25 agosto 2001, muore in cella Germano Maccari, un brigatista atipico

Il 25 agosto 2001, nel carcere di Rebibbia, moriva di aneurisma cerebrale Germano Maccari, un “brigatista atipico”. Come lui stesso ebbe modo di definirsi: perché contestava il concetto di clandestinità strategica ed era convinto che la lotta armata dovesse restare fortemente ancorata alle lotte di massa. Nelle Brigate Rosse militò solo per un anno, essendovi entrato nel maggio 1977 e uscito a fine maggio-inizio giugno del 1978.

Ebbe comunque tempo e modo di ricoprire un ruolo decisivo nel sequestro (il quarto uomo nella prigione di via Montalcini) e nell’uccisione di Aldo Moro (passò la Skorpion a Moretti dopo che si era inceppata la pistola, oppure, secondo una testimonianza post mortem di Lanfranco Pace, fu lui stesso a sparare perché il capo delle Br si era a sua volta emotivamente bloccato). Immediatamente dopo, avendo contestato l’esito, lasciò l’organizzazione e la lotta armata.

L’interrogatorio di Germano Maccari al processo Moro quater

Il servizio dell’Unità

Il primo arresto


Il primo arresto scatta il 4 marzo 1982, in un blitz frutto delle confessioni di Antonio Savasta e che smantella la diffusa rete brigatista nei ministeri, compresi quattro dirigenti sindacali dei Trasporti. Il nome di Germano Maccari, figura in fondo all’articolo, nell’ultimo paragrafo. Figura assolutamente minore: è indicato come disoccupato, militante delle Fac. E infatti in quest’inchiesta finirà imputato per l’omicidio di Mario Zicchieri, il giovanissimo missino ucciso davanti alla sezione Prenestino nell’ottobre 1975. Assolto e scarcerato, torna nel suo cono d’ombra.

Il secondo arresto

Fino al 1993, quando stavolta, grazie alle accuse di Adriana Faranda, possono accollargli la responsabilità del sequestro Moro. Lui nega con grande determinazione. E’ convincente: tanti brigatisti in quegli anni, scarcerati per la lentezza dei processi, hanno trovato rifugio a Parigi, sotto l’ombrello della dottrina Mitterand.

Scarcerato nel 1995 per decorrenza termini, resta ancora a Roma in attesa del suo destino. Solo nel 1996 si decide ad ammettere le sue responsabilità. Accetta il confronto con la Commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino e qui racconta la sua storia di “brigatista atipico”:

In commissione Stragi

 La mia storia politica comincia nel 1969 in un quartiere della periferia degradata di Roma, Centocelle. Io sono uno studente liceale, divento un dirigente dei medi, provengo da una famiglia di comunisti, probabilmente ho respirato determinati ideali già nel grembo di mia madre. Mi sono sempre interessato delle lotte per le case, per dare una casa ai diseredati, eccetera.

Nella situazione italiana io capisco ad un certo punto che non basta la lotta ma, visto che veniamo attaccati dalla polizia, eccetera, occorre difendersi, respingere gli attacchi, eccetera. E, forse per mia predisposizione, ma è una cosa che non so spiegarle, anche i dirigenti di Potere operaio capiscono e mi affidano dei compiti, che sono dei compiti di servizio d’ordine, quindi più inerenti all’ambito militare dell’organizzazione.

La mia prima gambizzazione

Io sono quello che spara, ferendolo alle gambe, un capo reparto della Fatme, il signor Uras nel 1972 -73, quindi da giovanissimo compio queste cose. Dentro Potere operaio lavoro con Valerio Morucci in una struttura chiamata “lavoro illegale”; non eravamo una banda armata, però cominciavamo a pensare a come fare la guerriglia in una situazione metropolitana, a conoscere le armi. Poi veniamo al tentativo di colpo di Stato del principe Valerio Borghese.

