Curcio racconta la sua amicizia con Feltrinelli

 Io già dal ’68 mi incontravo ogni tanto con Giangiacomo Feltrinelli e discutevamo lungamente sui nostri rispettivi progetti. (…) Noi volevamo imparare dalle esperienze nuove che si agitavano nel mondo: guardavamo ai Black Panthers, ai Tupamaros, alla Cuba e alla Bolivia di Che Guevara, al Brasile di Marighela.7 Per questo i racconti di Feltrinelli, che girava il mondo e intratteneva rapporti diretti con i leader di varie guerriglie, avevano un certo fascino ed erano indubbiamente interessanti.

Al rapporto con il fondatore dei Gap, morto il 14 marzo 1972 mentre preparava il sabotaggio della rete elettrica milanese l’intervista autobiografica di Renato Curcio con Mario Scialoja dedica un intero capitolo

Si può dire che Giangiacomo Feltrinelli è stato un tuo maestro? 

Maestro mi sembra un termine eccessivo. Anzi sbagliato. Feltrinelli è stato un uomo curioso e vivace, a cui ero legato anche da affetto, che grazie ai mezzi e alle conoscenze di cui disponeva mi ha fornito delle cognizioni e delle informazioni non irrilevanti.

Come lo hai conosciuto?

Nella primavera ’68 mi invitò a un dibattito nella sede della sua Fondazione di via Andegari, a Milano. Andai, portando con me Duccio Berio, e rimasi stupito di essere l’unico dell’università di Trento ad essere stato convocato in quel piccolo cenacolo: c’erano quattro o cinque ragazzi del movimento milanese, un paio di compagni tedeschi, due francesi di Gauche prolétarienne e un portoghese. Parlammo della situazione in Europa, del maggio francese, dei collegamenti tra studenti e operai. Feltrinelli mi chiese una relazione dettagliata sulle nostre vicende trentine. Niente di più. Quel primo incontro fu solo una presa di contatto e uno scambio di idee.

Quale è stata la tua prima impressione?

Mi sembrò un uomo simpatico. Mi piacquero le sue risate rumorose, il suo modo scanzonato di affrontare certi argomenti, la sua capacità di ascoltare.

Nell’agosto ’69 tornai negli uffici della sua casa editrice per sottoporgli un mio studio sulla struttura sociologica dell’esercito italiano. Del mio dattiloscritto parlammo pochissimo, mentre discutemmo lungamente della situazione alla Pirelli e delle attività che avevo cominciato a svolgere a Milano.

Qualche mese dopo mi convocò nell’entroterra ligure, a casa di un vecchio partigiano suo amico. Ci rimasi un paio di giorni e fu lì che il nostro rapporto divenne più stretto. Voleva notizie precise sulla vicenda Pisetta che io avevo seguito da vicino come dirigente del servizio d’ordine del movimento studentesco trentino.

Marco Pisetta era una guida alpina che simpatizzava con gli ambienti marxisti-leninisti di Trento. Una volta, nel ’68, mi venne l’idea di fare «qualcosa di concreto» contro la guerra nel Vietnam e pensai che non sarebbe stato male far saltare un piccolo presidio militare americano sul cucuzzolo della Paganella, a 2000 metri di altezza. Chiesi a Pisetta di accompagnarmi e lui accettò subito. L’azione si rivelò impossibile, ma ricordo il giorno della nostra arrampicata come una bellissima esperienza di montagna.

Un anno dopo, nell’aprile ’69, lui fece esplodere per i fatti suoi degli ordigni nella sede dell’Inps, in un supermercato e vicino a una caserma dei carabinieri. Quando cominciarono a dargli la caccia, noi del movimento decidemmo di sostenerlo e nel nostro giornaletto lo presentammo come il primo «rivoluzionario» italiano latitante.

Mi occupai di aiutarlo ad organizzarsi la fuga. A Milano gli trovai una stanzetta, ma dopo un po’ mi disse che «si sentiva solo». Allora lo introdussi nel giro di amici del Lorenteggio: lì c’era la «Bersagliera», c’era il vecchio «Bomba», un corpulento ex partigiano trasformatosi in ottimo cuoco, c’erano tante persone che intorno a piazza Tirana tessevano la loro pittoresca avventura esistenziale. In quell’ambiente Marco si trovò a suo agio e riuscì a rimediare vari lavoretti.

Feltrinelli era al corrente delle mie attività pro-Pisetta e mi disse che attribuiva molta importanza a questi aspetti, in genere troppo trascurati, della vita rivoluzionaria.

Ti parlò anche delle attività clandestine dei suoi Gap?

Non in quell’occasione. Mi chiese invece se ero interessato al dibattito sui problemi tecnico-organizzativi della lotta armata e mi fece avere degli opuscoli dei Tupamaros e il Manuale della guerriglia urbana di Marighella. 

Poi, dal momento in cui cominciai a organizzare le Brigate rosse, alla fine del ’70, i nostri incontri si infittirono. Lo vedevo in genere assieme a Franceschini, ma talvolta da solo. Gli appuntamenti erano fissati nei giardinetti di piazza Castello, da dove ci spostavamo in uno dei suoi tanti appartamenti più o meno segreti.

