31 ottobre 2009: Diana Blefari Melazzi uccisa dall’ uso feroce del 41 bis

Due testimonianze sulla vita e la morte di Diana Blefari Melazzi, la fiancheggiatrice della Nuove Brigate Rosse che si toglie la vita il giorno in cui le notificano la condanna definitiva all’ergastolo, nonostante le sue responsabilità marginale negli omicidi dell’organizzazione.

Sandro Padula

LEGGI TUTTO Nella storia dei processi a Br vecchie e nuove, Diana Blefari è una delle rare persone che, pur svolgendo il ruolo di “prestanome” per prendere in affitto case o autovetture, è stata condannata al “fine pena mai”.

Lei non fu neppure vista nel luogo e nel giorno dell’omicidio di Marco Biagi dalla “pentita” rea confessa Cinzia Banelli. Tutto ciò significa che la Procura di Bologna e i giudici che l’hanno condannata all’ergastolo non presero in considerazione le sue limitate responsabilità e, senza recepire il grido d’allarme lanciato degli avvocati e suffragato da numerose perizie psichiatriche, ritennero normali le sue già precarie condizioni psico-fisiche.

Ad aggravare la situazione c’è poi un altro fatto traumatico. Il primo ottobre, dopo anni di pedinamenti e di controlli a distanza da parte delle forze di polizia, Massimo Papini viene arrestato come se fosse un brigatista e per Diana è di certo un grande dolore. Cambia perciò la situazione e anche ciò che lei vorrebbe dire agli inquirenti.

Dato che la Blefari già nel 1993, a Roma, fece una testimonianza spontanea per scagionare un dirigente del movimento studentesco accusato di una rissa alla quale non aveva partecipato, è molto probabile che lei volesse fare qualcosa di analogo per dimostrare l’estraneità di Massimo Papini rispetto alle nuove e già morte Br, l’organizzazione che fu responsabile degli omicidi dei giuslavoristi Massimo D’Antona (20 maggio 1999) e Marco Biagi (18 marzo 2002).

Senza dubbio lei era fragile di fronte alla disumanità del carcere ma non risulta che sia diventata una “pentita”. I fatti parlano più e infinite volte meglio delle parole scritte o pronunciate: Diana ha scelto di suicidarsi poco dopo aver ricevuto la comunicazione della condanna definitiva all’ergastolo; ha dato, in questo modo drammatico, il suo giudizio finale sul “fine pena mai”. Meglio morire che vivere sepolti vivi per 30 e più anni, cioè fino alla morte fisica. Questo è ciò che di sicuro e fra l’altro, in una sorta di lucida follia, ha pensato pochi attimi prima di impiccarsi con strisce di lenzuola annodate.

Nel suicidio da lei compiuto esiste, più complessivamente, la comunicazione di messaggi multi direzionali: una contestazione radicale al carcere e all’ergastolo; la consapevolezza dei propri errori politici e della rapida e tragica esperienza delle nuove Br; un’implicita critica all’ingiusto arresto di Massimo Papini; uno schiaffo morale a chi non ha capito il suo malessere e soprattutto a chi ha finto di non comprenderlo al solo e vano scopo di trasformarla in una “pentita”. In ultimo ma non per importanza, una richiesta di pietà e perdono a tutti.

Paola Staccioli

Nel Novanta, quando scoppia il movimento della Pantera, contro la riforma che avvia la privatizzazione dell’università, Diana è nei cortei, nelle assemblee, nelle occupazioni. Ama le moto, gira per Roma con una Honda 350 rossa.

Il 20 maggio 1999 viene ucciso a Roma Massimo D’Antona, impegnato nella ristrutturazione del mercato del lavoro e nella regolamentazione del diritto di sciopero. Brigate rosse per la costruzione del Partito comunista combattente, la firma. Che provoca una scia di polemiche. Il 19 marzo 2002 a Bologna le Br-pcc uccidono Marco Biagi. Collabora con il governo per l’aumento della flessibilità e precarietà del lavoro.

Quel covo fittato a suo nome

Gli inquirenti procedono a passi casuali fino al 2 marzo 2003, quando viene catturata Nadia Lioce. Nella sparatoria muoiono Mario Galesi e un poliziotto. Il 24 ottobre sono arrestati sette militanti. A dicembre gli inquirenti trovano uno scantinato usato come deposito dall’organizzazione. Diana ha firmato il contratto a suo nome. La arrestano il 22 dicembre.

In isolamento a Rebibbia fa ginnastica, guarda la tv. Legge. Scrive. L’avere la responsabilità personale delle azioni delle Br-Pcc … mi riempie di fierezza per il contributo che ho dato al processo rivoluzionario… La condannano all’ergastolo, e al carcere duro del 41 bis. In buona parte per le dichiarazioni di una pentita. Subisce ripetuti trasferimenti.

Al 41 bis nonostante la malattia

Poco a poco chiude le porte al mondo. Trascorre intere giornate a letto. Ha sfoghi di rabbia. Deliri. Inizia l’iter umiliante di visite, perizie, relazioni. Rifiuta medici e terapie. Ancora nel settembre 2007 il Ministro della Giustizia le rinnova il 41 bis. Non vi è stato «alcun attestato di dissociazione o rifiuto della lotta armata». La declassificazione arriva l’anno dopo. Troppo tardi.

La condanna definitiva, l’ultima scelta

Diana sta male. Ripete di voler morire. Ma rifiuta i colloqui con gli inquirenti. A fine ottobre 2009 la condanna all’ergastolo diviene definitiva. Il 31 ottobre le viene notificata la sentenza. La sera si impicca in cella.

In molti parlano di suicidio annunciato. Altri, più apertamente, di omicidio di Stato.

FONTE: Sebben che siamo donne/Paola Staccioli

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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