2 gennaio 1977: Gallinari racconta la grande fuga da Treviso

La sospensione del processo significa la ripresa delle peregrinazioni fra le carceri. Verona, Padova… È l’inizio di settembre quando vengo di nuovo trasferito. In qualche modo mi spiace lasciare Padova. In sezione con me ci sono alcuni compagni. E del resto anche lì una ideuzza su come tentare la fuga dalla finestra del bagno, complice la nebbia dell’inverno, ce la siamo fatta. Poi, per quel che può valere in carcere, si sta discretamente. Ci sono spazi interni di movimento, si può cucinare individualmente. Anche il cibo provvisto dal carcere si può averlo crudo e cucinarlo da sé. Grossa riforma in galera, dal momento che la sbobba di casanza è quasi sempre un intruglio scotto decisamente insapore. Come al solito… matricola, carabinieri, e si parte. Non mi portano molto lontano: Treviso. Carcere a tre sezioni: penale, giudiziario, minorile. Resto nella prima una quindicina di giorni, poi riesco a farmi spostare al giudiziario. Il trattamento fra i due blocchi, a dire il vero, non è molto differente, ma nel giudiziario ci sono alcune persone che conosco.

La paura del terremoto

La vita si fa subito un po’ agitata perché le seconde scosse del terremoto friulano si fanno sentire anche lì, e benché si avvertano solo lievemente, i detenuti hanno giustamente paura a restare chiusi nelle celle durante la notte. L’arrivo di parecchi prigionieri provenienti da Udine, trasferiti d’urgenza dal carcere fortemente danneggiato dal sisma, non fa che aumentare la tensione. Ci raccontano delle due scosse fortissime, dei muri profondamente crepati, e delle guardie che hanno buttato le chiavi, scappando disordinatamente all’aperto. Chiusi come topi in trappola, non hanno potuto far altro che attendere terrorizzati. E per interminabili ore si sono susseguite altre scosse… per fortuna di assestamento.

L’esperienza degli udinesi ci serve da lezione. Riusciamo a ottenere dalla direzione che, almeno per il periodo critico, le celle restino aperte anche di notte. Solo l’uscita al passeggio rimane bloccata, ma siamo abbastanza tranquilli, perché il cancello non è robustissimo, e, in caso di pericolo, siamo convinti di poterlo abbattere con quattro serie spallate. Per parte mia, non sto facendo un granché. Troppo aperti e immersi nella collettività per riuscire a leggere e studiare con calma. La giornata, e spesso la notte, si consumano tra chiacchierate e partite a carte. Un tipo di vita che, se protratta a lungo, può distruggere con l’abulia anche il detenuto più disciplinato. La vita sociale del carcere riempie così buona parte del mio tempo.

Un accordo facile

Alcuni assistenti volontari vengono dall’esterno per organizzare iniziative culturali e sociali, attività di reinserimento. È una sorta di distrazione… e poi si aprono degli spazi. C’è un campo sportivo in terra battuta. Otteniamo di andarci al pomeriggio, insieme ai detenuti del penale. In quella sezione, inoltre, c’è la sala cinematografica: una volta alla settimana si proiettano film d’essai procurati dai volontari esterni. Visione e dibattito. Un pomeriggio, al campo, si avvicina un detenuto: “Sono Piero Montecchio”. Come a volte capita in carcere, ci eravamo già parlati, ma mai visti di persona. Era accaduto alle celle d’isolamento di Verona. Lui era passato di lì subito dopo l’ennesimo arresto. Io ero un attimo in punizione. Chiacchierata via spioncino.

Quando i curricula sono consistenti e sono pubblici, per fidarsi tra detenuti bastano i nomi. Piero era mala pesante del Lombardo-Veneto, con alle spalle una notevole scia di rapine e di evasioni. Io ero un brigatista doc. Per entrambi una condizione più che sufficiente per saltare i preamboli. Mi dice che c’è un lavoro in piedi. Lui è appena arrivato per un interrogatorio, non sa quanto resterà, ma spera che sia a sufficienza per concretizzare l’ipotesi. Ormai non manca molto alle feste di Natale. Se si riesce a ritardare il trasferimento sino al 15 dicembre, si è quasi certi di non partire più fino almeno alla Befana. I carabinieri devono fare anche loro le sacrosante licenze festive…

