25 luglio 1978: ucciso a Tor di Valle Franco Nicolini. Nasce così la banda della Magliana

Da “Ragazzi di malavita”, l’agile racconto di Giovanni Bianconi sulla Banda della Magliana sulla carriera e la fine di Franco Nicolini, il “Terribile” della fiction “Romanzo criminale”

A Tor di Valle, alle Capannelle, ma anche ad Agnano e in altri ippodromi della Campania, lo conoscevano quasi tutti. Piccolo, tanto che da Franco era stato soprannominato Franchino, e con la fama da duro, guadagnata fuori e dentro la galera. «Franchino er criminale», gli dicevano, mentre per l’anagrafe era Nicolini Franco di Ornello, nato a Roma il 26 gennaio 1935, ivi residente in piazza San Giovanni di Dio n. 23, quartiere Monteverde.

Era qualche anno che Franchino batteva gli ippodromi, spendendo e guadagnando soldi nel mondo delle corse dopo essere diventato famoso nelle case e nelle bische dove si giocava a poker. I cavalli erano diventati la sua passione, oltre che il suo lavoro. Un lavoro poco pulito, si intende, nel senso che era fatto di scommesse clandestine e gare truccate, ma pur sempre lavoro. Del resto, dopo essere diventato romano a tutti gli effetti salendo i gradini di Regina Coeli, come voleva il poeta, era difficile per chiunque tornare fuori e guadagnarsi da vivere legalmente. Figuriamoci per uno soprannominato «Franchino er criminale», già invischiato negli affari del «clan dei marsigliesi» e segnalato negli archivi di Polizia e Carabinieri con «pregiudizi a carico per rapina, svariati furti aggravati, favoreggiamento reale, associazione per delinquere e altro».

Al mondo dei cavalli Nicolini aveva iniziato anche la sua famiglia: un fratello, Salvatore, era allievo fantino alle Capannelle; un altro, Giovanni chiamato «er bebby» (proprio così, «baby» detto e scritto alla romana), lo seguiva quasi ogni giorno negli ippodromi, controllava i giochi e gli faceva da autista; alla figlia Stefania Franchino aveva intestato i cinque cavalli acquistati negli ultimi mesi. Quegli animali erano il vero capitale di un uomo che a quarantatré anni non aveva altra occupazione che il gioco. Li teneva alle Capannelle ma all’improvviso, in quello scorcio di 1978, se ne era disfatto: Pierre Curie lo vendette a un fantino, Pacifica e Piavolo li regalò al fratello Salvatore, Oliviera fu ceduta a un ex fantino divenuto allenatore, un certo Brunone, mentre Filigudes morì.

La moglie di Nicolini, Iolanda, infermiera al Policlinico Umberto Primo, accompagnava quasi sempre Franchino alle corse. Ma di gare e di scommesse lei non si interessava: se ne andava nei bar e nei ristoranti, dove incontrava qualche amica e aspettava che il marito l’andasse a prendere, al termine delle gare e fatta l’ultima scommessa.

L’omicidio nella serie TV

Tutti quelli che conoscevano «Franchino er criminale» sapevano anche, e non solo per il soprannome che portava, che era un tipo focoso, suscettibile e pronto al litigio. Uno che si faceva rispettare, e che non esitava a menar le mani per far valere le sue ragioni se c’erano di mezzo i soldi. Succedeva quando andava a giocare a poker, e succedeva negli ippodromi, quando c’era qualcosa che a suo giudizio non andava nella gestione delle scommesse clandestine. D’altra parte, nelle corse Franchino metteva molti soldi, quasi dieci milioni a sera: puntava all’incirca due milioni a corsa, e a ogni riunione scommetteva su quattro o cinque corse.

Per lui avevano cominciato a lavorare diverse persone. «Dracula» e «Righetto», per esempio, due che andavano ai picchetti, prendevano le quote e poi puntavano sui cavalli a nome di Nicolini. Tutto nel settore clandestino. Alla fine di ogni serata, se aveva vinto, Franchino dava qualche biglietto da centomila lire a «Dracula», il quale doveva dividerseli con «Righetto». Che truccasse le corse corrompendo i fantini lo sussurravano tutti, e la voce era arrivata fino alla polizia che lo sospettava anche per un incendio scoppiato qualche tempo prima a Tor di Valle13.

