Torino, jihadista morto in Siria frequentava l’ex Moi occupato

moi occupatoWael Labidi è un ventisettenne tunisino morto combattendo sotto le insegne del Califfato in Siria non più di un mese fa. Era amico di Bilel Chihaoui, il connazionale arrestato nei giorni scorsi  a Pisa e ora detenuto nel Cie di Torino in attesa di rimpatrio: aveva  scritto su Facebook che presto sarebbe diventato un martire dell’Islam.
I Ros di Torino stanno cercando di ricostruire  la rete di conoscenze e appoggi di Labidi (che qui, a fianco, appare in una foto scatta all’ex Moi occupato), di Chihaoui e Khaied Zeddini, l’altro terrorista morto in Siria e partito da Torino. Il dubbio è se a Torino esiste un reclutatore di foreign fighter e la presenza di Labidi al Moi, dove abitano centinaia di extracomunitari clandestini, pone domande preoccupanti.  Sulla rete clandestina e le ormai numerose morti dei foreign fighter provenienti dall’Italia, stanno indagando da tempo intelligence e Anti-terrorismo. Gli arruolatori Isis cercano persone in difficoltà, piegate dalla droga e dalla miseria. Giovani che non sono riusciti ad inserirsi, che non hanno né lavoro né futuro. Nemmeno possono tornare a casa sconfitti e umiliati. L’Isis e il jihad come ultima speranza di riscatto. 

L’area del MOI si trova in via Giordano Bruno a Torino ed è nata per ospitare gli atleti delle olimpiadi invernali 2006. Alla fine dell’evento la riconversione d’uso residenziale non viene mai effettuata e le palazzine abbandonate diventano il simbolo della speculazione edilizia e dell’enorme spreco di denaro pubblico. In seguito alla cosiddetta emergenza Nord Africa, alla fine di marzo 2013, due delle sette palazzine sono occupate, con l’aiuto di alcuni volontari e militanti dei centri sociali torinesi, dai rifugiati che si trovano senza vitto, alloggio o supporto. Poco tempo dopo anche una terza palazzina verrà occupata e in seguito, a causa del sovraffollamento, anche una quarta. Un’occupazione che ha già destato scandalo, quando, l’anno scorso, tre ospiti furono arrestati per lo stupro di una disabile.

I tre giovani tunisini erano entrati in Italia con un permesso di soggiorno per motivi di studio, ma spacciavano  a San Salvario. Avevano fornito indirizzi fittizi, in realtà vivevano a Porta Palazzo, nelle soffitte che vengono abitualmente subaffittate agli immigrati. Nella facoltà di lettere dove si era iscritto per avere il permesso di studio in Italia (non accolto) nessuno lo ricorda. Un invisibile, senza volto e identità. La storia di Wael l’ha ricostruita nei giorni scorsi Massimo Numa per “La Stampa”. Ed è una storia interessante. Perché ritornano alcuni tratti costanti in tante storie di approdo jihadista. L’importanza delle reti amicali e familiari nella radicalizzazione, le attività di piccolo spaccio, la scarsa pratica religiosa, un rapporto contraddittorio con la socialità della metropoli multietnica, tra tentazioni integrazioniste e internità alla comunità islamica.

Wael Labidi aveva 19 anni quando arrivò a Torino dal quartiere “integralista” di Douar Hicher di Tunisi, alla fine del 2010. Nel profilo Facebook dice di «avere studiato presso facoltà di Torino» Poi una breve esperienza in Germania. Infine di nuovo in Piemonte. Conosce Bilel Chihaoui, 26 anni, fermato dai Ros di Torino, in un bosco-rifugio di pusher e drogati, dopo un post di addio alla famiglia con la data del martirio, l’11 agosto. Wael era il suo amico del cuore, lo cita con rimpianto nella lettera, lui e Khaled Zeddini, un altro studente tunisino morto al fronte. Il primo un eroe, il secondo «un leone». Un fratello di Bilel è in carcere in Tunisia per terrorismo.

“I due «Wael» sono racchiusi in alcune immagini contraddittorie – scrive Numa – In una Wael è sui gradini del portone della nuova casa. Sorride, fuma una sigaretta, vestito come un suo coetaneo italiano; in un’altra è, indosso la mimetica, nel deserto, forse quello siriano. È ingrassato, con la barba. Una metamorfosi totale. Incomprensibile ai più. Lo racconta bene Khaled, un suo amico («Ma non lo sento da due anni, era troppo cambiato», dice), su un marciapiede del quartiere di San Salvario: «Mai visto in moschea, mi aveva detto che si era iscritto all’università. Spacciava “fumo”, per pura sopravvivenza, Con Bilel e Khaled». Poi: «Sparito. Viveva a Rivalta, ospite dei tanti nostri fratelli che vivono nei grandi palazzi. Solo recentemente mi hanno che era in Siria. Non è l’unico, sono partiti in tanti…».

“Wael  – racconta il giornalista della Stampa – a Torino fa amicizie. Nevica in centro e lui posta la sua foto in piazza Castello. Fotografa il tramonto con la Mole, riprende con tre video una festa a casa di un amico; musica araba, danze, narghilè e cucina tradizionale. Va a correre in tuta nel parco del Valentino, frequenta i locali multietnici, dove ogni tipo di alcol scorre a fiumi.  Già. Ma chi lo ha convinto a trasformarsi in un combattente votato al martirio? «Di certo, per arrivare in Siria, devi avere i contatti – spiega un investigatore – qualcuno, a Torino, lo ha agganciato e convinto». Nel quartiere Tetti Francesi, una selva di palazzoni nella cintura torinese, nessuno lo ricorda. Gli immigrati di seconda generazione non voglio nemmeno vedere la sua foto. Wael Labidi, semplicemente, non esiste”.

 

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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