40 anni fa magistrati sotto tiro: uccisi in 4 giorni Giacumbi, Minervini e Galli

Siamo a Salerno, in corso Garibaldi. È il 16 marzo 1980 e, al cinema Capitol, proiettano “Kramer contro Kramer”. Nicola Giacumbi e la moglie Carmela hanno assistito alla proiezione delle 18:30 e, verso le 20:00, escono dal cinema e si avviano verso casa. Sono arrivati quasi all’ingresso quando, dall’ombra spuntano due uomini. Impugnano due pistole munite di silenziatore. All’improvviso quattordici colpi vengono esplosi verso Giacumbi che muore all’istante, la moglie è viva per un soffio: un proiettile le ha sfiorato la nuca.

Giacumbi sapeva di essere un bersaglio mobile. Aveva da poco tempo finito di lavorare ad un dossier sulle Brigate Rosse, in merito all’incendio della filiale locale della Fiat nella cui sede furono fatte esplodere con cariche di tritolo numerose autovetture. Sapeva benissimo, lui come tutto il Palazzo di giustizia, che a Salerno doveva succedere qualcosa, e che sul territorio c’era un’agguerrita cellula delle brigate rosse. Ma tutto questo non gli fece mai cambiare idea. Quando arresteranno i suoi assassini, l’anno dopo, emergerà una verità incredibile: Giacumbi è stato ucciso per vendicare la morte del militante di sinistra romano Valerio Verbano, avvenuta nel quartiere Monte Sacro il 22 febbraio 1980. Ma cosa c’entrava Giacumbi?, chiederà il pm Silvio Sacchi. “Era anche lui un fascista”, sarà la risposta. Non ancora riconosciuti dalle Brigate Rosse gli otto membri della colonna salernitana volevano, con quel delitto, accreditarsi. Il suo assassinio era inquadrato in una campagna di attentati contro i rappresentanti dello Stato, infatti due giorni dopo a Roma venne ucciso un altro magistrato Girolamo Minervini, e il giorno successivo, il 19 marzo, venne ucciso Guido Galli ad opera di Prima Linea.

Ma non fu una campagna programmata

Così Roberto Greco ricostruisce su Reference post uno dei più assurdi omicidi degli anni di piombo. Anche di altri attentati (dal rogo di Primavalle alla strage di Acca Larentia) si è detto che erano ‘biglietti da visita’, domande di candidatura alle Br. Solo nel caso di Salerno, però, gli aspiranti brigatisti usarono il nome della “Ditta” senza farne parte. Anzi, senza neanche essere in contatto. Tant’è che solo dopo l’omicidio cercarono il contatto con la colonna napoletana…
Su una cosa, ovviamente, si sbaglia l’autore del post: se non erano in contatto con le Br, ovviamente, non potevano sapere che la colonna romana aveva pronto un attentato e tanto meno che anche Prima Linea a Milano si accingesse a colpire la macchina giudiziaria. Non era quindi una campagna programmata ma indubbiamente tre magistrati uccisi in quattro giorni ebbero un impatto moltiplicato, proprio alla vigilia di uno dei colpi più duri che lo Stato si accingeva a infliggere al partito armato.

Le Brigate rosse ammazzano Minervini

La fine di Girolamo Minervini ce la racconta ancora Roberto Greco, su una testata più nota, Antimafia Duemila. Il particolare inquietante, in questo caso, è che un magistrato appena chiamato a un posto ad altissimo rischio andasse al lavoro in autobus. Ma fu una sua scelta.

Il giorno prima, era stato nominato Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. I suoi precedessori, Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione, erano stati entrambi nel mirino delle Brigate Rosse ed erano stati uccisi. Per lui, si volevano prendere misure straordinarie. Minervini rifiutò la scorta. Sapeva che il suo destino era stato segnato dalla nomina e non voleva che i ragazzi della scorta potessero morire con lui

Sono circa le 8:15 del mattino del 18 marzo 1980. È martedì. Girolamo Minervini esce dalla sua abitazione, in via Balduina 135, a Roma. Un saluto alla portinaia e si avvia verso la fermata dell’autobus. Dopo qualche minuto, mosso più dal traffico romano che non dal suo motore, arriva la vettura della linea 991. Minervini sale e si posiziona sul fondo, vicino alla macchinetta obliteratrice. L’autobus inizia la sua corsa. Cinque fermate e raggiunge via Ruggero di Lauria. Alla fermata, il bus si ferma e si aprono le porte. Un’auto lo sorpassa a destra mentre si sta fermando. Dall’auto escono due uomini, Francesco Piccioni e Sandro Padula, che salgono sul bus. All’improvviso, il forte rumore dei colpi di un’arma da fuoco rimbomba all’interno dell’autobus. Girolamo Minervini è colpito. Si accascia aggrappandosi alla macchinetta obliteratrice mentre il suo impermeabile si colora del suo sangue. Panico sull’autobus, partono altri colpi di pistola che feriscono tre persone, una di queste è un ragazzo di sedici anni. Piccioni e Padula fuggono a bordo di un’altra auto che era in attesa poco più avanti della fermata dell’autobus.

