10.3.13: muore Giorgio Semeria, “figlio delle Brigate rosse”

Giorgio Semeria

Giorgio Semeria (nella foto guida la fila dei “tradotti” al maxiprocesso di Torino, seguito da Franceschini, Curcio e Buonavita) nasce a Milano il 3 novembre 1950 e muore di tumore a Varese, il 10 marzo 2013. E’ figlio di un dirigente della Sit-Siemens. Studia sociologia a Trento. E’ una variante anomala di catto-comunista: non si è abbeverato alla fonte della teologia della liberazione e al mito di Camillo Torres ma proviene dai ranghi di quella Gioventù Studentesca che genererà Comunione e Liberazione.

Subisce un primo arresto del 3 maggio 1972 nelle indagini che dai Gap di Feltrinelli tracimano sulle Br. Nel 1974 è tra gli organizzatori della colonna veneta. Partecipa all’azione presso la sede del MSI di Padova che finisce nel primo omicidio (duplice) delle Br. Poi torna a Milano. E’ arrestato il 22 marzo 1976 alla stazione di Milano e gravemente ferito. Sarà tra i protagonisti della rivolta dell’Asinara del 2 ottobre 1979.

L’intervista con Bocca

Come gran parte del gruppo dirigente storico è tra i sostenitori del partito guerriglia. Trasferito nel carcere di Cuneo, partecipa il 10 dicembre 1981 all’assassinio del militante di PL Giorgio Soldati. Un fuoriuscito che cede sotto tortura ma si affida ai compagni all’arrivo in carcere. E quelli, orrendi, lo ammazzano. In seguito, con Franceschini si dissocia. Farà il volontario presso il carcere di San Vittore per diventare consulente del risparmio energetico. Lunghi stralci di una sua intervista rilasciata a Giorgio Bocca si possono leggere in Noi terroristi.

Un’intervista talmente importante nella valutazione del giornalista che l’incontro con il brigatista e il racconto del suo mancato omicidio aprono il libro. Il dirigente brigatista restituisce a Bocca non solo informazioni e valutazioni politiche ma anche pezzi importanti di vissuto e di percezione del reale nella clandestinità e poi in carcere… Lo rilancio qui, a seguire il pdf con i tanti stralci pubblicati della lunga conversazione.

Quel mancato omicidio

Giorgio Semeria, figlio delle BR, è prigioniero dello stato dalla sera del 22 marzo del 1976 quando doveva morire ammazzato e non morì. Le porte ferrate di San Vittore si sono aperte per me cigolando, ho incontrato un ragazzo in tuta grigia, capelli e baffi nerissimi sul pallore del carcere; largo di fianchi, perciò i compagni lo chiamavano «fiaschetta». Difficile capire se il suo sorriso sia di forza o di disperazione.

Un viaggio in rapido

«Ero stato a Venezia due giorni», dice, «in casa di un compagno. No, non avevo visto altre persone. Sai, io non viaggiavo mai sui rapidi, poca gente, poche fermate, ma lui insisteva: “Dai, che alle nove sei a Milano”. Alla stazione mi sembrò di notare due sbirri e, dopo Padova, mi mossi lungo il treno per vedere dove stavano, ma erano discesi. Stai calmo, mi dissi. Un altro avvertimento alla stazione di Brescia, carabinieri armati sui marciapiedi. Tanti.

A Lambrate, quando il treno rallenta a passo d’uomo, pensai di tirare il campanello d’allarme: si ferma in venti metri, salto giù dalla parte dei binari, evito il sottopassaggio. Ma no che sei a Milano. Il rapido entra sotto la grande tettoia della centrale, ho la pistola infilata nella panciera, una valigetta, salto giù dalla parte dei binari, il capo treno sarà a duecento metri, laggiù vedo dei facchini. Poi come un’ombra che appare e scompare dietro la locomotiva.

Ammanettato, arriva un colpo alla schiena

Mi metto a correre, mi sono addosso. “Fermati Semeria”, la pistola puntata nella schiena. Mi mettono una manetta ad ogni polso e mi tirano avanti come un vitello. Mancano cinquanta metri al capo treno e mi arriva nella schiena come una frustata. No, nessun dolore. Sai che ho pensato? A questi gli parte pure il colpo.

