12 marzo 1977, Prima Linea uccide a Torino il brigadiere Giuseppe Ciotta

Il 12 marzo 1977 un commando di Prima Linea uccide a Torino il brigadiere della polizia Giuseppe Ciotta. E’ il primo omicidio da quando l’organizzazione si è strutturata, il secondo della sua rete militare. Anche questo non sarà rivendicato da PL ma da un’altra sigla mai usata prima. Così come per l’uccisione dell’avvocato missino Enrico Pedenovi è una rappresaglia. Quella per vendicare Gaetano Amoroso, questa per rispondere all’omicidio in piazza a Bologna di Francesco Lo Russo che innesterà scontri violentissimi a Roma, a Bologna e a Milano . Il comando di Prima Linea a Torino sarà catturato pochi mesi dopo. Ecco la cronaca della Stampa dell’agguato:

Il «killer», a piedi, ha fracassato il vetro della 500 e sparato tre colpi: uno gli ha trapassato il cuore L’assassino ha agito a viso scoperto – E’ un giovane di 25-30 anni, media statura, viso regolare, colorito chiaro, capelli castani corti, barba e baffi di una settimana. Lo hanno visto con tre complici una dozzina di testimoni. Il brigadiere ucciso aveva contribuito alla cattura della brigatista rossa Adriana Garizio, professoressa del Politecnico.

L’uomo si china sul lettino e dà un bacio alla bimba, Nunzia, un frugoletto di due anni, addormentata a quell’ora. Sono le 7,40, il quadretto idilliaco precede di pochi secondi un’alba tragica per la famiglia Ciotta. Giuseppe Ciotta, brigadiere di polizia, scende in strada, l’attraversa, sale sulla sua «500». Sta per accendere il motore, quando un killer gli si avvicina e lo fulmina sparandogli addosso tre colpi di pistola. Uno mortale, diretto al cuore. Il seme della violenza fruttifica. Ieri mattina ne aveva coscienza questo brigadiere di pollzia, ancor prima di pagare con la vita uno scotto alla bestialità dei tempi. Si era alzato presto perché v comandato in servizio » al corteo degli studenti per le vie della città. Le violenze, la tensione nel mondo studentesco, in queste ultime settimane gli avevano fatto presagire un tormentoso sviluppo degli atti di teppismo.

Apparteneva ali’Ufficio politico della questura, da qualche anno era assegnato al controllo in alcune scuole: soprattutto al Politecnico, nella facoltà di Architettura, al «Galileo Ferraris». Ma svolgeva il suo compito alla luce del sole, era conosciuto da moltissimi studenti, parlava con loro, assisteva alle loro tumultuose assemblee. Interveniva quando era necessario, quando apparivano catene o chiavi inglesi in mano ai giovani. Ieri mattina la sua «500» è parcheggiata proprio dinanzi a casa, a pochi metri dal numero 70 di via Gorizia. Vi entra, sta per innescare l’accensione.

La dinamica dell’omicidio

Dal marciapiede si avvicina un giovane: 25-28 anni, media statura, corporatura normale, viso regolare, colorito chiaro, capelli castani piuttosto corti, barba e baffi leggermente marcati, come in chi non si ‘ade da una settimana. Indossa un cappotto color nocciola che lascia intravedere una maglione scuro [Come autore dell’omicidio sarà condannato Enrico Galmozzi, uno dei fondatori di Prima Linea]. Agisce a viso scoperto. Giuseppe Ciotta probabilmente non si accorge che il giovane impugna una pistola. Il killer colpisce il vetro del finestrino con il calcio dell’arma, lo manda in frantumi. Poi spara. Un proiettile colpisce il brigadiere a un braccio e a una gamba, il terzo lo coglie alla schiena, forse mentre la vittima compie un istintivo movimento per ritrarsi.

La pallottola si conficca fra due costole, trapassa il cuore, esce dal torace. La ricostruzione del sanguinoso episodio è precisa per una dozzina di testimonianze, ma soprattutto perché la signora Michelina Carbonara, moglie del brigadiere, ha assistito dalla finestra alla scena allucinante. Si era affacciata per salutare il marito, ha visto la sua esecuzione. Quando il killer a piedi si è affiancato alla «500», una « 128 » verde (rubata un mese fa al torinese Luigi Tanzi) si è avvicinata lentamente. A bordo c’erano tre persone, due sono scese quasi a proteggere le spalle al sicario. Dopo l’assassinio, il terzetto è salito precipitosamente sull’auto, che ha svoltato pochi metri lontano a sinistra, ha raggiunto la vicina via Gradisca e qui è stata abbandonata.