Chi si intrometteva od ostacolava l’attività del «criminale» rischiava grosso. Ne seppe qualcosa, una sera di luglio, un tale chiamato Albertone, venuto dal Tiburtino, conosciuto all’ippodromo perché si vedeva spesso e sempre vestito in modo elegante. Quella sera arrivò un po’ tardi, ma in tempo per giocare sull’ultima corsa. Orecchiando tra allibratori e scommettitori venne a sapere che un cavallo di nome Herbert aveva buone possibilità di vincere. Albertone, come tanti altri, puntò su Herbert, e le quote del cavallo scesero di molto, arrivando alla metà di quelle iniziali. Mentre discuteva di questo fatto con alcuni amici, l’uomo fu avvicinato da un paio di individui che senza dire una parola cominciarono a riempirlo di calci e pugni, nonostante Albertone avesse un braccio ingessato e non potesse difendersi. Lo lasciarono a terra, e a chi lo soccorse Albertone chiese subito chi fossero gli aggressori. «Due amici del “criminale”», gli risposero. Anche Franchino, infatti, aveva puntato su Herbert, e che altri avessero fatto lo stesso facendo abbassare le quote lo aveva disturbato14.

Un’altra sera di quell’estate del 78 − sempre a Tor di Valle, davanti a decine di persone, ma tanto nessuno aveva il coraggio di intromettersi − Nicolini picchiò personalmente uno scommettitore, Salvatore Caruso, che veniva da Caserta e frequentava il giro dei napoletani, amico e collaboratore di «don Mimì» Iodice, proprietario di una fabbrica di acqua minerale e notabile democristiano di Casoria, frequentatore di ippodromi e titolare di una scuderia. Alla stazione dei Carabinieri del suo paese «Iodice Domenico, in oggetto generalizzato», era conosciuto come persona «di cattiva condotta morale e civile, notoriamente legata alla malavita locale e dei paesi limitrofi», già denunciata per porto d’armi, lesioni, usura, minacce e tentato omicidio15; ma questo non gli aveva impedito di essere eletto, in rappresentanza della DC, vicesindaco di Casoria.

Nicolini era considerato un amico di «don Mimì», ma negli ultimi tempi i rapporti tra i due s’erano raffreddati. Un po’ perché Nicolini s’era messo in testa di allontanare tutti i napoletani dagli ippodromi romani, in modo da restarne l’unico «padrone», e un po’ perché Iodice, secondo Franchino, faceva il gioco sporco: tirava ad abbassare le quote dei cavalli su cui giocava lui, e quando doveva puntare anche per conto suo non lo faceva, accampando stupide scuse16.

Quella sera se la prese con un dipendente di «don Mimì», Caruso, che all’improvviso si trovò addosso il «criminale»: Nicolini lo aggredì con una testata, poi gli afferrò un orecchio e cominciò a strizzarglielo con forza, riempiendo di insulti «il napoletano»; un altro sferrò qualche pugno e quando Caruso cadde a terra gli arrivarono un bel po’ di calci. Lo portarono al pronto soccorso dell’ippodromo, poi all’ospedale.

Franchino quella sera faceva il gradasso, e dopo aver pestato il suo rivale riprese e giocare. Rientrato a casa raccontò tutto alla moglie: «Ho dato due schiaffi a quello zozzo di Caruso, lui e Mimì Iodice fanno abbassare le quote dei cavalli che gioco io. Non mi piace». Aveva con sé anche un paio di occhiali da sole. «Sono di quel miserabile», disse a Iolanda, «non li buttare che glieli voglio ridare.»

Franchino ne parlava con sufficienza, diceva che la sua vittima era un infame, ma quell’aggressione fece scalpore a Tor di Valle. «Il criminale» si faceva rispettare, d’accordo, ma Caruso non era uno qualunque. «Sta nel giro della “mala pesante”», commentavano allibratori e scommettitori, «questa storia non finisce così.» Se non fossero stati tutti troppo impegnati a puntare su cavalli e fantini, si sarebbero potute accettare scommesse su come e quando sarebbe arrivata la vendetta. Lasciato il carcere dopo aver scontato quasi due anni per la rapina al treno, Fulvio Lucioli si era legato sempre più a un terzetto composto da Gianni «il roscio», Edoardo Toscano detto «operaietto» e Nicolino Selis, anche lui uscito di galera da poco tempo, il quale aveva reso più stabili i suoi contatti con i napoletani trapiantati a Roma. Sia Selis che Franco Giuseppucci, «er negro», frequentavano gli ippodromi. E a Tor di Valle avevano conosciuto Enzo Casillo, uno dei luogotenenti di «don» Raffaele Cutolo e della Nuova Camorra Organizzata. Tutti insieme si erano resi conto che nel mondo dei cavalli si poteva guadagnare molto.