Prima Linea uccide Galli

L’omicidio di Milano avrebbe dovuto coincidere con quello di Roma. Due tentativi a vuoto, prima di quelle tre pallottole sparate in un corridoio della Statale. Il 18 marzo del 1980 il commando di Prima Linea aveva provato due volte — prima la mattina sotto casa, poi all’università — a uccidere Guido Galli. Il terzo va a segno. Sirio, nome di battaglia di Sergio Segio, si avvicina al magistrato, che sta andando a fare lezione nell’aula 309. Lo chiama per cognome, lui si volta, Segio spara tre volte, a meno di due metri di distanza, con una calibro 38 special, mentre in due — Michele Viscardi, “Teo”, e Maurice Bignami, “Davide” — gli coprivano le spalle, lanciando un fumogeno per confondere tutti, e Franco Albesano aspettava nell’atrio.
La figura di Guido Galli, fine giurista, è ben tratteggiata da Francesco Gianfrotta, il pm torinese che sostenne l’accusa al processo. Il testo è parte di una più ampia orazione, per la commemorazione del 2016, pubblicata da Questione Giustizia

La morte di Galli “un fallimento di PL”

Ma due fatti mi colpirono studiando il processo e poi partecipando al dibattimento.

Il primo fu il volantino di rivendicazione dell’omicidio. Guido Galli, al pari di Emilio Alessandrini prima di lui, fu ucciso perché magistrato efficiente, che con il suo impegno dava credibilità agli uffici giudiziari milanesi, quindi allo Stato. Era l’ammissione indiretta di una sconfitta e di un sostanziale fallimento: del progetto politico dell’organizzazionene PL, che aveva operato in quei casi, ma in generale della complessiva attività della galassia terroristica. La dimostrazione che un altro mondo era possibile, diverso, anzi opposto a quello auspicato dai terroristi: fatto di efficienza, di leggi serie ma non inutilmente restrittive, applicate seriamente, con rigore intellettuale ed avendo come stella polare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e i diritti delle parti nel processo. A riprova del fatto che lo Stato poteva cambiare, diventare moderno e giusto, grazie all’impegno di quanti lo rappresentavano con il loro impegno professionale. Era la conferma che il progetto rivoluzionario, prima ancora che per il fatto di essere fondato sulla violenza, doveva essere respinto perché intrinsecamente sbagliato.

“Un giudice al servizio dei più deboli”

Il secondo aspetto riguardò la figura di Guido Galli, uomo e magistrato. Ricordo l’arringa del difensore delle parti civili. Guido Galli magistrato ne usciva come un giudice che concepiva il suo lavoro anche come servizio a favore dei soggetti deboli: così era stato da pretore, quando era sempre pronto a ricevere persone umili per ascoltarle e spiegare loro i diritti che avevano.

Guido Galli giudice completo, quindi. Di grande cultura giuridica; ma anche capace di leggere la realtà che si muoveva intorno a sé, da giurista e da cittadino fedele ai valori dello Stato democratico di diritto. Fortemente dedito al lavoro su processi impegnativi e di forte impatto sociale e politico, oltre che di grande risonanza mediatica; ma con un’idea della giustizia come servizio per tutta la comunità, senza distinzioni al suo interno di persone di serie A e di serie B.

Uno dei migliori giudici della storia della Repubblica. Purtroppo, ucciso per questo.

Galmozzi: Galli criminalizzò i fiancheggiatori

Di diverso avviso Chicco Galmozzi, fondatore e primo leader militare di Prima Linea. Galli non fu ucciso come “giudice democratico” ma perché estendendo i criteri dell’appartenenza alla banda armata anche ai fiancheggiatori, aveva prosciugato l’acqua in cui nuotavano i pesci della lotta armata

Premesso che non intendo affatto rivendicare (è noto quello che penso su quella stagione della lotta armata) ma ristabilire i termini della questione. Galli fu il principale teorico che adeguò la giurisprudenza sulla banda armata (ferma ai tempi della persecuzione delle bande partigiane) lavorando su due punti fondamentali: 1) l’estensione del “concorso”, Per es. se sei affittuario di una casa da cui partono militanti per compeiere un omicidio sei responsabile penalmente in corcorso di quell’omicidio. 2) equiparando la figura del fiancheggiatore a quella di organizzatore. La sua tesi fu che stante il carattere strategico per la vita dell’organizzazione il supporto logistico (tipo anche solo dare da dormire) il finacheggiatore assumeva ora il profilo di “costitutore”. Abolito il fiancheggiamento qualsiasi persona che offrisse un aiuto o un supporto logistico era passibile di ergastolo. Sono evidenti le conseguenze di tutto ciò. Da lì a pochi mesi i militanti residui dei Colp andavano a dormire sui treni notturni…Per tutto questo Galli era finito nel mirino.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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