La “Zona grigia” di Griner: Galmozzi riporta il cielo sulla terra

Lo status sulla bacheca facebook di Enrico “Kid” Galmozzi, già fondatore di Prima Linea, è abbastanza criptico :

C’è chi può ripercorrere la propria vita. Anche con autoironia e criticamente.
Perché ha avuto una vita.
Poi ci sono quelli che possono raccontare solo le vite degli altri
Essendo già sfigati di loro non aggiungo parola.

Lo scambio di battute con Massimiliano Griner, che “Kid” si premura di taggare, non aiuta a capire:

griner

In effetti l’autococcodrillo di Galmozzi, pubblicato meno di tre anni fa sulla sua bacheca, era decisamente un bel pezzo. Perché lui è una persona interessante, che ha molto e intensamente vissuto. Non mettendosi paura di affrontare le conseguenze delle proprie scelte né gli esiti di una complicata traiettoria culturale e ideale. Solo che, a essere precisi, Griner ha ripubblicato non la nota di facebook ma l’articolo che allora Paolo Foschini scrisse sul Corriere della Sera, ripreso nella rassegna stampa di Miccia Corta, il sito di Sergio Segio, amico e compagno di gioventù di Galmozzi:

«Tra pochi giorni compio 60 anni. Il bilancio si fa in fretta: non ho combinato un cazzo. A parte i danni» . Tra questi la partecipazione agli omicidi del militante missino Enrico Pedenovi nel ’76 e del brigadiere Giuseppe Ciotta nel ’77, per i quali sarebbe poi stato condannato a soli 27 anni anziché all’ergastolo in quanto «non irriducibile» .
È Enrico Galmozzi, oggi grossista di scatole per gioielli a Milano nonché scrittore di libri sull’impresa fiumana di D’Annunzio, ma negli anni di Piombo fondatore di Prima Linea con quel Sergio Segio attuale braccio destro di don Ciotti, e quel Sergio D’Elia divenuto poi parlamentare, o quel Roberto Sandalo che invece fu riarrestato tre anni fa, o tanti altri ancora.
Ieri il suo bilancio («esistenziale — ha precisato poi al telefono — non politico» ) lo ha messo su Facebook preceduto da un clip col monologo finale di Blade Runner e il risultato è una rasoiata più profonda di un trattato sociologico. «Ho vissuto — scrive il quasi sessantenne Galmozzi — come nel primo tempo di un cattivo film d’azione: spari, bombe, inseguimenti senza uno stralcio di sceneggiatura. Speravo che il secondo tempo e magari un bel finale riscattassero il tutto e invece è seguito un film minimalista di quelli in cui non succede nulla. E il tutto non è neppure originale: incarno perfettamente il tipo medio di quella parte della mia generazione che ha assommato la rovina pubblica a quella privata. Studi interrotti, carriere professionali troncate o mai iniziate, progetti mai portati a termine, edificazione di profili incerti di soggetti senza arte né parte ai quali i più sagaci di noi hanno pure trovato un nome accattivante: cognitariato. Praticamente chiunque non sappia fare un cazzo rientra nella categoria del cognitaro. In questo siamo sempre stati imbattibili: trovare nomi irresistibili per le minchiate che spariamo»
Ovviamente il giornalista del Corriere si sofferma poi sull’immancabile dibattito scatenato dalla “provocazione”. Ma qual è il retropensiero di Galmozzi (io so che tu sai che io so) su questo ripescaggio?
In effetti, da tempo, Griner, un autore e sceneggiatore Rai che si occupa di storia contemporanea e di costume, ripubblica materiali sugli anni di piombo, con particolare riguardo a un tema specifico, la “Zona grigia”, il brodo di cultura della connivenza sociale e intellettuale che avrebbe poi generato  il terrorismo. E proprio in questi giorni un volume con questo titolo e a sua firma è stato pubblicato da Chiarelettere. Solo che Galmozzi non risponde certo alle caratteristiche dell’in-tel-let-tu-ale fomentatore ma anzi, piuttosto, a quello del “sedotto e abbandonato”: un giovane scapestrato che abbandona gli studi e va a lavorare in fabbrica percorrendo rapidamente tutta la trafila, dalle lotte operaie dell’autunno caldo alla militanza extraparlamentare violenta (in Lotta continua) fino al passaggio alle armi.
E quindi il dubbio è lecito: che ci azzecca il nostro “Kid” con il professor Bobbio che scrive la prefazione al volume “Il carcere some scuola di rivoluzione” una tesi di laurea elaborata sui materiali della commissione Carceri di Lotta continua da cui, da lì a poco, sarebbero nati i Nuclei armati proletari? O con i tanti registi, scrittori, attori, che firmano appelli facinorosi in difesa delle vittime della repressione o a sostegno della campagna contro il commissario Calabresi che finì per legittimarne l’omicidio?
Il dubbio e in realtà è che Galmozzi ci si sia messo da solo in mezzo, contestando in una rapida nota sul blog Idee in/oltre l’operazione politico-intellettuale che ha messo capo al libro:
Recensendo se stesso, su Il Fatto Quotidiano (19/04/2014), Massimiliano Griner dice che: “La molla principale alla realizzazione di questo libro è stata l’indignazione verso un ambiente spesso arrogante e protetto” e ancora: “un complesso di complicità, silenzi, falsa coscienza, opportunismo, che fanno di questa storia un momento dell’ipocrisia di massa”. Messa così sembrerebbe che l’operazione costituisca niente di più di una postuma resa dei conti all’interno di determinati ambiti professonali e intellettuali. Quindi nulla di utile, anche perché qui la “zona grigia” viene degradata a “civetteria” da parte di soggetti che non si sono negati “il brivido di un sanpietrino, il crepitio di una molotov o il fragore di una vetrina infranta” prima di rientrare nell’alveo di una esistenza conforme.
Ma per Galmozzi i termini della questione vanno rovesciati. Così come, nell’analisi operaista  “la classe prima del capitale” così è la forza del Movimento che attira gli “ambienti non proletari”:
In realtà, tralasciando la questione, ben più pertinente, della ampiezza dell’adesione di massa da parte di settori operai e proletari, almeno fino al sequestro Moro (usato qui come spartiacque ben sapendo che si tratta di una semplificazione), va detto che la medesima contiguità palesata da ambienti non proletari non era riconducibile ad atteggiamenti “civettuoli” quanto al peso esercitato, in termini di AUTORITÀ SOCIALE, della opzione rivoluzionaria che contemplava al proprio interno anche la pratica della violenza. Se Prima Linea nel 1976 teneva le riunioni del proprio comando nazionale negli uffici di presidenza della Facoltà di Architettura a Milano o se le FCC stampavano i loro volantini di rivendicazione col ciclostile della FIM CISL non era perché qualcuno in quegli ambienti “civettava” ma perché, allora, non c’era alcun ambiente politico impenetrabile, in termini di autorità e influenza politica, per le formazioni combattenti.
 
