13 settembre 1980: i pesciaroli ammazzano Franco Giuseppucci

Un sabato sera, il 13 settembre 1980, Franco Giuseppucci si presentò all’ospedale Nuovo Regina Margherita con una pallottola in corpo. Era solo, aveva guidato la Renault 5 per qualche centinaio di metri, dal luogo in cui gli avevano sparato fino al pronto soccorso. Alle 20.05 entrò in sala operatoria. «Ferita d’arma da fuoco del torace, lateralmente a sinistra», scrisse il chirurgo di guardia sul foglio dell’ospedale, con l’aggiunta di «prognosi riservata».

Il «negro» morì sotto i ferri mezz’ora più tardi. Addosso non aveva documenti, ma un milione e trecentomila lire in banconote, due milioni e mezzo in assegni, il Rolex d’oro, la catenina con la medaglietta, un anello con brillante e un mazzo di chiavi. Lo identificarono i poliziotti del commissariato Trastevere chiamati dagli infermieri. Franco Giuseppucci, infatti, aveva incontrato il suo assassino in una piazza di Trastevere.

Era con qualche amico e il fratello Augusto − di sette anni più giovane e di mestiere fornaio, lo stesso che Franco aveva fatto un tempo e che gli era valso il soprannome di «fornaretto» prima che cominciassero a chiamarlo «negro» − nella sala biliardo del bar Castelletti, a piazza San Cosimato. Stavano giocando dal pomeriggio, e ormai s’era fatta sera quando Giuseppucci salutò la compagnia dicendo che doveva andare a Tor di Valle: voleva controllare come andavano le cose e fare qualche puntata. Uscì dal bar e raggiunse la Renault 5 di sua moglie; lui aveva una BMW, ma gliel’avevano sequestrata. Girò la chiave nello sportello, l’aprì e s’infilò nell’abitacolo. Mentre stava accendendo il motore comparve un uomo sul marciapiede, dal lato sinistro della macchina: era giovane e magro, con i capelli biondi e lunghi che sembravano di una parrucca, un paio di occhiali scuri. Non si sa se Franco lo guardò in faccia mentre il ragazzo gli sparò il primo colpo fracassando il finestrino e colpendolo su un fianco; si sa invece che ebbe la prontezza di fare retromarcia, uscire dal parcheggio e partire a forte velocità.

Il killer non fece in tempo a esplodere il secondo colpo, corse a piedi nella stessa direzione in cui era andata la sua vittima, e arrivato alla fine della piazza salì su una moto Honda guidata dal suo complice. Provarono a inseguire la Renault 5 di Giuseppucci, ma quando questa si fermò davanti all’ospedale l’abbandonarono e proseguirono la loro fuga.

L’esecuzione non era certo stata perfetta, ma il «negro» morì ugualmente, in sala operatoria anziché in strada. L’ispiratore della banda della Magliana, visto che non si poteva parlare di capi in quel piccolo esercito di criminali allergici a qualsiasi ordine, era stato fatto fuori. Aveva trentatré anni, l’ultimo compleanno l’aveva passato in galera, dov’era finito con l’accusa di ricettazione. A gennaio dell’80, infatti, gli avevano trovato dei travellers’ cheque rubati in una rapina alla Chase Manhattan Bank di Roma compiuta da un commando di neofascisti.

Coi giovani terroristi neri Giuseppucci era in buoni rapporti, loro gli portavano i proventi di furti e rapine e lui glieli riciclava. Utilizzava quei ragazzi, di tanto in tanto, anche per fare qualche «lavoretto», l’avvertimento a qualcuno che non si decideva a pagare i debiti di gioco o gli interessi sui soldi prestati «a strozzo», oppure l’eliminazione di chi non voleva piegarsi alle leggi dell’estorsione. Del resto lui, Franco Giuseppucci detto «er negro», era e si dichiarava un fascista: a casa aveva dei dischi con le registrazioni dei discorsi di Mussolini, medaglie e gagliardetti con le effigi del Ventennio. «Tuttavia questa sua infatuazione», ricorderà Abbatino, che gli fu amico fino all’ultimo, «non ne condizionava minimamente l’azione, né lo conduceva a perdere di vista gli interessi e gli scopi della banda che erano tutt’altro che politici»

Interrogare la moglie di un pregiudicato morto ammazzato, il più delle volte, serve solo a togliersi un pensiero. Bisogna farlo e si fa, si comincia sempre dai parenti stretti della vittima, ma quasi mai se ne cava qualcosa di utile. Di solito dicono che il marito era una persona tranquilla, che pensava solo alla famiglia e al lavoro. Oppure che i rapporti erano talmente rarefatti che dell’attività del loro uomo non sanno niente.

In entrambi i casi il risultato è lo stesso, e finisce per essere trascritto nelle ultime righe del verbale: «Non ho altro da aggiungere e non so chi possa aver ucciso mio marito, né chi aveva interesse a volerne la morte».

