Le lezioni di luglio ’60. Montaldi: il ticket Fanfani-Scelba rassicura tutti

di DANILO MONTALDI

La prima parte dell’articolo

Il 2 luglio le autorità fanno un ultimo tentativo per calmare l’agitazione attraverso l’intervento dell’Anpi, ma i lavoratori sono decisi a tutto e minacciano di scavalcare i propri dirigenti se i fascisti iniziano il loro congresso e non si passa all’azione.

Giovani delle città vicine ed ex partigiani armati giungono da tutte le regioni contravvenendo alle disposizioni dell’Anpi.

Il governo finisce per recedere.

Il congresso non è più autorizzato e i fascisti rinunciano a tenerlo altrove. Visto il successo di Genova, i partiti della sinistra pensano di recuperare il movimento per sfruttarlo sul piano parlamentare. Organizzano manifestazioni un po’ ovunque. Ma di nuovo il movimento non si sviluppa come previsto. Il 6 luglio a Roma, scontri oppongono per più ore manifestanti e polizia. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, la polizia spara e uccide cinque operai. Si decide un nuovo sciopero, questa volta su scala nazionale.

In Sicilia, il primo luglio, un operaio agricolo era stato ucciso dalla polizia nel corso di una manifestazione per i salari [in realtà è il 5 luglio a Licata, ndb]. Il 9 luglio, a Palermo e Catania, la polizia spara di nuovo e uccide altri quattro operai [rectius l’8 luglio. E saranno 5: un sedicenne ferito a palermo morirà dopo 6 mesi, ndb].

La soluzione della crisi

Malgrado la repressione, anzi in seguito ad essa, per gli eccessi rivelati e per le reazioni che provoca, appare chiaro che i giorni per il governo Tambroni sono ormai contati.

L’unione di centro e la destra neofascista che esso esprime sono condannate. Soluzione della crisi ritorno di Fanfani alla testa del governo e di Scelba, l’uomo dal pugno duro, agli Interni; la borghesia è soddisfatta.

Fanfani rassicura, a ogni buon conto, la sinistra, mentre Scelba garantisce l’ordine pubblico.

L’eco delle giornate di giugno-luglio è stata molto profonda tra il proletariato italiano.

Allorché a Genova “fare come a Tokyo” correva di bocca in bocca divenendo una specie di parola d’ordine, a Torino e nelle altre città italiane i lavoratori dicevano: “bisogna fare come a Genova” e gli operai aggiungevano “è il fascismo il nostro padrone”.

Le tensioni con gli apparati

Eppure a Genova e altrove i lavoratori e i giovani non si sono scontrati solo con le forze della repressione, ma anche con i dirigenti della sinistra che tentavano di frenare la loro azione, di imprimerle un carattere esclusivamente legale e inoffensivo.

La loro reazione è stata molto dura: a Genova hanno rovesciato una macchina della Camera del lavoro che invitava alla calma, a Roma hanno rotto la testa a un funzionario del P.C.I. che avanzava proposte tese a calmarli.

Un po’ ovunque, i dirigenti della sinistra sono stati criticati, e persino fischiati, per le loro esitazioni.

Certo non si può parlare di una rottura netta tra i lavoratori e le loro direzioni burocratiche, ma un buon numero di operai, di giovani, di ex partigiani, capiscono già da ora che il problema non consiste solo nel sapere se le direzioni dei partiti sono più o meno molli, più o meno dure, ma la sua natura è ben più profonda.

Il comportamento operaio

E’ necessario sottolinearlo: in luglio gli operai, i giovani, reclamavano forme di lotta che le organizzazioni tradizionali non potevano offrire.

Alla cristallizzazione di queste forme e alla loro estensione si è opposta, tuttavia, la mancanza totale di legami tra gruppi autonomi e i militanti rivoluzionari che in diverse città hanno preso le iniziative più efficaci. Comunque, anche se fossero esistiti non avrebbero modificato l’aspetto, e conseguentemente anche la traccia impressa nella coscienza dei protagonisti.

Inoltre occorre sottolineare un secondo aspetto importante delle giornate di luglio: il comportamento operaio dimostra che l’operaio non si integra anche se nei suoi confronti il capitale tenta la politica degli alti salari e della “prosperità”. Le manifestazioni hanno avuto come protagonisti gli operai più “prosperi” e apparentemente più “integrati” d’Italia.

L’attività dei gruppi rivoluzionari

Ma la lezione più importante riguarda la forma di attività dei gruppi rivoluzionari. Ci sono gruppi “rigidamente” marxisti, in cui finora ci si è limitati a fare un lavoro di studio. Il loro orientamento esclusivamente teorico fa sì che essi non possano incidere nella lotta.

E’ pressoché comune, in ogni città, la presenza di gruppi di giovani che, anziché chiudersi in cerchie ristrette e discutere di teoria, cercano da un lato di mettere in comune con i lavoratori l’esperienza accumulata in questi ultimi anni sia nei partiti che nei sindacati, nella fabbrica come nella vita quotidiana, e dall’altro di intervenire efficacemente nelle lotte.

Questo lavoro esige nella pratica una stretta cooperazione tra operai e intellettuali, e la stesura, grazie a ciò, di documenti e di elaborati che siano a loro volta strumenti di coagulo delle lotte operaie, e mezzo per la comprensione dell’esperienza. Alcuni gruppi si sono già messi su questa strada.

Occorrerà coordinare e approfondire perché si possa giungere, un domani più o meno lontano, alla costruzione di un’avanguardia organizzata capace di rispondere ai problemi e ai bisogni attuali delle masse lavoratrici italiane.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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