Siamo in due sezioni diverse, e affinché l’evasione riesca bisogna avere la forza di prendere le guardie comandate in entrambe. Al penale ci sono già sufficienti detenuti coinvolti nel progetto, nel giudiziario bisogna vedere chi può starci. Due bravi ragazzi, gravati da capi d’accusa sufficienti a interessarli al lavoro, li individuo facilmente: Cecco e Morini. Aspettano però di subire dei confronti con alcuni testimoni di rapine a loro imputate: se non vengono riconosciuti, potrebbero anche uscire a giorni. Vengono riconosciuti…

Il pestaggio di Azzi

È il pomeriggio del cinema d’essai. La vita deve apparire normale, e siamo in tanti nella sala. A un certo punto si sentono urla strazianti provenire da una cella vicina. Nessuno capisce cosa stia succedendo. La cella è quella di Nico Azzi, noto fascista bombarolo. Corriamo nel corridoio e ne vediamo uscire di corsa un detenuto comune del giudiziario, venuto al penale anche lui con la scusa del cinema. È evidente cosa è accaduto. Allarme nel carcere, rientro a forza nelle celle. L’aggredito viene portato in ospedale: le botte sono state pesanti. In pochi minuti la tensione e l’inquietudine si comunicano a tutto il carcere. Azzi è un fascista, ma dai detenuti comuni è considerato uno serio. A molti non va giù che sia stato pestato, anche a diversi prigionieri coinvolti nell’evasione. Il fatto è di quelli gravi.

Non è escluso che l’aggressore volesse mettersi in mostra, puntando a conquistare la stima e la fiducia mia e degli altri detenuti di sinistra. D’altra parte, se è chiaro che si è trattato di una spontanea – e stupida – iniziativa di cui non ero minimamente informato, resta il fatto che, per logica di schieramenti, posso comunque finire coinvolto nella sequela delle conseguenze. Con un lavoro in piedi, armi nascoste nelle celle, e la libertà a portata di mano, è praticamente un disastro. Da un momento all’altro, può essere disposta una di quelle perquisizioni generali capaci di far saltare tutto…

La ricucitura dello strappo

Bisogna ricucire lo strappo. A sera, Azzi rientra dall’ospedale. Insieme a Montecchio, chiedo al comandante delle guardie di potergli parlare. Per fortuna, l’interesse del maresciallo coincide col nostro: pace all’interno del carcere. Così, anche se sotto buona scorta, permette l’incontro col fascista. Il dialogo non è facile, ma la situazione sembra calmarsi. Almeno per la direzione. Ma se uno è stato un po’ in carcere, e si è fatto un po’ l’occhio, ci vuol poco a capire che la cosa non può finire lì. Quel pomeriggio, al campo sportivo, l’aria fra i detenuti è di tempesta. Quattro o cinque di loro, compresi alcuni degli interessati all’evasione, si aggirano con atteggiamento inequivocabile. Stanno aspettando qualcuno da tagliare. Ed è chiaro che si tratta dell’aggressore di Azzi. Io non sono coinvolto, mi hanno creduto quando gli ho detto che non ne sapevo nulla. Ma non posso certo mettermi in mezzo. Li irriterei ancora di più.

Tocca a Montecchio occuparsi di loro. Sono amici, e poi comunque fanno parte dello stesso ambiente. Le sue parole sono chiare… “Se volete buttare tutto a mare, un lavoro fatto, una libertà così vicina, fate voi… ma prima accoltellate anche me”. Non mancano mugugni e promesse di futura vendetta, ma la cosa rientra. Siamo all’antivigilia di Natale. Già per due sere consecutive, con le scuse più disparate (una telefonata da fare, una domanda in matricola, una visita dal medico, un’udienza col maresciallo) i prigionieri coinvolti nel progetto si erano trovati in portineria all’ora stabilita.