Successe anche con la moglie di Franco Giuseppucci, Patrizia, di dodici anni più giovane del marito e madre di Maurizio, un bambino che aveva due anni quando il «negro», suo padre, morì assassinato da un killer dai capelli biondi.

Patrizia fu avvisata con una telefonata alle nove e mezza di quel sabato sera, le dissero di andare subito all’ospedale Nuovo Regina Margherita perché Franco aveva avuto un incidente. Si fece accompagnare dalla madre e dal cognato e lì, riferì al poliziotto che l’interrogò un’ora più tardi negli uffici della Questura, «ho appreso che mio marito era morto, in quanto gli avevano sparato.» Per il resto, spiegò che con Franco aveva ormai molto poco in comune. Si vedevano di rado, lui rincasava sempre più tardi e addirittura «saltuariamente», una cosa che Patrizia non poteva più sopportare: litigavano quasi ogni volta si trovavano faccia a faccia. Da qualche mese s’erano trasferiti a vivere dalla madre di lei, sempre alla Magliana, e forse anche per questo lui in casa non voleva rimanere. Fatto sta che non ci rimaneva, e che cosa facesse fuori, lei, Patrizia, disse di non saperlo.

«Suo marito che lavoro faceva?» chiese il poliziotto. E Patrizia, innocentemente: «A quanto ne so lavorava presso il forno di suo padre». Il poliziotto insisté: «Ma come passava il tempo? Aveva degli amici? Chi erano? Si incontravano a casa vostra? Di che cosa parlavano?» Patrizia si tenne sul vago, chissà se per scelta o perché realmente non ne sapeva di più: «So che mio marito aveva molti amici, che io conosco soltanto di vista, non sono in grado di dire i nomi. Da loro riceveva spesso telefonate, oppure venivano a citofonargli sotto casa». Davanti a lei Franco non aveva mai combinato affari né organizzato qualcosa di losco. «E delle corse di cavalli, delle scommesse all’ippodromo, non sa niente?» tentò ancora il poliziotto. «Mio marito era un frequentatore degli ippodromi della capitale», rispose telegrafica la signora Giuseppucci, ventun’anni, vedova da poco più di due ore, «presso i quali mi ha condotto alcune volte.».

Provando a scandagliare nella vita domestica andò appena un po’ meglio. Negli ultimi tre giorni − raccontò Patrizia − dopo l’ennesima lite, Franco era scomparso. Tornò a casa soltanto il venerdì sera, verso le nove e mezza. Cenò e andò a dormire. La mattina dopo uscì intorno alle dieci, e salutò la moglie dicendole che sarebbe passato a prenderla in serata, per portarla fuori. Invece le cose erano andate diversamente, e lei lo aveva rivisto cadavere all’ospedale.

Anche coloro che erano stati con Giuseppucci al biliardo del bar Castelletti fino a pochi attimi prima che gli sparassero − tutti pregiudicati o con varie denunce a carico − non furono di grande aiuto con le loro testimonianze. Augusto, il fratello del «negro», disse che con Franco non si incontrava spesso, «mi risulta che era un assiduo frequentatore e giocatore alle corse dei cavalli e per questo motivo era solito portare molto denaro liquido con sé, ma ignoro quale era la sua vera attività perché lui non mi ha mai riferito alcunché circa le sue amicizie.»

Vide mentre gli sparavano, e riferì che dopo aver assistito all’agguato lui e i suoi tre amici montarono in macchina e si gettarono all’inseguimento della moto col killer a bordo, le tennero dietro per un tratto di strada, ma poi la persero nel traffico. Gli altri amici, invece, dissero cose diverse. Uno raccontò che dopo lo sparo a Franco, visti andar via sia la vittima che il sicario, il gruppo decise che «per non avere noie con la polizia» era meglio cambiare aria: salirono sulla BMW di Augusto Giuseppucci, si fecero un giretto e tornarono in piazza mezz’ora dopo; lì trovarono i carabinieri che li accompagnarono in caserma.

Un altro, Giorgio Paradisi, negò addirittura di aver visto sparare a Giuseppucci. «Eravamo sulla BMW di Augusto», disse al carabiniere che l’interrogava, «e ci stavamo facendo una passeggiata in macchina, siamo arrivati a piazza San Cosimato e voi ci avete fermato.»

«A noi risulta», lo interruppe l’ufficiale, «che tu e i tuoi amici eravate davanti al bar e avete visto sparare. È vero?»

«No, le cose stanno come le ho detto», rispose sicuro Paradisi, proveniente pure lui dalla Magliana. «Ci risulta che dopo il colpo d’arma da fuoco siete partiti dalla piazza a forte velocità, e siete tornati dopo mezz’ora», provò a incalzare il carabiniere. «No», ribatté quello impassibile, «ho già detto che ci siamo fatti un giro per Roma. Guidavo io, e durante la passeggiata ho accelerato l’andatura perché a me piace guidare veloce.»