Ricordo che mi appioppò uno strano nome di battaglia: «Maglia gialla».

«Ma perché Maglia gialla?», gli chiedevo, «non porto mai niente di giallo».

«Lo so io perché, un giorno te lo dirò», mi rispondeva ridacchiando. Invece morì sul traliccio senza avermi spiegato quel soprannome.

Di ritorno da un viaggio a Cuba, mi annunciò che aveva incontrato vari rivoluzionari boliviani, uruguaiani e brasiliani i quali lo avevano informato delle loro esperienze di guerriglia urbana. Esperienze che lui era pronto a trasmetterci. E così ci tenne una serie di «lezioni».

Scuola di guerriglia?

In un certo senso. Capisco che è facile ironizzare, e su Giangiacomo si è ironizzato molto, ma il suo impegno era sincero e alcune sue indicazioni furono utili. Ci spiegò quali erano le tecniche per falsificare i documenti, per affittare degli appartamenti senza destare sospetti, quali dovevano essere le caratteristiche di un buon rifugio clandestino…

Per come lo conobbi, era realmente preoccupato dell’eventualità di una svolta golpista e si prodigò generosamente affinché la sinistra non si trovasse impreparata all’appuntamento con una situazione irreparabile. Faceva un’analisi della situazione italiana e internazionale da cui traeva la convinzione che era necessario preparare la guerriglia urbana anche in Europa. E poiché in Europa, come ripeteva sempre, una tradizione e una conoscenza dei metodi e delle strategie guerrigliere non esistevano, lui si candidava al ruolo di procacciatore di informazioni, procuratore di esperienze, pungolatore di iniziative. Non solo con noi brigatisti, ma anche con i compagni tedeschi della Raf e con i francesi.

Una volta ci regalò un paio di radio-trasmittenti che si era procurato in Germania e ci propose di fare delle trasmissioni pirata sul tipo di quelle che stava organizzando con Radio Gap, a Genova, Trento e Milano. Da un terrazzo della periferia milanese tentammo di inserirci nel segnale di un giornale-radio. Riuscimmo solo a farci sentire per pochi secondi in una decina di appartamenti della zona.

Un’altra volta ci portò i disegni e le specifiche tecniche per la costruzione di un bazooka che gli erano stati dati dai Tupamaros. Un’impresa alla quale non ci dedicammo mai. Anche perché dopo qualche tempo queste carte vennero trovate dalla polizia in un nostro appartamento.

Nell’arco delle sue «lezioni», Feltrinelli un giorno intrattenne Franceschini e me sulla necessità di avere sempre pronto lo «zainetto del guerrigliero».

«Cos’è lo zainetto del guerrigliero?», domandammo sbalorditi. «È uno strumento di sopravvivenza che l’esperienza di guerriglia in America Latina e gli insegnamenti di Che Guevara indicano come indispensabile», ci rispose. «Deve essere sempre a portata di mano, in modo da permettere una fuga immediata, e deve contenere dei vestiti di ricambio, dei documenti, dei soldi, tutto il necessario per una latitanza cittadina. E anche un sacchetto di sale e dei sigari».

«Scusa», chiesi io, «ma perché il sale?» «Perché il sale in America Latina è un bene prezioso».

«Va bene, ma qui siamo a Milano, e il sale si trova ovunque». «Non fa niente, il sale è una tradizione del guerrigliero, ci deve essere».

«E perché i sigari?» «Perché Che Guevara diceva che il migliore amico del guerrigliero nelle ore di solitudine è il sigaro: anche questa è una tradizione, e va rispettata».

Naturalmente questa storia dello zainetto del guerrigliero si tramandò negli anni. Divenne un po’ il simbolo del ricordo di Feltrinelli. Per lungo tempo nelle valigette che tenevamo pronte per una fuga improvvisa molti di noi continuarono a mettere un po’ di sale e dei sigari. Non Havana, ma semplici Toscanelli.

Anche sulla base di aneddoti come questo a Feltrinelli è stato appioppato il cliché del miliardario rivoluzionario un po’ ingenuo e un po’ esaltato, malato di estremismo infantile: ti sembra un giudizio fondato?

Un po’ mattacchione lo era, nel senso che aveva un forte senso dell’umorismo. Non lo ricordo però come uno stupido o uno sprovveduto. Certo, il fatto di essere molto ricco non lo ha aiutato a scapolare tante malevoli ironie. Ma il suo vero problema è stato un altro. Lui, secondo me, rappresentava coerentemente dei punti di vista politici che nel mondo venivano espressi da varie forze. Era portatore di un’idea guerrigliera di stampo guevariano della lotta armata, secondo la quale la creazione di nuclei combattenti doveva servire a propagandare le lotte e a conquistare progressivamente un fronte di simpatie e di sostegni.