Fu «er negro» a presentare Selis e i napoletani a quelli della Magliana. «La conoscenza di Nicolino Selis», ha raccontato ai giudici Maurizio Abbatino, «avvenne attraverso Franco Giuseppucci, il quale ce lo presentò. Contemporaneamente conoscemmo anche Raffaele Cutolo, il quale in quel periodo, secondo quanto ci disse Selis, era latitante a seguito di un’evasione dall’ospedale psichiatrico giudiziario e avrebbe dovuto regolare dei conti. L’incontro con il Cutolo avvenne in un albergo all’ingresso di Fiuggi, dove questi disponeva di un intero piano, per sé e per i suoi guardaspalle.»

Selis aveva conosciuto «don» Raffaele nel centro clinico del carcere napoletano di Poggioreale, poi s’erano rivisti al manicomio giudiziario di Aversa. Il boss di Ottaviano l’aveva preso a ben volere, tanto da arruolarlo nella camorra. «Nicolino divenne subito mio amico», ha detto Cutolo al giudice. «Rispetto ai miei tanti amici, di lui mi fidavo ciecamente, allo stesso modo in cui mi fidavo di Enzo Casillo. Dopo il mio rumoroso allontanamento dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, avvenuto il 5 febbraio 1978, Nicolino Selis venne da me fatto contattare e invitato a raggiungermi ad Albanella, dove mi ero rifugiato in una masseria. Da quel momento Selis divenne il mio capo-zona su Roma.»17.

Un giorno di luglio del ’78 Marcello Colafigli, un venticinquenne coi suoi bravi precedenti penali conosciuto attraverso Selis e Toscano, chiese a Lucioli di rimediargli una macchina. Rimediare voleva dire rubare, e Lucioli non se lo fece dire due volte. Al quartiere dell’Alberone, davanti a una macelleria, vide una 132 rossa che faceva al caso suo, abbandonata in doppia fila dal proprietario con le chiavi attaccate al cruscotto. Impossessarsi di quell’auto fu uno scherzo. «Rubata la macchina», confesserà Fulvio Lucioli nel 1983, cinque anni più tardi, «la consegnai al Colafigli. Intendo precisare che ignoravo del tutto che utilizzo dovesse essere fatto dell’auto…»18 Lo capì qualche giorno dopo, leggendo i giornali. Il signor Bruno veniva da Capistrello, in provincia dell’Aquila, e faceva il ferroviere. Al mattino lavorava al deposito di San Lorenzo, la sera, per arrotondare lo stipendio, faceva il posteggiatore a Tor di Valle. Sul piazzale davanti all’ippodromo c’era un grande parcheggio, il numero di posteggiatori variava di volta in volta, a seconda delle esigenze. La sera del 25 luglio 1978 ce n’erano due o tre, ma quello che vide meglio ciò che accadde fu il signor Bruno.

Mezzanotte era passata già da un po’, la riunione era terminata e la gente aveva cominciato a sfollare. Erano in tanti, perché nelle sere d’estate a Tor di Valle va anche chi cerca semplicemente un po’ di fresco e con i cavalli non ha niente a che fare. Tra coloro che tornavano alle macchine, il signor Bruno notò Franco Nicolini, che aveva parcheggiato la sua Mercedes nel pomeriggio, e gli andò incontro per farsi pagare. Franchino era conosciuto, almeno di vista, da tutti i posteggiatori dell’ippodromo.

Bruno si fece dare i soldi, tolse il tagliando dal tergicristallo della Mercedes, salutò e tornò verso gli altri clienti che volevano ritirare le proprie macchine. All’improvviso sentì dei colpi secchi, degli spari. Si voltò di scatto e vide che provenivano dal punto in cui si trovava lui qualche secondo prima. Intorno alla Mercedes di Franchino c’era un fuggi fuggi generale, persone che gridavano e che scappavano verso l’entrata dell’ippodromo. Dentro, nessuno s’era accorto di nulla, il megafono dello speaker aveva appena gracchiato una strana frase: «Angelo ammazza la morte telefoni a casa». Anche il signor Bruno cominciò a correre verso l’ingresso, poi si voltò ancora e notò un’auto scura che procedeva a zig zag tra le macchine parcheggiate, sentì altri spari.