«Conosci Franco Giuseppucci? Che rapporti c’erano tra voi?»
«Lo conosco da molti anni, abbiamo commesso alcuni reati insieme e sono stato anche arrestato con lui. L’ultima volta che l’ho visto è stata due giorni fa.» In Questura, saputo che il cadavere all’ospedale Nuovo Regina Margherita era di Franco Giuseppucci detto «er negro», decisero di cominciare le indagini dall’ippodromo di Tor di Valle. E verso le dieci e mezza di quel sabato sera ancora estivo il brigadiere di Pubblica Sicurezza Emilio Verrillo girava per le tribune e i bar in cerca di notizie sul morto e di indizi sugli assassini.

«Mentre mi trovavo all’interno dell’ippodromo», scriverà il brigadiere nella sua relazione di servizio, dalla prosa tipica quanto incerta, «notavo il noto pregiudicato Proietti Fernando parlare con alcuni giocatori clandestini e dopo poco si allontanava con fare sospetto, e cioè guardando a destra e a sinistra in mezzo alla folla dei giocatori. Nel mentre si allontanava lo scrivente non lo perdeva mai di vista e nel contempo chiedevo a un mio confidente che cosa stava cercando il Proietti, il confidente mi faceva presente che stava cercando a una persona soprannominata “Mimmo il biondo” amico intimo del Giuseppucci, non trovandolo stava andando via.»

Il brigadiere Verrillo continuò a seguire Fernando Proietti, e vide che si avvicinava a una Giulietta col motore acceso. «Quella persona non c’è», disse Proietti al guidatore, e fece per salire in macchina.

Verrillo, insieme ad altri due poliziotti, decise di bloccare quei due tipi sospetti, e «all’alt intimato dal sottufficiale, il guidatore faceva la mossa di mettere la mano alla cintola dei pantaloni come per estrarre un pistola ma veniva prontamente immobilizzato… Entrambi gli individui venivano trovati in possesso di pistole automatiche con il colpo in canna, e dichiarati in arresto. Il giovane che era alla guida veniva identificato per il fratello del Proietti Fernando, Maurizio, anch’egli in oggetto indicato.»

Li portarono in ufficio, dove gli archivi erano pieni di notizie sul clan Proietti, «noti malavitosi della capitale legati al defunto Nicolini Franco». Era un gruppo di fratelli, cugini e affini venuti su dai banchi dei mercati rionali di Monteverde, a piazza San Giovanni di Dio e in via Donna Olimpia, «pesciaroli» e gestori di case da gioco, ben inseriti nel giro delle scommesse clandestine. Un gruppo simile per struttura a quelli della ‘ndrangheta calabrese, dove sono quasi tutti parenti.

Il capostipite Giovanni Proietti, classe 1909, titolare del banco del pesce a San Giovanni di Dio, la piazza dove abitava «Franchino er criminale», aveva undici figli, tra cui Fernando, soprannominato «il pugile», Maurizio detto «il pescetto», Mario chiamato «palle d’oro», ed Enrico. Un altro Enrico Proietti, detto «er cane», era figlio di Mariano, fratello di Giovanni, e i suoi figli si chiamavano Orazio e Mariano, lo stesso nome del nonno. Secondo polizia e carabinieri erano tutti esponenti di un clan che dopo l’omicidio di Nicolini contendeva il controllo delle scommesse clandestine negli ippodromi al gruppo di Franco Giuseppucci. Tra i figli di Giovanni Proietti, Fernando, Maurizio e Mario erano già stati denunciati per furto, ricettazione, oltraggio, lesioni e guida senza patente.

Addosso a Fernando Proietti, in Questura, trovarono la chiave di una moto Honda. Lui disse che quella moto non ce l’aveva più da un anno. Sentì i poliziotti che parlavano della prova del guanto di paraffina, e allora, per mettere le mani avanti, raccontò che mentre veniva in macchina da Ostia a Roma con suo fratello Maurizio, aveva sparato un paio di colpi di pistola, senza però spiegare dove e perché. Ma Maurizio, interrogato su questo punto e ignaro di quello che aveva detto Fernando, negò che suo fratello avesse sparato.

Fernando era sposato da diciannove anni con Rosanna, dalla quale aveva avuto tre bambini. Rosanna, secondo copione, disse alla polizia che i rapporti col marito «negli ultimi tempi si erano un po’ raffreddati», e che «a seguito dell’incompatibilità di carattere lui in casa ci veniva raramente.» Lei l’aveva visto l’ultima volta sabato mattina, era uscito di casa dicendo che andava a Ostia, poi le telefonò all’ora di pranzo avvisandola che avrebbe mangiato dalla madre. «Non ho altro da aggiungere.»
FONTE: Giovanni Bianconi, Ragazzi di malavita

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Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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