18 marzo 1978: uccisi Fausto e Iaio. Facevano inchiesta sullo spaccio d’ero a Milano

Due settimane dopo [la sua morte, ndb] l’Esercito nazionale rivoluzionario, brigata Franco Anselmi rivendica l’omicidio a Milano di due giovanissimi autonomi, impegnati nell’attività di controinformazione contro gli spacciatori di eroina e uccisi nei pressi del centro sociale Leoncavallo: Fausto Tinelli, studente e “Iaio” Iannucci, operaio, meno di quarant’anni in due. Il delitto è compiuto due giorni dopo il sequestro Moro: ai funerali partecipano in centomila, l’ultima manifestazione di massa del movimento. Le prime indagini per il duplice omicidio si orientano verso l’estrema destra milanese. Sono perquisite, tra le altre, le abitazioni di Andrea Calvi, leader del Circolo Ramelli, e di Angelo Angeli, il “bombardiere delle Sam” già passato da tempo alla malavita [e poi accusato del sequestro e stupro di Franca Rame, ndb] . Due neofascisti del quartiere sono arrestati dai carabinieri per detenzione di armi. Tra i primi sospettati c’è anche un attivista missino che frequenta la federazione, già arrestato nell’inchiesta sull’omicidio Amoroso. Le indagini puntano sul bar Pirata di via Pordenone, un ambiente chiacchierato, incrocio tra picchiatori neri e spacciatori.

I sospetti sui fascio-spacciatori

L’agguato matura in un clima di mobilitazione dell’estrema sinistra contro l’eroina: qualche bar ritrovo di trafficanti è stato bruciato e sono parecchi i pusher picchiati. Uno di questi si presenta spontaneamente in Questura: Gianluca Oss Pinter, fascista, 26 anni, è stato sprangato (40 punti di sutura in testa) al parco Lambro la sera del 10 marzo. E’ andato in giro a dire che Fausto era tra i picchiatori e ora teme di essere sospettato. A Lambrate, il Leoncavallo è molto attivo nel lavoro per un grande dossier su luoghi e nomi dello spaccio in città, un mercato capillare ma ancora “familiare”, spesso subappaltato a personaggi a cavallo fra politica (nera) e criminalità. Minacce verbali e scritte cominciano a pesare sui due ragazzi. Fausto ha manifestato timori per il ritorno serale a casa ed evita di passare in piazza Udine. I compagni si convincono che il duplice omicidio è stato deciso da chi in zona dirige lo spaccio della droga ed è collegato ad ambienti neofascisti. I presunti killer, che i testimoni descrivono vestiti con un impermeabile chiaro, sarebbero soggetti politici.

Lo scoop di Radio Popolare

L’agguato è avvolto nel mistero per dieci anni. Fino a quando Radio popolare, intervistando un testimone riservato, individua un presunto colpevole, e lo battezza Alfa per coprirne il nome. Si tratta di un romano del giro dei Nar che ha frequentato l’ambiente neofascista di Milano e di Cremona ed è stato condannato in primo grado per l’omicidio di un compagno. L’identikit non lascia dubbi. Si parla di Marione Corsi, leader dei Fascisti proletari di Prati e poi degli ultrà romanisti. Il dossier elaborato da Umberto Gay e Angela Valcavi lascerà perplessi i leoncavallini.

Il giudice Salvini, che ha a lungo indagato senza esito, in una conversazione con le madri del Leoncavallo, afferma che l’attentato è opera degli amici romani di Anselmi: il principale sospettato è Carminati, compagno di stanza di Franco all’università di Urbino. Salvini è il quarto titolare di un’inchiesta fortemente condizionata dai pregiudizi di partenza degli investigatori. Nel clima di caccia alle streghe del sequestro Moro, pensano a un regolamento di conti tra spacciatori o addirittura all’interno della nuova sinistra. Il giudice pensa a una vendetta contro l’Autonomia da parte di un commando romano, deciso a colpire genericamente i compagni. Nocciolo dell’ipotesi investigativa è il volantino di rivendicazione fatto trovare a Prati. La sigla ricomparirà solamente a maggio in occasione dell’attentato alla sede del Pci della Balduina.