Io personalmente temo una simile eventualità, per cui, magari con uno spirito forse un po’ romantico, ritengo che sia meglio morire su una barricata o in un conflitto a fuoco piuttosto che essere lanciato da un elicottero come è successo a tanti compagni in Cile. Per cui cominciammo a pensare di armarci, di costituire dei depositi di armi, cominciammo a leggere dei libri particolari, facendo delle ricerche; sto parlando degli anni di Potere operaio fino al 1973.

Gli anni delle bande armate

Poi nel 1974 formiamo alcune bande armate; è un periodo storico in cui il movimento rivoluzionario è un magma incandescente in continua ebollizione, ci sono bande armate che si formano e che si sciolgono, sono bande armate composte di 10-15 militanti. Fino ad arrivare, nel 1976, allo scioglimento del Lap (Lotta Armata Potere Proletario), che è la banda armata che io ho costituito insieme a Morucci, alla Faranda e a Bruno Seghetti.

Durante questo percorso mano a mano vedo l’atteggiamento della sinistra, c’è una certa millanteria, parlo sempre di piccole bande armate. La mia teoria era quella di formare delle strutture che fossero estremamente legate alle lotte di massa. Secondo la mia visione guerrigliera, per esempio, se c’era una lotta contro le bollette telefoniche per dare un esempio, un segnale, magari si colpisce un dirigente della Sip. Io non avevo una visione della clandestinità; per me la clandestinità doveva essere una cosa purtroppo necessaria, cioè se qualcuno veniva individuato dalle forze dell’ordine è evidente che avrebbe dovuto nascondersi.

Io ero contro la clandestinità

Però questa teoria di far crescere i militanti, di farli vivere, di sdradicarli dal loro ambito di appartenenza, dalle lotte, dal movimento, questo mito della clandestinità io non l’ho mai condiviso. Anzi, al contrario, io pensavo più alla semi clandestinità, cioè le persone dovevano vivere nella propria famiglia e poi avere quasi una seconda vita. Questo anche perché ritenevo, anche per aver letto dei libri di Giovanni Pesce ed altri, che la clandestinità una persona può reggerla uno o due anni, è una cosa molto dura; mi ponevo anche il problema di quali persone sarebbero state dopo due o tre anni di clandestinità. Ritenevo che anche umanamente il clandestino si sarebbe indurito troppo, avevo questo tipo di natura.

Questo per dirle che mai io pensavo in quegli anni, il 1974-75-76, alle Brigate rosse, che teorizzavano la clandestinità, il discorso del partito. Una volta qualcuno mi chiese se io ero stato comunista ed io risposi che il Pci era stato comunista, le Brigate rosse erano state comuniste; forse io sono stato un ribelle, un rivoluzionario. Probabilmente se fossi vissuto in Ungheria sarei stato contro l’Unione Sovietica; forse sarei stato davanti al carro armato come quello studente in Cina.Io non avevo questa concezione, le Brigate rosse invece si.

Perché entro nelle Brigate rosse

Lei mi chiederà perché poi alla fine sono entrato nelle Brigate rosse. Devo dire allora che nel 1976 si scioglie il Lapp (una banda armata minore, quella che ha compiuto l’attentato alla SIP in via Cristoforo Colombo) e io comincio ad avere dei dubbi anche sulla serietà di certi atteggiamenti: vedevo persone dentro Potere operaio che consideravano la rivoluzione quasi come un gioco; per contro, avevo grande fiducia e stima di persone come Bruno Seghetti e Valerio Morucci.

Quando queste piccole bande armate si sciolgono, prima Morucci e poi Seghetti entrano nelle Brigate rosse (credo che siamo intorno al 1976); prima Morucci e poi Seghetti vengono da me e mi fanno la proposta di entrare nelle Brigate rosse. Questo perché, anche se molto giovane, ero uno che aveva fatto tantissime azioni guerrigliere e quindi avevo una grossa esperienza sotto questo punto di vista, mi conoscevano e avevano una estrema fiducia in me. Probabilmente quando le Brigate rosse hanno formato la colonna romana avevano bisogno di militanti; forse avevano anche bisogno di persone con l’esperienza militare che potevamo avere io, Morucci e Bruno Seghetti.