Credeva insomma nel ruolo dei piccoli drappelli di avanguardie. Il paradosso stava nel fatto che questa sua posizione strideva con quelle dei gruppi che gli erano più vicini. Una di queste era l’idea secchiana8 della «resistenza tradita» espressa da molti ex comandanti partigiani con cui Feltrinelli aveva rapporti in Piemonte, in Liguria, in Emilia: fedeli alla tradizione comunista classica, questi compagni intendevano il passaggio alla lotta rivoluzionaria come un inveramento di vecchie prospettive abbandonate.

C’era poi la posizione di Potere operaio, radicalmente diversa, che vedeva lo sviluppo delle lotte in un’ ottica tutta legata alle fabbriche e al movimento operaio, il quale dal proprio interno doveva auto-organizzare dei nuclei capaci di allargare il loro potere. La terza posizione era la nostra, quella delle Brigate rosse, abbastanza vicina alla linea di Potere operaio dalla quale divergeva sostanzialmente solo sul modo di concepire il «braccio armato».

Potop pensava a una specie di doppio binario, un’organizzazione politica e un nucleo militare separati l’una dall’altro; noi rivendicavamo invece l’unità politico-militare sostenendo che i due elementi erano inscindibili e reciprocamente funzionali. Così Giangiacomo si ritrovò praticamente solo. Preso in mezzo a discussioni e a sviluppi che non gli erano congeniali. Isolato, direi, dal suo stesso internazionalismo.

«Osvaldo» è saltato per aria innescando un ordigno esplosivo sul traliccio di Segrate la sera del 14 marzo ’72: quando lo hai visto per l’ultima volta e come hai saputo della sua morte? 

Circa un mese prima. In quel periodo non ci incontravamo più molto spesso perché avevamo sviluppato dei rapporti diretti tra le Br e i Gap. In particolare quelli della Brigata Valentino Canossi che compivano sabotaggi nei cantieri edili dove avvenivano degli omicidi bianchi. Erano ragazzi dei quartieri proletari di Milano, soprattutto di Lorenteggio, che ruotavano attorno a Feltrinelli. Dopo la sua morte, si avvicinarono alle Brigate rosse.

La mattina del 16 marzo uscii con Margherita dal nostro appartamento di via Inganni e comprammo i giornali all’edicola sotto casa. Sul «Corriere della Sera» c’era la notizia del ritrovamento del corpo dilaniato e la foto dell’uomo che veniva indicato come Maggioni. Rimanemmo subito colpiti perché si trattava di un attentato di cui non sapevamo niente e che non rientrava nel quadro abituale. Margherita guardò bene la foto e sfornando il suo intuito disse che le sembrava proprio Osvaldo.

Allertammo i nostri tam-tam. Cercammo di metterci in contatto con i Gap e i ragazzi della Canossi. Lì per lì, non fu possibile trovare nessuno. Così, quando venne la conferma ufficiale che il cadavere era quello di Feltrinelli, non sapemmo bene che pesci prendere. II fatto però era clamoroso.

Si trattava del primo morto nell’area dei compagni che cominciava a immaginare la lotta armata. Come Brigate rosse non potevamo tacere. Decidemmo di accodarci alla versione della sinistra ufficiale. In un volantino scrivemmo che l’editore rivoluzionario era stato assassinato dalla borghesia imperialista attraverso qualche trama oscura.

Potere operaio invece pubblicò sul suo giornale un grande articolo in cui raccontava la verità: cioè che «il compagno rivoluzionario» Feltrinelli era morto in un incidente sul lavoro, mentre preparava un attentato.

È così. L’articolo di Potere operaio uscì qualche giorno dopo e inquadrò i fatti nella luce giusta.

Noi a quel punto decidemmo di compiere un’inchiesta approfondita per capire come erano andate le cose. Parlammo con Augusto Viel, uno dei dirigenti Gap, e rintracciammo «Gunther», un vecchio partigiano. Braccio destro di Feltrinelli nelle sue ultime avventure, era al corrente di tutto perché la sera del 14 marzo era andato anche lui a sabotare i tralicci, Antonio Bellavita, direttore della rivista «Controinformazione», con cui avevamo buoni rapporti, s’incaricò di raccogliere tutte le testimonianze per poi pubblicarle in un libro.

Ma non lo avete fatto. Qualche tempo dopo Bellavita, anch’io ho registralo tutta la ricostruzione della morte di Feltrinelli fatta da «Gunther»; un racconto che è poi stato pubblicato dall’«Espresso». Come mai voi non avete reso nota la vostra inchiesta?

La raccolta delle testimonianze fu un lavoro lungo e difficile perché i Gap erano allo sbando e, a parte «Gunther», le poche persone vicine a Feltrinelli durante le sue ultime azioni si erano date alla macchia, terrorizzate. Poi, una volta finita l’inchiesta, tutto il materiale è caduto in mano ai carabinieri quando, nel novembre ’74, venne scoperto il nostro appartamento a Robbiano di Mediglia. Comunque la versione dei fatti che avevamo accertato coincide esattamente con la ricostruzione che ti ha fornito «Gunther» e che è ormai ben nota.

Se Feltrinelli non fosse morto nel ’72 sarebbe diventato brigatista?

Come potrei affermarlo? Come posso negarlo?

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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