17 aprile 1975. I carabinieri uccidono Giannino Zibecchi. Milano a ferro e a fuoco

Giannino ZibecchiLa risposta all’omicidio di Claudio Varalli è dura ed estesa: in tutt’Italia si svolgono violente manifestazioni di protesta con assalti alle sedi fasciste e scontri con le forze dell’ordine. Cominciamo da Milano a raccontare “le giornate di aprile

Il raid al Giornale

Gia nella notte i compagni milanesi sono passati all’attacco, tentando di impedire l’uscita del Giornale. Indro Montanelli la racconta così nell’editoriale in cui dà conto ai lettori della tiratura ridotta:
Verso mezzanotte, mentre eravamo impegnati nel nostro lavoro di tipografia, questa veniva assaltata da un gruppo di dimostranti dell’extra-sinistra armati di pistole e di spranghe, che hanno distrutto le vetrate della portineria e di altri locali. Coraggiosamente i tipografi hanno fatto fronte all’assalto. Ma intanto i camion addetti alla distribuzione de il Giornale venivano fermati da altri manifestanti che, letti i titoli di prima pagina, decidevano di impedirci l’uscita. Contemporaneamente si riuniva il Consiglio di fabbrica, al quale partecipavano – non si sa bene a quale titolo – gli stessi assalitori. Esso condizionava la ripresa del lavoro alla pubblicazione di un suo comunicato che deplorava il Giornale per il modo «tendenzioso» con cui aveva riferito l’uccisione del giovane Claudio Varalli. Abbiamo accolto la richiesta perché ciò che più ci premeva era di portare la nostra cronaca sotto l’occhio del lettore, lasciandolo giudice della sua «tendenziosità».

Il bilancio degli attacchi

Per la prima volta a Milano la testa del corteo è presa e tenuta dall’Autonomia.

  • Sono assaltati il bar Donini e il Gin Rosa in piazza S. Babila
  • Devastati 3 bar in via Plinio, viale Romagna, via Borgogna, ritenuti ritrovi fascisti.
  • Assaltati gli uffici della compagnia aerea spagnola «Iberia» in via Albricci.
  • Devastate 2 sedi MSI in via Murillo e in via Guerrini.
  • lncendiata la sede milanese dello «Specchio».
  • Viene assalito e ridotto in gravi condizioni (ma si salverà) il consigliere provinciale MSI Cesare Biglia in via Camminadella mentre usciva di casa con la moglie. 
  • Devastata la cartoleria “Tecnica” in via Custodi. Assaltata l’agenzia di viaggi «Utras».
  • Devastato e incendiato un bar Alemagna.

La battaglia di via Mancini

Tentativo di assalto e incendio della sede MSI di via Mancini da parte del corteo. I carabinieri rispondono con lancio di candelotti e colpi d’arma da fuoco. Il corteo risponde a sua volta: 11 automezzi dei carabinieri bruciati. Le forze dell’ordine scappano disordinatamente. Gli scontri si estendono fin verso il Palazzo di giustizia. La situazione precipita quando arriva sotto la federazione missina la coda del corteo, che è tenuta da Movimento studentesco e Comitati antifascisti e si è mantenuta prudentemente fuori dai raid autonomi. 

L’uccisione di Zibecchi

Alle 12,40 i carabinieri uccidono Giannino Zibecchi dei Comitati di vigilanza antifascista. Un camion facente parte di una colonna dei C.C. dopo numerosi caroselli si dirige sul marciapiedi contro coloro che stanno fuggendo, e, sterzando, gli passa sopra. Egli giace a terra, privo di vita, chi accorre verso di lui ha appena il tempo di vederne il viso orrendamente sfigurato e il cervello che giace a poca distanza dal cadavere, poi deve fuggire per scampare ai colpi d’arma da fuoco sparati da carabinieri. Un carabiniere dichiarerà: “non credevo che un comunista avesse un cervello così grosso. .” Il luogo è l’angolo fra via Cellini e corso XXII Marzo. L’uccisore è il carabiniere Sergio Chiarieri. L’arma è il camion dei C.C. targato E.I. 601206.