La testimonianza di una studentessa

Una studentessa afferma: «Ero in via Gradisca quando è arrivata la « 128 », ho visto il gruppetto di giovani che ne scendevano, ma non ho fatto caso al resto, cioè se si allontanavano a piedi o con un’altra macchina ». Testimonianze raccolte fra negozianti e abitanti di via Gorizia completano 11 quadro. La « 128 » degli assassini era presso la casa del brigadiere fin dalle 7 del mattino. A bordo quattro giovani, nell’attesa della vittima a due per volta di tanto in tanto scendevano dalla vettura, come se volessero sgranchirsi le gambe. Tutti giovani, tra i 25 e 1 30 anni, per aspetto e abbigliamento non davano nell’occhio. Sono stati visti bere da piccoli bicchieri nell’interno dell’auto, forse mescendo del caffè da un «thermos ». La polizia, nella «128», ha trovato infatti alcuni bicchieri di carta, oltre a numerosi mozziconi di sigarette. Il dott. Fiorello capo dell’Ufficio politico, il dott. Criscuolo dell’Antiterrorismo e decine di agenti sono accorsi in via Gorizia pochi minuti dopo la sparatoria.

La rivendicazione delle Brigate combattenti

Le indagini per identificare gli assassini, coordinate dal sostituto procuratore dott. Moschella, hanno assunto un ritmo frenetico per l’Intera giornata, ma senza apparenti risultati. Alcuni messaggi telefonici a giornali e all’Ansa hanno lasciato il sospetto che si trattasse di mitomani o di anonimi intenzionati a pescare nel torbido, attribuendosi l’omicidio. Verso le 11, la segnalazione di un volantino lasciato presso un cippo nella zona di Torino-Esposizioni si è rivelata concreta. Il messaggio è firmato dalle « Brigate combattenti », etichetta mai usata prima in Italia da gruppi eversivi. Il linguaggio è farneticante: ma il cronista si accorge d! quanto sia impropria l’aggettivazione per discorsi che esulano da motivazioni razionali e che attingono al patologico. Il brigadiere Ciotta, secondo lo scritto, ieri mattina « doveva scendere in piazza a prestare come al solito la propria opera di killer. E’ stato fermato prima». In linea con questo anonimo delirio tradotto in parole, durante la giornata sono venuti alla luce altri volantini. Un secondo firmato dalle «Brigate, combattenti» e un terzo attribuito a un’associazione della sinistra extraparlamentare ufficialmente costituita, che sposa la tesi del «delitto di Stato», perché il brigadiere Ciotta non avrebbe assolto alla sua funzione di poliziotto «repressivo» ma si sarebbe comportato « democraticamente». Quest’ultimo scritto sembra un’iniziativa destinata ad aggiungere turbamento a turbamento.

Il ruolo del poliziotto

Gli inquirenti stanno cercando intanto di rispondere alla domanda: « Perché è stato scelto il brigadiere Ciotta come vittima? ». Il sottufficiale non era impegnato In servizi di particolare importanza, era stato assegnato all’ambiente studentesco senza mimetizzazioni, come pratica di lavoro quotidiana. L’unico episodio del passato che lo può in qualche modo collegare a pericolosi gruppi eversivi, riguarda l’arresto della professoressa Adriana Garizio, accusata dal giudice Violante di far parte delle Brigate rosse. Quando al Politecnico, le donne delle pulizie, trovarono una borsa dimenticata dalla professoressa su un tavolo, la consegnarono proprio a Giuseppe Ciotta. Il brigadiere ne esaminò il contenuto, vide che conteneva alcuni documenti compromettenti per la donna, e fece il suo dovere avvisando del ritrovamento l’Antiterrorismo. Fu l’episodio che costò la libertà all’insegnante.
FONTE: La Stampa, 13 marzo 1977, Ezio Mascarino 

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Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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