In ricordo di Enzo Lo Giudice, una “toga rossa” che non si genuflesse davanti al pool di Mani pulite

Qualche giorno fa, venerdì 5 settembre per l’esattezza, il Corriere del Mezzogiorno mi ha chiesto un pezzo in ricordo di Enzo Lo Giudice, assunto alla ribalta nazionale come avvocato di Bettino Craxi nei giorni tempestosi di Mani pulite. Ma Enzo aveva una bella e nobile storia alle spalle che ho provato a raccontare così. Il video qui inserito è il primo dei sei spezzoni in cui è stato spacchettato per caricarlo su youtube, un documentario prodotto nel 1969 a Paola e firmato da Marco Bellocchio sulle lotte dell’Unione dei comunisti a Paola, la città di Enzo Lo Giudice, che del partito maoista era leader in Calabria:

“Quando gli avvocati milanesi sfilavano davanti alla porta di Antonio Di Pietro implorando un salvacondotto in cambio di una confessione, tra i loro colleghi a scandalizzarsi, a chiamarsi fuori da quel rituale un po’ avvilente, erano in pochi. Enzo Lo Giudice, morto questa mattina nella sua casa calabrese, era uno di questi”.

Così GiustiziaMi, il bel blog animato da un gruppo di cronisti del tribunale di Milano,rende omaggio all’avvocato di Bettino Craxi. Ma Lo Giudice non fu solo un avvocato della schiena diritta. Come un altro principe del foro milanese protagonista di Mani pulite, Giuliano Spazzali proveniva dai ranghi della sinistra extraparlamentare: entrambi di una corrente, quella marxista leninista che gode di buona fortuna solo agli albori del decennio rosso ma fu poi ben presto fagocitata da organizzazioni dalla linea politica più aggressiva, come Lotta Continua o Potere operaio.

Enzo Lo Giudice era il leader in Calabria dell’Unione dei comunisti (Marxisti-leninisti), un’organizzazione dai forti connotati populistici (l’organo di stampa era infatti “Servire il popolo”) che godeva di notevole visibilità per la grande attenzione scenografica nelle presenza in piazza ma anche per la pervasività da setta new age con cui il “Partito” dettava la linea anche nel privato dei militanti: si passava così dalla spoliazione volontaria dei compagni di buona famiglia ai “matrimoni rossi”, dalle sedute di autocritica devastanti che anticipavano forma di psicoterapia di massa a una attività politica frenetica ed estenuante.

Molti intellettuali e artisti furono affascinati dal mito maoista: da Marco Bellocchio a Lou Castel e Pierangelo Bertoli (che cantava nel canzoniere di partito, La lega del vento rosso), dal professor Luca Meldolesi a Renato Mannehimer. Anche a Napoli c’erano professori universitari (i compianti Agostino Renna e Giovanni Persico) leader studenteschi che poi diventeranno attori (Renato Carpentieri) e apprezzati ricercatori (Oscar Nicolaus). In perfetta logica da “banda dei quattro” il Partito mandava gli intellettuali borghesi a rieducarsi alla scuola delle masse, trascorrendo l’estate in attività di agitazione e propaganda tra i contadini calabresi che avevano uno straordinario legame di affetto e di stima con l’avvocato Del Giudice ma avevano qualche difficoltà in più con i militanti medi. E’ quella delle lotte sociali in Calabria una storia spesso misconosciuta: dalla prima esperienza secessionista della repubblica di Caulonia, a guerra ancora in corso, alle occupazioni delle terre e dei latifondi, spesso nella forma dello sciopero bianco (terre abbandonate dagli agrari e messe a cultura dai braccianti poveri) ma talvolta represse brutalmente dalla polizia scelbiana (Melissa): lotte dure in cui una direzione politica comunista si innescava su una memoria rivoltosa che affondava nelle tradizionali forme di resistenza contadina, dalla jacquerie al brigantaggio. Lungo questo filo rosso successe che l’Unione dei comunisti fu l’unico gruppo dell’estrema sinistra che partecipò con i suoi militanti a pieno titolo alla rivolta di Reggio che, seppure fomentata e in parte egemonizzata dalla fascisteria fu, a pieno titolo, rivolta di popolo.

L’esperienza dell’Unione, trasformatasi in Partito comunista m.l., andò a dissolversi rapidamente dopo il fallimento dell’avventura elettorale nelle politiche del 1972 (appena 85mila voti in tutta Italia) ma Lo Giudice restò un militante a tutti gli effetti: mise in campo la sua sapienza giuridica e la grande generosità umana sul fronte più duro, quello della nascente emergenza terrorismo. Lo Giudice fu tra gli animatori del Soccorso Rosso, fondato da Franca Rame e Dario Fo, e quindi indomito difensore dei combattenti dei Nap e delle Brigate rosse che pur rifiutavano il rito processuale. Tutto ciò in nome del dovere etico prima che deontologico di garantire la difesa, spesso in condizioni difficili, in uno scenario in cui il quadro delle libertà e delle garanzie processuali si torceva in chiave emergenzialista. E’ in questa esperienza di frontiera, evidentemente, che Lo Giudice forgia gli strumenti deontologici prima che tecnici che gli permetteranno di distinguersi e di onorare la sua toga nella nuova fase dell’emergenza giudiziaria, in cui, con uno straordinario rovesciamento linguistico, le toghe rosse non sono più i tribuni del popolo come Enzo Lo Giudice ma gli Antonio Di Pietro e i Pier Camillo Davigo…

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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