Alessandro Smerilli su Facebook ricostruisce in dettaglio la dinamica:
Uno degli autocarri pesanti della colonna, un CM-52, targa E.I. 601206, guidato dal carabiniere Sergio Chiarieri, alla cui sinistra era seduto come capomacchina il sottotenente Alberto Gambardella, nell’imboccare corso XXII Marzo anziché immettersi subito – come gli automezzi che lo precedevano – nella corsia centrale riservata ai mezzi pubblici e delimitata da apposito cordolo in cemento, aveva percorso qualche decina di metri completamente spostato sulla sinistra, salendo ad un certo punto sul marciapiede gremito di dimostranti. Discesone, per evitare un pilone, aveva investito e sbalzato in avanti Giannino Zibecchi, 27 anni, che fuggiva dal marciapiede verso il centro della strada, e lo aveva quindi arrotato, schiacciandogli il cranio con la ruota anteriore sinistra.
Lo stesso autocarro aveva anche urtato, contestualmente, altre due persone – Roberto Giudici e Fulvio Beltramo Ceppi – ferendoli. A pochi secondi di distanza un altro autocarro pesante, che nella colonna seguiva quello del Chiarieri, aveva a sua volta tagliato, salendovi, l’angolo destro del marciapiede del corso XXII Marzo su piazza 5 Giornate, dove si trovavano pure numerosi dimostranti, e aveva provocato una frattura bimalleolare ad un altro manifestante, costretto a un brusco spostamento per evitare di venire investito. L’automezzo era poi entrato anch’esso nella corsia centrale.

L’attacco al Tribunale

Sulle fasi immediatamente successive c’è la testimonianza di Maurizio Murelli, quel giorno alla sbarra in tribunale, a poche centinaia di metri da via Mancini:

Nemesi. Tentarono di assaltare il Palazzo di giustizia dove erano sotto processo neofascisti per l’uccisione di un poliziotto e si ritrovarono con un morto per mano di un poliziotto vivo. Ricordo il volto paonazzo del PM Guido Viola che rivolto alla Corte disse: “Dobbiamo far sgombrare l’aula che sta per essere assaltata”. Erano incazzati per la morte di un compagno che voleva sprangare dei fascisti facendola pagare a dei fasci detenuti per un reato che avrebbe dovuto, secondo logica, compiacergli. Dopo aver tentato di assaltare la sede del MSI in via Mancini ed essere stati respinti, si stavano dirigendo verso il Tribunale.

La testimonianza di Galmozzi

Di diverso avviso Enrico Galmozzi, che quel giorno comandava le squadre di attacco che “praticano gli obiettivi”, tutti concordati, tranne l’attacco allo IACP:
Dopo gli scontri con i carabinieri all’imbocco di via Mancini e dopo non essere riusciti a sfondare lo spezzone autonomo con Lotta Continua ha preso tutt’altra direzione. E’ sbucato poi in viale Romagna colpendo altri obiettivi fra cui lo IACP. Se qualcuno (MLS?) si sia diretto in corso di porta Vittoria non lo so ma è verosimile. I katanga avevano la loro base nella palestra della Camera del lavoro quasi di fronte al tribunale ed è quindi probabile che si dirigessero qui. Io di assalti al tribunale quel giorno non ne sentii parlare ma naturalmente non avevo alcun rapporto, manco di scambio di informazioni, col MLS. Secondo me l’MLS si stava ritirando alla CdL e hanno avuto un contatto con le forze dell’ordine che presidiavano il tribunale…in ogni caso un episodio eccentrico rispetto ai fatti della giornata. Va bene che non avevamo rapporti col MLS ma se ci fosse stata intenzione dell’assalto al Tribunale penso che LC ci avrebbe informati.

Le bugie del ministro Gui

Gli scontri proseguono: alle 13 c’è un tentativo di assalto alla caserma dei C.C. di via Fiamma, questi rispondono sparando all’impazzata dalla strada e dalle finestre, vengono incendiati altri automezzi della forza pubblica. Alle 16 è assaltata la libreria Rusconi in via Turati. Alle 18,30 il portavoce della questura Franco La Torre dichiara che le forze dell’ordine non hanno fatto uso d’armi da fuoco. Il ministro Gui, da Roma, conferma. Le fotografie, i bossoli di proiettili in dotazione all’Esercito, i giornalisti presenti, li smentiscono.

Il processo

Chiarieri, Gambardella e Gonella vennero sottoposti a processo. Il 28 novembre1980, il Tribunale di Milano, Sezione Penale 8°, assolse Gonella Alberto e Gambardella Alberto dai reati loro rispettivamente ascritti per non aver commesso il fatto. Assolse Chiarieri Sergio dal reato ascrittogli per insufficienza di prove. I parenti delle vittime ricorsero in Cassazione con esito finale identico.
Il giudice che salvò i carabinieri non giudicando sufficienti le prove per la loro condanna fu Francesco Saverio Borrelli, il cui feretro è stato visto ballonzolare di recente sul sagrato di una chiesa, applaudito come accadde per la prima volta a Totò, mentre era portato a spalla da una torma di professionisti compunti e acconciati alla guisa di tanti dottor Balanzone. Si trattava dello stesso magistrato che, anni prima, nel 1994, si era offerto al presidente della Repubblica dell’epoca garantendogli l’appoggio suo e dei suoi Balanzoni allora in grande auge, a un colpo di Stato. L’offerta fu cortesemente rifiutata.


Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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