaio 1976, imboccata via Luccoli, mi stavo dirigendo con Emilio in piazza Lavagna. Avevamo con noi diversi “corpi di reato”, infilati in un sacchetto di plastica, che Emilio, cavallerescamente, portava in braccio. In particolare stavamo trasportando una pentola a pressione riempita di materiale esplosivo e un volantino in cui si rivendicava un “attentato”, mai concretizzato, al Serviam, organizzazione costituita da don Tacchino presso la parrocchia San Pio X, che si era distinta per volgarità nella campagna condotta a Genova contro aborto e divorzio, di cui all’epoca si discuteva in parlamento, facendo affiggere sui muri cittadini manifesti da caccia alle streghe. (…)

All’improvviso il gelo: una macchina stava percorrendo la strada in discesa, dunque verso di noi. I fari accesi, erano caramba. Non era il caso di mollare il tutto per darcela a gambe: oltre a non farcela, avremmo rischiato, fra l’altro, di farci sparare addosso. Così, “tranquillamente”, continuiamo ad avanzare finché la macchina si ferma e ci viene chiesto che cosa avessimo nel sacchetto. Non ricordo la risposta che abbiamo farfugliato. I carabinieri prendono il sacchetto e, visto il contenuto, ci spingono in piazza Soziglia, chiamano rinforzi… e così finisce un’avventura e ne inizia un’altra.

L’ignavia dei compagni

Nei pochi istanti in cui riusciamo a parlarci, concordiamo di aver trovato il sacchetto per terra, di averlo raccolto incuriositi e di essere diretti a casa per controllarne il contenuto. Veniamo poi separati e portati in caserma. Occorre aggiungere che i nostri compagni ci stavano aspettando in piazza Campetto e quindi, vedendo l’arrivo dei rinforzi, presumibilmente immaginarono l’accaduto. Bon, noi andiamo con i CC, loro a casa, in pappa dura. Tant’è che Gianfranco Faina, con cui allora ero in relazione, anche personale, viene a conoscenza del nostro arresto solo la mattina, ascoltando il giornale radio della Liguria. Probabilmente gli venne un coccolone.

La paura fa 90

A me, ripensandoci dopo tanti anni, viene ancora l’incazzo di allora: a nessuno dei nostri “compagni di merende” era venuto in mente di avvisarlo. Proprio vero che la paura fa 90 – o anche 120 – e se ha campo libero la fa da padrona riducendo al silenzio ogni spinta verso un comportamento leale nei propri confronti e nei confronti delle persone con le quali si sta portando avanti un progetto o, semplicemente, una relazione politica non banale. Questo intendevo utilizzando la parola “tradimenti”.

La disparità, diciamo così, tra affermazioni bellicose e paura incontrollabile mi ha colpito all’epoca, non appena sono riuscita a sapere come erano andate le cose, segnando in modo direi indelebile il mio approccio futuro ai cosiddetti “compagni”: diffidenza totale verso chi parla con troppa enfasi o sicumera di rivoluzione; verso chi tende a presentarsi senza titubanze o incertezze come rivoluzionario tutto d’un pezzo; verso chi parla in modo intimidatorio e assoluto. Ho in mente più di un personaggio del genere. Volendo considerare il bicchiere mezzo pieno, il nostro gruppetto di azione fu indotto subito – alla prima “uscita” – a verificare la scarsa disponibilità dei singoli a pagare un prezzo per il proprio “essere contro”, evitandoci traumi peggiori. “Vogliamo tutto, subito, e anche senza pagar dazio”.

Il coraggio di Gianfranco

In effetti è come se si giocasse a guardie e ladri: uno spasso, oggi siamo ladri, ma domani potremmo essere guardie. D’altra parte, sotto questo cielo plumbeo, ogni ruolo è intercambiabile e tutti i gatti sono bigi. Ma non esiste solo merda. Gianfranco sapeva dove ero diretta e che occorreva “ripulire” il posto. Essendo noi stati arrestati da diverse ore, esisteva il rischio di trovare nell’appartamento l’antiterrorismo – il rischio di lasciarci la pellaccia. Con un amico fidato tirano a sorte a chi tocca intervenire. La sorte predilige Gianfranco. Lo immagino salire le scale e aprire la porta, aspettandosi un’accoglienza fragorosa. Invece non accade niente. Enza ha tenuto, Emilio non sapeva nulla di “preciso”, e dunque il luogo può essere ripulito da ogni traccia, riacquistare il suo aspetto di modesto pied-a-terre e attendere di essere “trovato”.

L’intervento è importante, soprattutto perché impedisce l’attribuzione anche ad altri, per quanto sconosciuti, dei reati che ci sono imputati. Due persone non fanno gruppo; più persone diventano “inevitabilmente” “associazione sovversiva con finalità di terrorismo”. Dunque, grazie Gian. E questo grazie, di cuore e col cuore, che ti dissi a suo tempo, non è per te, che ormai sei polvere, ma è rivolto ai tanti “amici ed estimatori” dell’ultima ora, che hai trovato post-mortem. Trascorso il tempo necessario a elaborare il lutto e tacitare le paranoie, oggi possono ricavare da te, personaggio o eroe romantico, qualcosa di utile alla propria bottega.

A proposito di solidarietà

Non è facile esprimere senza essere superficiali cosa si intende per solidarietà. Sono state manifestazioni di solidarietà quelle in cui si gridava “Enza libera”? Per alcuni certamente sì, ma si tratta in ogni caso di una solidarietà facile, poco impegnativa e, soprattutto, a costo zero. Io avevo frequentato per qualche mese un collettivo femminista, avendo anche un buon rapporto con alcune donne: da nessuna ho ricevuto una cartolina che esprimesse, con l’eventuale dissenso per l'”azione”, il dispiacere per l’arresto. Ho avuto lo stesso trattamento che spesso si riserva alle ragazze in minigonna: cercano rogne. Quando cerchi rogna – e la trovi – in fondo hai quel che meriti. La solidarietà non ha “peso specifico”: può essere pesantissima, ed è l’esempio di Gian appena fatto, o leggera. Giuliano mi scrisse : “avresti fatto meglio a rimanere a insegnare”. Non mi approvava, ma mi era amico e ci teneva a comunicarmelo.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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