2 dicembre 1977, il carnefice Coda e il giustizialismo armato

Della vicenda di Giorgio Coda, il “carnefice che diventa vittima”, ce ne siamo già occupati. Stavolta la raccontiamo con le parole di Stefano Caselli e Davide Valentini che nel libro “Anni spietati” (Laterza 2011) hanno ricostruito gli anni di piombo a Torino. Utile la testimonianza di Ezio Mauro, all’epoca giovane cronista che si assunse il rischio, con un editoriale in prima pagina, di contestare la volontà “giustizialista” della guerriglia rossa.
PS: Nella foto dell’Espresso che fa esplodere lo scandalo la bambina immobilizzata a letto è nuda. Ho scelto di sbianchettarla per evitare di farmi censurare sui social.

Albertino qualche volta scappa. Corre per i prati intorno alla Casa del Sacro Cuore di Montaldo Cerrina e grida a tutti di non preoccuparsi: «Vado a casa mia». Dopo pochi minuti torna stanco e avvilito. Una casa non c’è, i genitori lo hanno abbandonato fin dalla nascita. Ora, a 9 anni, vive e studia al Sacro Cuore e a scuola va anche parecchio bene. Il 3 agosto 1967 Albertino ingoia una biglia di vetro dopo un litigio con un compagno. All’ospedale di Casale Monferrato riceve le cure del caso, ma poi si ammala. Costretto a letto, Albertino è ansioso e irrequieto. I medici si spaventano, lo trasferiscono in neurologia, lui tenta la fuga e spacca tutto quello che trova a portata di mano. Il 25 agosto, tre settimane dopo, un’ambulanza porta Albertino a Villa Azzurra, centro psicomedico-pedagogico di Collegno. Dopo alcuni mesi d i ricovero, nell’aprile 1968, un’assistente sociale ascolta i racconti di Albertino e invia un rapporto al presidente del Tribunale dei minori di Torino: bambini e ragazzi legati al letto per giorni e giorni, incontri di lotta appositamente organizzati per risolvere le liti incorse tra i giovani pazienti e, soprattutto, «l’elettromassaggio pubico» per punire e controllare ogni manifestazione di irrequietezza. Il direttore di Villa Azzurra è uno psichiatra di 44 anni. Si chiama Giorgio Coda, ma per molti è soltanto «l’elettricista».
Il 26 luglio 1970, due anni dopo l’informativa dell’assistente sociale al Tribunale dei minori di Torino, L’Espresso pubblica la foto di una bambina nuda, legata mani e piedi alle sbarre del letto, grandi occhi neri, sguardo profondo e rassegnato. Scoppia lo scandalo. Il 4 luglio 1974, di fronte al Tribunale di Torino, inizia il processo al professor Giorgio Coda. Per la prima volta in Italia i pazienti di un ospedale psichiatrico sono chiamati a testimoniare come tutti gli altri cittadini. A fine dibattimento, il pubblico ministero chiede l’assoluzione dell’imputato, ma l’11 luglio 1974 il Tribunale condanna Coda a cinque anni di carcere: «Colpevole – scrivono i giudici – perché ha fatto un cattivo uso delle terapie mediche: i trattamenti ai quali egli sottopose i suoi pazienti, elettromassaggi ed elettroshock in regione transcranica e lombopubica.
Già allora la scienza offriva farmaci capaci di attutire la spaventosa sofferenza, perché tale era nel ricordo dei malati, provocata dagli elettromassaggi: ma egli non ne ha fatto uso. Le testimonianze portate al processo devono essere ritenute degne di fede. Sono spaccati di vita troppo personali per essere inventati e trovano oltre tutto riscontro obbiettivo con testimonianze di altri testi la cui attendibilità non può essere messa in discussione».
Coda lascia la direzione di Villa Azzurra e si dedica all’attività ambulatoriale a Torino. Riceve i pazienti al primo piano di via Goffredo Casalis 39, quartiere Cit Turin. Alle 18.40 del 2 dicembre 1977, quattro uomini a volto scoperto suonano alla porta: «Aprite, polizia!». La segretaria apre e viene immediatamente rinchiusa in bagno. Il commando irrompe nella stanza di Coda, allontana il paziente e affronta il professore.
Coda tenta di afferrare la pistola con cui viene minacciato, ma viene sopraffatto a calci e pugni. È già a terra sanguinante quando sente dire: «Ecco cosa capita a chi legava i bambini al termosifone perché non urlassero». «L’elettricista» ha i polsi legati al calorifero e un cartello al collo: «Il proletariato non perdona i propri torturatori». Due colpi lo raggiungono alle spalle, il terzo gli spappola un ginocchio. Poi la pistola, una 7,65, s’inceppa. Dopo pochi minuti la segretaria riesce a dare l’allarme. Coda viene trasportato al vicino ospedale Maria Vittoria.
La redazione della Gazzetta del Popolo non è lontana; quando arriva il ferito Ezio Mauro è già sul posto: «Arriviamo al Maria Vittoria insieme con l’ambulanza. Ricordo di essere entrato insieme a lui, alla testa del letto dov’era steso. E quando gli aprono i vestiti, quando vedono i colpi alle ginocchia,
alle spalle, il medico dice: ‘Cristo, lo hanno crocifisso! Ma lei chi è, perché l’hanno ridotta così?’. Lui non parlava, rifiutava di dire il suo nome. Poi è arrivato il primario, ha guardato in che condizioni lo avevano scarnificato e anche lui ha detto: ‘Ma che cosa ha fatto perché la riducessero così?’. E poi, solo dopo molte insistenze, ha detto: ‘Mi chiamo Coda’. Nella stanza è sceso il gelo. Ricordo di essere tornato al giornale e di aver chiesto al direttore di poter fare, oltre alla cronaca, anche un commento in prima pagina. Perché i terroristi, in quel caso, tentavano di travestirsi da Robin Hood, di esercitare giustizia a modo loro, colpendo un personaggio con lo stigma della riprovazione del corpo sociale e, in nome di questa riprovazione, colpirlo, in modo – pensavano loro – più deciso e immediato che la giustizia di un tribunale. Ricordo che, con la sapienza dei trent’anni, anzi meno, avevo scritto che la giustizia in una democrazia la può applicare soltanto un tribunale secondo le leggi, e nessuno può esercitare la giustizia in nome del popolo. Dirlo adesso è pacifico, ma allora le cose si vivevano momento per momento».
La «crocifissione» di Giorgio Coda viene rivendicata dalla «Squadre di azione proletaria», una sigla fino a quel momento sconosciuta. Ma sono in tanti, a Torino, a pensare una cosa sola: «Lo hanno fatto per lui», Albertino, il bambino seviziato a Villa Azzurra. Nel Movimento, infatti, lo conoscono molto bene. È Alberto Bonvicini, il ragazzo del Galileo Ferraris, del circolo Barabba e dell’assalto all’Angelo Azzurro. Coda, da carnefice, è diventato vittima. Tornano in mente le parole pronunciate poche settimane prima da Italo Calvino: «Il terrorismo di sette misteriose non ha mai sconfitto nessuno strapotere e nessun abuso». E le «sette misteriose» si moltiplicano.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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