Il piano doveva scattare nel momento in cui, da fuori, alcuni ex detenuti nel frattempo convinti a darci manforte, si sarebbero fatti sentire. A quel segnale, saremmo partiti anche noi. Non era successo mai nulla. E infatti dal colloquio giunge la notizia che il progetto del sostegno esterno è saltato. Alcune cose non sono andate bene, e da fuori non possono più venire ad aiutarci… Ripieghiamo ma non molliamo. Con tutti i rischi del caso, senza macchine pulite disponibili, tenteremo lo stesso da soli. Solo che anche altri detenuti non vogliono trascorrere le feste in galera.

La rivolta sui tetti

Due ragazzi ristretti nella mia stessa sezione, detenuti per reati minori, aspettano da giorni la scarcerazione. Ma il dispositivo non arriva e, a due giorni da Natale, dando per scontato che il giudice sarebbe andato in ferie… mentre loro sarebbero rimasti fottuti a trascorrere non solo il Santo Natale, ma anche Capodanno e la Befana in cella, decidono di inscenare una protesta. E non trovano di meglio che arrampicarsi sul tetto interno del carcere. Ovviamente, scatta l’allarme tra gli agenti, accorrono pattuglie di polizia e carabinieri all’esterno, e tutta la galera entra in pericoloso fermento. La speranza è l’ultima a morire. Ci auguriamo che la protesta rientri velocemente. Non è così.

Le feste trascorrono con i detenuti sui tetti e i poliziotti fuori le mura… Però ogni giorno che passa, il rischio diventa più grande. C’è già stata una perquisizione e tutto è andato bene: non hanno trovato nulla. Ma possono arrivarne di ben più approfondite da un momento all’altro. Decidiamo di stringere. Mi assumo io, soprattutto perché ubicato nella stessa sezione dei contestatori, l’abietto ruolo del paciere. I detenuti appollaiati sul tetto non credono ai loro occhi. Si trovano di sotto il brigatista che (con un linguaggio un po’ da mezzo infame interessato alla tranquillità carceraria, un po’ da mafiosetto che minaccia ritorsioni se non ascoltato) gli ordina di scendere subito da quella maledetta tettoia. Non è certo un trattamento di loro gusto… ma vengono giù.

Decidiamo per il 2 di gennaio. Come si dice in gergo, siamo operativi. A questo punto bisogna creare le condizioni perché la cosa riesca. La mancanza di appoggi dall’esterno, l’assenza di mezzi disponibili per la fuga, rischia di allungare i tempi con i quali ci allontaneremo dal carcere. Bisogna allontanare anche il momento nel quale scatterà l’allarme. In un carcere in genere si trova di tutto: dai bravi ragazzi di cui ti puoi fidare anche se non hanno niente a che vedere con te, a quelli disinteressati che si fanno comunque i fatti loro, a quelli che, se non neutralizzati tempestivamente, risultano invece molto interessati a tutto ciò che succede. In galera il mestiere della spia paga: moneta da poco, ma pur sempre moneta.

Così, alcune ore prima della partenza, andiamo a parlare con alcuni dei bravi ragazzi sparsi nelle sezioni. Non verranno con noi perché condannati a pene lievi o con processi ancora in corso, ma possono aiutarci andando a prendere un caffè al momento giusto in quelle celle dove potrebbe partire un avvertimento verso le guardie del muro di cinta. La sola presenza fisica del bravo ragazzo sarà, di per sé, il deterrente migliore. In certe situazioni stare zitti è obbligatorio anche per l’infame più incallito.

L’evasione possibile…

È una serata particolare, quella, anche per la tv. È prevista la prima puntata dello spettacolo di varietà di Benigni: Onda libera, la famosa Televacca mai ufficialmente chiamata così per via della censura. Si tratta di una autentica novità per i programmi televisivi. E questo vale ancor di più per il carcere, luogo in cui la televisione rappresenta un incomparabile elemento di distrazione e una delle poche finestre sul mondo.

L’operazione parte dalla sezione penale. Dieci prigionieri coinvolti nel lavoro sono in quel reparto. Ci dividono due portoni, quattro cancelli, e un corridoio diritto lungo un centinaio di metri. Il mio compito è controllare, attraverso lo spioncino del portone del giudiziario, il momento in cui i nostri compagni riusciranno a uscire dal blocco penale. E la cosa finalmente comincia. Uno di loro ha simulato un malore improvviso e tutti insieme sono già oltre il primo portone. Do il via nella nostra sezione.