 
Quindi, da esaminare non è la dialettica di quegli anni tra “peste rossa” (verrebbe da dire parafrasando Grillo) e “zona grigia” ma l’arbitraria cesura operata tra i “pesci” e e l’ “acqua” che ha consegnato qualche migliaio di militanti a una dannazione non soltanto giudiziaria e penale:
 
 
Quindi l’utilità di riprendere il dibattito su quegli anni, compreso l’affrontamento della zona grigia, per me consiste nel comprendere come proprio la separazione arbitraria effettuata fra i 4200 condannati per reati connessi al terrorismo e la ben più vasta area di riferimento sia stato il macigno posto sulla liquidazione di una storia che non a caso lo stesso Griner definisce “stagione di follia”. Molti, anche impensabili, hanno contribuito a questo. Penso al  Manifesto a cui si deve la formulazione della differenza fra “area della sovversione sociale”  e combattenti, proprio loro che discutevano la unificazione con Potere Operaio, il Partito dell’insurrezione, dove la notizia non sta nel fatto che poi l’unificazione non si fece ma nel fatto che se ne discutesse  come possibile. Fino a Rifondazione Comunista che, in silenzio, ha tesserato molti ex terroristi ma che per viltà e opportunismo ha commissariato la sua sezione di Modena che aveva osato organizzare un dibattito sui ’70 con la presenza di Gallinari .
Galmozzi, ovviamente, non è proprio il tipo in cerca di alibi o disposto a chiamate in correità per sgravarsi la coscienza (che in sede di espiazione ha pagato abbondantemente quello che doveva pagare)
 
Ora, ognuno si prende le proprie responsabilità, ma io chiedo chi di voi negli anni ’70 non abbia urlato almeno una volta “morte al fascio” e se poi qualcuno, per esempio io, passava alle vie di fatto, proprio sulla base di questa legittimazione di massa, perché mai solo su questi debba cadere l’ostracismo politico e sociale?
Io non ritengo sia stata una “stagione di follia”, per lo meno NON solo questo è in ogni caso NON opera di pochi pazzi. E allora la discussione sulla dimensione di massa del fenomeno deve servire non solo a ridefinire correttamente il dibattito storiografico ma anche a rimuovere la pena accessoria dell’ostracismo politico e sociale che ha confinato buna parte consistente di una generazione nella zona grigia (questa sì ) della privazione del diritto di parola.
 
Beh, mi sembra decisemente una proposta interessante…
Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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