A quel punto Bruno si bloccò, la macchina ormai se n’era andata dopo aver fatto un’ultima curva sgommando, e pensò che doveva tornare da dove era venuto: forse poteva aiutare qualcuno. Ma arrivato lì si rese conto che non c’era proprio niente da fare: Franco Nicolini era a terra in un lago di sangue, già morto.

Ai poliziotti che lo portarono in Questura il posteggiatore raccontò tutto questo, ma quando si trattò di essere più preciso sulle facce e le macchine che aveva visto rispose: «Non sono in grado di fornire alcuna indicazione circa il numero di targa né la provincia di appartenenza dell’auto che si allontanava dal luogo della sparatoria. Non ho sentito alcuno che avesse appuntato il numero di targa della citata auto. Non sono in grado di fornire alcuna altra indicazione sulla dinamica dei fatti avvenuti. Non ho udito nessuna voce né grida al momento dell’esplosione dei colpi, né ho visto alcuno con armi in mano. Non conosco nessuna delle persone che accompagnavano il Nicolini nelle serate all’ippodromo…».

Era sempre la solita storia, mai nessuno che ricordasse una targa, un nome, o desse un’indicazione che andasse oltre gli spari e il fuggi fuggi.

Quel martedì sera la signora Iolanda Nicolini non aveva accompagnato il marito alle corse dei cavalli. Per questo Franchino era solo, sul piazzale dell’ippodromo. All’interno di Tor di Valle aveva appena salutato suo fratello Giovanni, «il bebby», e altri amici: «il zanzara» e «il marinaretto». La figlia Stefania se n’era andata da un paio di minuti, in macchina col marito. Quando uscì fuori e vide Franchino disteso a terra, Giovanni Nicolini scoppiò a piangere, e chiese all’amico Serafino di andare a casa di Iolanda. Serafino andò, disse alla signora che Franco aveva avuto un incidente, e insieme a lei tornò a Tor di Valle in tempo per farle guardare il corpo di suo marito rimasto dove l’avevano lasciato i suoi assassini. «Immobile», tenne a precisare un poliziotto nel rapporto.

Gli uomini della Scientifica che fecero la perquisizione del cadavere gli trovarono addosso più di undici milioni in banconote da cinquanta e centomila lire, un Rolex e un braccialetto d’oro, cambiali per sette milioni firmate da Franco Nicolini, un «pagherò» del poker da settemila lire, qualche biglietto da visita, fatture d’albergo e una copia del giornale «L’eco della pista − Tor di Valle». Niente armi. «Mio marito», spiegò la moglie in Questura, «non ha mai portato armi. Quando ha litigato lo ha sempre fatto a parole o con le mani.»

Quanto alle liti più recenti, Iolanda Nicolini ricordò quella con «don Mimì» Iodice, che però, a quanto ne sapeva lei, si era risolta: «Infatti giovedì 20 corrente, stando al campo di Tor di Valle, ho visto che mio marito attraversava dal bar verso il campo in compagnia di Serafino e del “Mimì”. A fine corse ho chiesto a Franco se aveva fatto la pace con “Mimì” e lui mi ha risposto affermativamente, dicendomi però che ognuno di loro, da quel momento, doveva pensare per sé».

Il fratello del morto, «il bebby», che conosceva quasi tutto dell’attività di Franchino, non solo non collaborò con gli investigatori, ma fu sospettato addirittura di voler intorbidire le acque: dopo l’omicidio spostò la Mercedes di Nicolini e fece sparire qualcosa dall’interno della macchina. Finì arrestato per falsa testimonianza, un’accusa che non avrebbe portato da nessuna parte e che si sarebbe risolta in un nulla di fatto.

Un commissario della Squadra Mobile, cinque anni più tardi, scriverà in un rapporto a proposito dell’omicidio Nicolini: «Fin dalle prime indagini apparve ovvio che il movente doveva ricercarsi nell’ambiente degli scommettitori clandestini, attività che la vittima gestiva da anni con modalità autoritarie e irruenti. Le investigazioni però naufragavano di fronte al muro di omertà presentato dalle numerose persone che, nel tempo, avevano avuto dispute con l’ucciso». Ad ammazzare Franco Nicolini, sul piazzale di Tor di Valle, erano andati in sette. L’ottavo del gruppo, Franco Giuseppucci, aspettava all’interno dell’ippodromo. Avevano due macchine, la 132 rossa rubata da Lucioli qualche giorno prima e una 131 scura, rubata anche quella. Aspettarono «il criminale» al parcheggio, e appena si accorse di loro Franchino tentò di scappare. Partirono i primi colpi, e la fuga di Nicolini fu bloccata dalla 132 che gli si mise davanti. A quel punto i due killer gli scaricarono addosso le loro pistole. Il medico legale disse che era stato colpito da nove proiettili: uno gli trapassò la guancia, un altro l’emitorace destro e un altro ancora il braccio destro, due lo colpirono al torace e quattro alla testa. «È morto quasi istantaneamente», sentenziò il referto.