Due detenuti che, nel frattempo stavano chiacchierando disinvoltamente con le guardie in servizio, estraggono i coltelli e le costringono a seguirci. Siamo di fronte al lungo corridoio. Dall’altra estremità, con le armi spianate, una decina di guardie e il brigadiere nelle mani, gli altri prigionieri avanzano per aprirci il portone. Si prende l’infermeria. C’è anche il ragazzino del pallone, che, al nostro ordine, siede disciplinatamente a terra contro il muro… con il sorriso sulle labbra. Poi è la volta del dormitorio delle guardie. Un paio di loro stanno arrivando dalla sezione minorile, e si insospettiscono sentendo rumori non abituali.

L’ultima porta

Attendiamo per qualche infinito secondo dietro il muro. Non vola più una mosca, le guardie si tranquillizzano ed entrano nelle camerate. Prendiamo anche loro. L’interno del carcere è ormai sotto il nostro controllo. Ma il portone d’ingresso all’intercinta di qualunque penitenziario (anche se allora non erano ancora state inaugurate le supercarceri) non può mai essere aperto dall’interno. L’ultimo scoglio da superare è anche il più difficile, perché l’ingresso di un carcere è sempre costituito da un’ambiente a doppia entrata, dentro cui stazionano guardie armate, una delle quali può aprire solo una porta alla volta, e solo in base ad assolute garanzie di sicurezza. Lì sta il punto debole del nostro piano.

La nostra speranza è riposta nel brigadiere che abbiamo in mano. O meglio, è riposta nel fatto che Montecchio, il quale ha già sparato a un appuntato in servizio in un altro tentativo di evasione, risulti convincente. E l’opera di persuasione dà i suoi frutti. Il brigadiere, che ha fra l’altro l’abitudine di uscire intorno a quell’ora, anche quando è in servizio, per prendere un caffè, suona alla madre di tutte le porte. La guardia lo osserva dallo spioncino. Tutto sembra tranquillo.

Quando sento la chiave inserirsi nella toppa e cominciare a girare, mi sembra un rumore infernale. La libertà è davanti a noi. Dalla rastrelliera della portineria prendiamo fucili mitragliatori e pistole, e chiudiamo le guardie in una specie di cella (non mancano mai!) che troviamo lì all’ingresso. Da quel momento inizia il fuggi fuggi. Sono l’ultimo a uscire e devo tirarmi dietro la porta.

In 7 dentro una Nsu Prinz

Alcuni se ne vanno con una vespa, un motorino. Ma non ci sono automobili disponibili nei dintorni. La prima la troviamo ferma a un semaforo, a un centinaio di metri dal carcere. È una NSU Prinz. Una macchina decisamente piccola, ma ci entriamo in sette, con un paio di Mab carichi tra le gambe. Se partisse una raffica, in quello spazio così stretto e stipato, la strage sarebbe assicurata. Ma in quel momento pensiamo ad altro. Davanti al primo bar che incrociamo, ad alcuni chilometri dal carcere, ci sono parecchie persone intente a chiacchierare tra di loro.

Fa un freddo cane. Probabilmente hanno appena bevuto un caffè e stanno decidendo come passare la serata. Hanno delle macchine parcheggiate nello spiazzo circostante. Ci fermiamo e cominciamo a scendere. Osservano stupefatti la quantità di gente che sta uscendo dal trabiccolo. Dopo poco hanno altro a cui pensare, visto che le loro macchine con le chiavi nel cruscotto sono lestamente requisite. Percorriamo sparati un’altra decina di chilometri e troviamo un passaggio a livello con le sbarre abbassate. Deve passare un treno locale.

Non abbiamo tempo da perdere e decidiamo di abbandonare le automobili fuori strada. Attraversiamo i binari a piedi e ci avviciniamo alle macchine ferme all’altro lato delle sbarre. Anche qui, stupore e meraviglia dei passeggeri, ma i nostri metodi li convincono ben presto a regalarci le automobili. Siamo su strade secondarie, anche se asfaltate. Alcuni chilometri ancora, e i nostri autisti si affiancano per discutere sul percorso da seguire. Arriva una macchina in senso contrario e nel movimento viene leggermente graffiata. Noi tiriamo dritti, ma il proprietario dell’auto non sembra convinto. Compie velocemente l’inversione e inizia a inseguirci. Ha una macchina abbastanza potente e ci è subito addosso, intimandoci l’alt tra urla, clacson e lampi di fanali.

