11 settembre 2001/2: Jihad contro crociati e apostati

La battaglia di Mogadiscio dell’ottobre 1993

Bin Laden inizia lo jihad contro l’America in Somalia, dove le truppe statunitensi sono impegnate nell’operazione Restore Hope, seguita alla guerra civile nel paese del Corno d’Africa. La Somalia è divisa da un braccio di mare dall’Arabia Saudita e dallo Yemen: il Sudan è poco più a nord. Una stabilizzazione americana del Corno d’Africa è strategicamente rischiosa per gli jihadisti. Il caos in cui versa il paese è però propizio per un’azione esemplare.
Gruppi legati a Osama attaccano così i marines a Mogadiscio, nell’ottobre 1993, provocando 18 vittime. Gli islamisti celebrano con enfasi la prima vittoria sul campo contro il «grande Satana» americano

La dichiarazione di guerra agli americani

La guerra all’America diviene esplicita nel 1996. In giugno è attaccato un campo militare a Khobar in Arabia Saudita: l’attentato provoca 19 vittime e 250 feriti. Le reazioni internazionali costringono il Sudan, considerato ormai un santuario del terrorismo, a recidere i legami con Osama, che, nel maggio 1996, trova rifugio in un Afghanistan ancora dilaniato dalla guerra civile.

Dalla regione del Khurasan, nell’agosto 1996, Bin Laden diffonde un proclama in cui delinea chiaramente la sua strategia. Il testo, noto come Dichiarazione di guerra contro gli americani, mescola insieme, nella tipica, eclettica esegesi islamista, versetti coranici, hadith del Profeta e riferimenti al pensiero di Ibn Taimiyya. Nel pensiero di Osama è già avvertibile l’influenza di Ayman al Zawahiri, leader del gruppo egiziano Al Jihad, ora a suo fianco in Afghanistan.

Nella Dichiarazione, un vero e proprio manifesto programmatico della guerra contro l’America e i regimi musulmani «moderati», Bin Laden ricorda le sofferenze inferte dai «crociati e sionisti» ai musulmani e definisce la presenza americana in Arabia Saudita come «la più grave delle aggressioni» contro l’islam e «il più grande disastro che i musulmani hanno subito dopo la morte del Profeta».

Guerra agli empi sauditi

Il leader di al Qa’ida fa appello allo jihad per liberare i luoghi santi dall’occupante americano. Invita i «fedeli dell’autentico islam» a unire le forze in un’alleanza che ha come obiettivo la cacciata degli «empi» Saud, accusati di complicità con l’alleanza crociata e sionista. Al posto della «corrotta monarchia» auspica l’instaurazione di un «autentico» stato islamico. I governanti sauditi sono accusati di prendere ordini dal «Satana americano» e di consentire che dalla terra del Profeta partano gli attacchi a popoli musulmani.

Il regime saudita, afferma Bin Laden, ha lasciato che il nemico della umma, le forze crociate americane, occupassero il paese. Gli americani sono accusati anche di aver imposto la loro politica petrolifera danneggiando gli interessi economici sauditi e privando così «il popolo delle due moschee» del suo sostentamento. I «governanti empi» sauditi sono inoltre colpevoli di aver represso l’opposizione religiosa degli ulama, contrari all’alleanza con i crociati; di aver violato il principio della «sovranità divina» avendo introdotto norme non islamiche; di aver tradito la umma per allearsi con il kufr, la miscredenza.

Per Bin Laden, il dovere di ogni musulmano è respingere il Nemico americano fuori dalla terra santa. Non c’è altra priorità, dopo la fede, sostiene Osama, se non combattere il Nemico che corrompe la religione. L’unità tra musulmani è lo strumento per battere il Nemico. Bin Laden fa così appello al superamento di quelle che definisce «insignificanti divisioni tra i credenti». L’indicazione è unire tutti i movimenti islamisti, al di là delle divergenze tattiche, sugli obiettivi. Queste affermazioni contengono già in nuce la nascita del Fronte islamico mondiale per lo jihad che si formerà ufficialmente solo due anni dopo.

Ma il petrolio non si tocca

La lotta per «cacciare i politeisti», afferma Bin Laden, dovrà risparmiare le riserve petrolifere. Il petrolio è un’arma strategica necessaria al proseguimento dello jihad contro le «belve del kufr». Osama indica anche una strada per cacciare gli «ipocriti» senza che lo scontro possa sfociare nella guerra civile. Egli sembra preferire, contando sui suoi influenti appoggi all’interno della cerchia del potere, uno «sbocco di palazzo». Una guerra civile provocherebbe infatti il probabile intervento americano e Israele potrebbe approfittarne per annettersi la parte settentrionale del paese. La divisione dell’Arabia è, secondo Bin Laden, un’opzione dell’alleanza sionistico-crociata che teme la nascita di un futuro stato islamico nella terra dei due luoghi santi. Uno stato islamico in Arabia, forte militarmente e in possesso del controllo di gran parte delle riserve petrolifere mondiali, rappresenterebbe un pericolo per la stessa esistenza dell’entità sionista in Palestina.

La legittimità del terrorismo

Il divario tra le forze armate dei sionisti-crociati e quelle del «partito di Dio» consiglia una strategia che faccia leva su attacchi intensi e rapidi e sulla cospirazione. Osama si appella anche al popolo perché assista con armi, informazioni, finanziamenti la lotta dei «veri credenti» e invita a concentrare gli sforzi, prima ancora che contro il Nemico interno, verso quello esterno, al fine di «uccidere, combattere, tendere trappole, distruggere gli intrusi fino alla loro sconfitta». Per Bin Laden, terrorizzare gli americani è religiosamente legittimo, in nome della difesa dell’islam. Alla lotta contro gli americani egli invita ad associare la guerra economica, mediante il boicottaggio verso i prodotti americani. Osama sostiene che in questa battaglia decisiva «l’autentica fede» può contare anche sui «martiri» dello jihad, che combatteranno con entusiasmo contro gli americani e per questo avranno il paradiso come ricompensa dopo la morte.

Renzo Guolo, Il fondamentalismo islamico, Laterza, 2002.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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