Senza Potop niente sequestro Moro

Probabilmente se noi di Potere operaio non fossimo entrati nelle Brigate rosse queste ultime non sarebbero riuscite nemmeno ad organizzare il sequestro Moro. Sono tanti gli esponenti di Potere operaio, da Alvaro Lojacono a Casimirri, da Barbara Balzerani a Bruno Seghetti, da Faranda a Morucci a me e a tanti altri. Inizialmente risposi a Morucci che non volevo entrare, però gli dissi che sarei stato disponibile a reperire armi, soldi e a dare un contributo a questa organizzazione. Egli mi disse molto seriamente che le Brigate rosse non erano come il Lap (cioè come le bande armate che avevamo fatto noi), che erano serie e che non accettavano questo rapporto: o ero delle Brigate rosse oppure no.

Alla fine mi sono lasciato convincere ad entrare nelle Brigate rosse. Mi fu chiesto inizialmente di svolgere compiti più logistici, studiare cioè come venivano fatti i silenziatori, eccetera, cosa che ho fatto. Questa è una cosa che non ho detto neanche ai processi perché non mi è stata chiesta, signor Presidente, ma non ho nulla da nascondere. Studiai appunto il modo di fare delle cose in questo periodo.

Ero uno che non faceva domande

Non mi sono mai voluto nascondere dietro un dito, mi sono assunto le mie responsabilità. Mi sono assunto il sequestro e l’omicidio di Moro, non vedo perché dovrei nascondere che io sapevo di via Fani: che cosa mi cambia dal punto di vista giuridico della somma di anni che dovrò prendere? Non mi cambia nulla. Quando dico che non sapevo di via Fani è perché è la verità, io non sapevo di via Fani. Non ero come Morucci che magari parlava con la sua compagna, si faceva raccontare le cose, per cui la Faranda è riuscita a sapere cose che non ha visto, perché in accusa parlava per sentito dire.

Io ero una persona che dentro le Brigate rosse non faceva domande; facevo ciò che mi era stato assegnato di fare; ero, da un punto di vista guerrigliero, una persona seria, affidabile, tant’è vero che alcuni, anche i giudici, si sono posti una domanda: “ma lei come ha fatto a uscire dalle Brigate rosse e non gli ha fatto niente nessuno, così, tranquillo?”. E’ perché le Brigate rosse mi conoscevano, si fidavano e sapevano che mai e poi mai avrei tradito o fatto arrestare nessuno. Ho iniziato un viaggio con loro che è durato un anno, quello del sequestro Moro; durante questo periodo mi sono reso conto che si trattava di un viaggio sciagurato, un viaggio dannato; non è che sono sceso dalla barca e ho abbandonato i miei compagni; non è che gliel’ho detto, ma dentro di me io ho ragionato così, perché sono fatto così. Mi sono detto: “Io finirò questo viaggio, però sia chiaro che con voi non intraprenderò più nessun altro viaggio”.

Le Br non erano la mafia

Qualcuno mi ha detto: “ma lei, la notte dell’8 maggio, visto che era contrario ad uccidere Moro, perché non ha girato la maniglia, è uscito e se ne è andato?”. Per la stessa ragione perché non sono uno che lascia. A parte che non avrei salvato il presidente Moro, perché probabilmente se avessi fatto una cosa del genere forse lo avrebbero ucciso la notte stessa, si sarebbero impauriti. Non è, come qualcuno ha cercato di farmi dire, che io temevo per la mia famiglia. No, io sapevo che le Brigate rosse non sono la mafia, sono state un’altra cosa. Qualcuno potrà dire forse peggio, non lo so, ma sono state altra cosa rispetto alla mafia. Non erano criminali comuni. Oggi lo riconosce l’ex presidente Cossiga, lo riconosceva il senatore Ugo Pecchioli , che è morto, nel suo libro “Tra misteri e verità”.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.