Direzione Padova

Facciamo ancora un po’ di strada, e, vedendo l’inseguitore irremovibile, decidiamo di… fermarci. L’uomo scende con grinta, ma quando si vede puntati contro una pistola e un Mab, cambia atteggiamento. Pensiamo che una macchina in più possa farci comodo… e così prendiamo anche la sua. Lì si dividono le nostre strade.

Alcuni evasi puntano verso Bergamo: è la loro zona e la conoscono meglio. Io, Morini e Cecco, abbiamo già deciso in carcere che la nostra direzione sarebbe stata Padova. È la loro città. Morini è un buon autista, lo faceva di professione nella sua banda di rapinatori. La strada è stretta, piena di curve, ghiacciata in parecchi punti e infestata dalla nebbia. Sono parecchi i testa coda, ma il controllo delle ruote non sfugge mai al nostro pilota. Siamo ormai quasi dispersi nella campagna veneta, quando i due bravi ragazzi riconoscono uno dei paesini che stiamo attraversando: ne avevano già visitato la banca in precedenza. Alleluia! Di lì il percorso per rientrare a Padova lo sanno a memoria. L’unico inconveniente è che la visita alla banca l’avevano fatta d’estate, e ovviamente una via di fuga che si rispetti attraversa stradine sterrate, carreggiate nei campi, percorsi in riva al fiume… Tutti luoghi nei quali i posti di blocco sono altamente improbabili, ma che d’inverno, con neve e ghiaccio, sono ardui da percorrere.

Sudando sette camicie e sbandando mille volte arriviamo comunque alle porte di Padova. Il ponte sulla statale che passa il Brenta è però già occupato da un posto di blocco. Decine di lampeggianti delle macchine di polizia e carabinieri tagliano l’aria. Decidiamo di lasciare la nostra automobile sotto il porticato di una casa di campagna abbandonata e proseguiamo a piedi. A cinquanta metri dalla statale c’è il ponte della ferrovia che attraversa il fiume… ma è troppo vicino alla strada. Coi lampeggianti rischiano di vederci. L’unica soluzione è attraversare il fiume passando sotto al ponte. È il due di gennaio e l’acqua alla cintola non è un godimento.

“Ma voi non eravate in galera?”

Appena in città, spadiniamo una 500 e ci mettiamo in strada. Siamo arrivati… Non abbiamo un punto dove andare, ma tante conoscenze da sfruttare. Iniziamo la ricerca. Alcuni amici sono da evitare, perché può già esserci qualcuno di poco gradito in attesa nei dintorni. Ne restano comunque parecchi. Iniziamo a suonare… uno… due… tre… quattro. Non c’è nessuno da nessuna parte. All’una di notte ci troviamo come tre disperati, fradici d’acqua, parcheggiati in un cortile interno di un grosso caseggiato, a stramaledire le abitudini nottambule delle nostre ancore di salvezza. Lo stimolo della disperazione però acuisce la memoria.

Il Cecco crede di ricordare che, sotto al finestrino del bagno di un appartamento nel quale vivono persone che conosce e delle quali si fida, ci sia il tetto di un porticato sufficientemente basso da consentire di salirvi senza sforzo. Al massimo il bagno avrà il vetro chiuso… basterà romperlo. Quando, intorno alle due e mezzo, i padroni di casa rientrano, ci sono tre persone nude, con una coperta addosso, ad attenderli. I vestiti erano fradici e ce li eravamo tolti. Ma il mio corpo non sentiva freddo. Avevo mezzo centimetro di sudore sparso su tutta la pelle come una barriera. L’adrenalina è un ormone secreto dalle ghiandole surrenali… ma forse, in certi casi, è anche un buon cappotto.

Quanto ai padroni di casa, girano la chiave, entrano e sentono sussurrare: “Tranquilli… sono il Cecco”. Accendono la luce e ci osservano inebetiti, con un sorriso misto a incredulità. L’unica frase che riescono ad articolare è una domanda: “Ma voi, non eravate in galera?!”

Fonte: Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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