La pallottola aveva spezzato la clavicola e forato il polmone, le fitte di dolore, spaventose, vennero sul marciapiede, ogni volta che tiravano mi sentivo strappare il braccio e non potevo più respirare.
Ora sapevo dove ero ferito. Mi stesero sul pavimento del commissariato di stazione e incominciai a ricordare il manuale per il brigatista ferito che avevo compilato con i compagni di medicina: ferita al polmone, operazione entro trenta minuti o morte per soffocamento.

Il secondo tentativo in ospedale

Parlavo a parole staccate, ripetevo “ambulanza… presto”, ma non mi ascoltavano. Forse mi salvò un ferroviere che capitò lì per caso. Mi vide, si chinò e domandava: “Ma cosa hai fatto? Perché ti sei sparato?” “Loro… sparato”. L’autoambulanza arrivò dopo quaranta minuti, ma ce la feci, mi operarono subito. Perché mi volevano morto?

Per coprire l’informatore, penso. Ci riprovarono l’indomani: ero in una stanza del Fatebenefratelli, le sonde nei polmoni, un sacchetto di sabbia per tener ferma la spalla e arrivarono per portarmi via su un’autoambulanza militare. Le infermiere fecero muro, arrivò di corsa dalla sala operatoria il primario con il camice macchiato di sangue.

Li cacciava urlando. Più tardi venne il giudice Viola. Camminava su e giù per la stanza e continuava a ripetere: “Non è successo niente, ma io non sapevo niente”. Volevano ammazzarmi, avevano pensato a tutto: la pistola usata per spararmi proveniva da un nostro covo, era una delle pistole prese ai fascisti di Padova. Non l’avevano registrata, poteva passare per mia.

Esce un comunicato sul mio suicidio

Era pronto anche il comunicato: “Vistosi circondato, il brigatista Semeria si è ucciso”. Qualcuno dovette spedirlo perché su alcuni giornali di provincia, quelli che chiudono presto, la notizia fu pubblicata. Poi ripiegarono sulla colluttazione: il carabiniere aveva sparato prima che estraessi la pistola. Un giudice equo e prudente non se la sentì di accusarmi di tentato omicidio. Accusò il carabiniere per “eccesso colposo di legittima difesa putativa” e lo mandò assolto».

Bocca aveva ragione

Fin qui Bocca. In effetti i carabinieri dovevano coprire un infiltrato del Sid di Padova nell’assemblea autonoma di Porto Marghera. Un confidente devastante: ha fatto arrestare numerosi militanti veneti sventando azioni, poi siccome era in contatto con Nadia Mantovani ha portato i carabinieri da Curcio in via Maderno facendo arrestare lo stesso giorno Guagliardo e Basone. Successivamente ha accompagnato Semeria sul rapido per Milano. Il tentativo di ucciderlo è per proteggere il confidente. Ma Semeria, nel clima avvelenato dello scontro tra gruppo storico detenuto e nuova leadership, dimentica i giusti sospetti sull’infiltrato e si schiera con Franceschini, e si mette ad accusare Mario Moretti, chiedendo un’inchiesta dell’esecutivo sul “capo”….

La vita dopo il carcere

Abitava a Biumo Inferiore da oltre dieci anni – racconta alla sua morte il quotidiano varesino La Prealpina – ma quella presenza discreta, dai modi garbati, era passata del tutto inosservata. Nel suo quartiere alcuni associano il nome a «un uomo molto riservato ma cortese, da tempo alle prese con una brutta malattia», ma nessuno sembra essere al corrente del suo ruolo di primo piano nelle Brigate rosse. Già, perché Giorgio Semeria (…) quel passato di violenza lo aveva rinnegato e si era costruito una vita tutta nuova. Sposato, un figlio poco più che maggiorenne e un lavoro come rappresentante di condizionatori per una grossa azienda: l’ex Br era lontano dagli ambienti dell’estremismo da almeno una ventina d’anni, da quando cioè – nel gennaio 1993 – aveva ottenuto il riconoscimento del cumulo delle pene per i dissociati ed era uscito di prigione. Da uomo libero Semeria, dopo aver pagato il cosiddetto conto con la giustizia, si era dedicato a lungo al volontariato nel carcere milanese di San Vittore e aveva lavorato anche a Bologna, al “Progetto donna” promosso dal Comune. Poi, pare in virtù di legami affettivi, si era trasferito in provincia di Varese, a Morazzone, e da qui una decina d’anni fa si era poi spostato nel capoluogo, a Biumo Inferiore, in una villetta a schiera con il giardino e la siepe curata”.

Semeria dixit

La testimonianza al processo Cirillo

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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