Corsi e Carminati sono alternativi

Gli elementi indiziari, che si basano quasi sempre su voci d’ambiente o confidenze occasionali, hanno toccato da un lato Corsi e dall’altro Carminati, e cioè due soggetti contigui ma che si escludono: pur essendo entrambi riconducibili alla realtà del Fuan-Nar, non risultano azioni comuni. I loro esiti personali,uno boss di mala, l’altro capotifoso di professione, danno in qualche misura conto delle possibili vie di fuga dalla guerriglia nera.
Salvini continua a pestare l’acqua nel mortaio, per essere infine costretto a rimettere gli atti a Roma, limitandosi a elencare indizi e sospetti a carico dei soliti noti. A indicare, sia pur genericamente, i fascisti proletari come responsabili del duplice omicidio, sono numerosi pentiti.

Le ammissioni di Mario Spotti

Nei giorni del delitto Corsi, insieme ad altri camerati romani è nella città lombarda, dove sta prestando servizio militare il segretario provinciale del Fuan, Guido Zappavigna, che con Corsi condivide la divorante passione giallorossa. Un’eccezione: all’epoca ancora vige una scissione politica tra le tifoserie: di destra la laziale, di sinistra la romanista. A inguaiare il leader della banda di Prati sono le ammissioni di Mario Spotti. E’un “camerata” romano laureato in psicologia che campa facendo il camionista. Frequenta l’ambiente milanese vicino alla lotta armata.

All’epoca frequentava i neofascisti milanesi più vicini all’area «combattente», vantando scambi di armi con Anselmi e l’amicizia con Valerio (al quale è attribuito, tra i tanti, anche il tentato omicidio di Andrea Bellini, leader degli autonomi del Casoretto). Chiacchiere con qualche riscontro, quelle di Spotti. Nel 1986 è condannato per detenzione di armi. Si trasferisce a Bolzano, dove ha una lunga, burrascosa storia con un’impiegata della provincia, Nadia Penna. La donna lo lascia nel 1991, ma lui continua a tormentarla.

Una fine violenta

La nascita di un bambino, pochi mesi dopo, rilancia il pressing. Lei nega, inutilmente, che il figlio sia suo. Le ripetute denunce portano a numerose condanne (molestie, percosse e ingiurie, atti di libidine violenta). Ma il camionista ha potuto coltivare la sua ossessione fino alla tragedia finale. Per aver tentato di vendere un Kalashnikov a un carabiniere in incognito subisce una condanna a quattro anni ed esce dal carcere un’altra volta. La mattina del 18 ottobre 1995 Spotti aspetta la donna all’uscita dell’ufficio e le spara, riducendola in fin di vita, e poi si ammazza con una rara pistola ungherese, una Frammer 7.65. Proiettili dello stesso calibro avevano ucciso Fausto e Iaio e i magistrati sequestrano la pistola per verificare se fosse già stata usata a Milano. Con la speranza, delusa, che fosse proprio Spotti il «camerata Alfa», omicida e suicida, che ha concluso in disperata solitudine la sua personale traiettoria di morte, con un funerale senza fiori e senza gente.

Un altro delitto impunito

Nonostante i numerosi tentativi effettuati, le perizie balistico-comparative fra i proiettili, non in ottimo stato di conservazione, e alcune armi sequestrate a esponenti dei Nar a Roma non hanno dato esito. E così, proprio mentre i giudici perugini assolvono Carminati dal delitto Pecorelli, il gip milanese archivia l’inchiesta. Alla fine, a restare impuniti, tra i pochi delitti dei Nar, resteranno gli omicidi dei compagni: Fausto e Iaio, Verbano, Zini. Come quelli di tanti camerati romani: Cecchin, Cecchetti, Mancia, di Nella, Pistolesi…

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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