Nessun testimone lo disse, ma in quella pioggia di fuoco rimase ferito anche uno degli assassini, Nicolino Selis, colpito al piede, di striscio, da un proiettile. I suoi complici lo portarono a medicarsi al Sant’Eugenio, da un infermiere amico loro che non fece figurare nulla sui registri dell’ospedale.

Quattordici anni più tardi, nel 1992, Maurizio Abbatino, che faceva parte del «commando» di Tor di Valle, ha confessato al giudice istruttore: «I componenti del gruppo che commise l’omicidio erano: Renzo Danesi alla guida della Fiat 132, io alla guida della Fiat 131, Enzo Mastropietro, Giovanni Piconi, Edoardo Toscano, Marcello Colafigli, Nicolino Selis. A sparare furono Toscano e Piconi, le armi usate erano a canna corta e tutti, comunque, eravamo armati. All’interno dell’ippodromo si trovava, invece, il solo Franco Giuseppucci. Successivamente all’esecuzione dell’omicidio abbandonammo le auto e ci portammo tutti a casa mia, dove in un secondo tempo ci raggiunse anche Giuseppucci. La mia abitazione in quel periodo era libera, poiché la mia famiglia aveva affittato una casa sul litorale di Fondi insieme a Renzo Danesi. Per commettere l’omicidio ci eravamo spostati, sia io che il Danesi, da Fondi a Roma, il che doveva rappresentare una specie di alibi»19.

Il gruppo che stava nascendo dalla fusione tra quello di Giuseppucci e quello di Selis aveva più di un motivo per eliminare Franco Nicolini. Nicolino Selis lo cercava da qualche anno, da quando aveva litigato con Franchino a Regina Coeli. Era il ’74 o il ’75, e nel vecchio carcere romano si respirava aria di rivolta. I detenuti godevano di molta libertà, in pratica erano loro a dettare legge, e per questo ogni volta che arrivavano ordini di trasferimento si barricavano nelle celle e impedivano agli agenti di custodia di entrare. Ma in un’occasione, una mano alle guardie la diede proprio Nicolini, che insieme a un altro detenuto si mise a girare per i corridoi e convinse gli altri ad aprire le porte delle celle, costringendoli a uscire e a fare quello che dicevano gli agenti.

Selis vide tutto e affrontò Franchino, gli disse che era «una guardia infame», che gli mancava solo il berretto. Volò anche qualche schiaffo, un affronto che per uno come Selis, considerato un capo a Regina Coeli, non poteva restare impunito.

Tornati tutti e due in libertà, Selis decise di punire «il criminale», e chiese l’appoggio a quelli della Magliana anche per saggiarne l’affidabilità sul piano operativo, visto che da allora in avanti avrebbero dovuto «lavorare insieme». Abbatino, Giuseppucci e compagni non erano stati a fare tante domande: sapevano che tra quei due c’era della ruggine e tanto bastava. Del resto anche a loro, decisi a conquistare la supremazia su Roma, non andava giù che Nicolini continuasse a fare «il capo». «La decisione di fargliela pagare», ha raccontato Antonio Mancini, «era già stata presa prima della sua scarcerazione, si attendeva solo l’occasione propizia per ammazzarlo»20.

Ma a parte la vendetta, c’era qualche altro motivo per togliere di mezzo Franchino. Il controllo delle gare a Tor di Valle, per esempio. «Giuseppucci», ha spiegato Abbatino, «riusciva quasi sempre a condizionare l’andamento di qualche corsa e Nicolini, essendo un allibratore di un certo calibro e avendo un sostanzioso controllo dell’ippodromo, spesso intralciava i programmi del primo, ma anche quelli di altri allibratori i quali operavano a Tor di Valle ed erano, a loro volta, legati a organizzazioni malavitose come la camorra…

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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