Le stragi e Verona: ora spunta un ordinovista maestro di arti marziali

Il giudice Salvini è un formidabile investigatore. Il suo libro sulla maledizione di piazza Fontana è una miniera di notizie minuziose che quantomeno arricchiscono il grande affresco che in tanti abbiamo contribuito a disegnare sull’Italia degli anni 70. Ma è decisamente uomo del Novecento. Quando ha deciso di definire per antonomasia uno dei principali “testimoni” (l’antiquario) e l’accusato (il paracadutista) pensando così di schermarne i nomi ha sottovalutato la devastante potenza della Rete e della digitalizzazione degli archivi. In qualche caso basta addirittura la buona memoria. La virtù professionale che accomuna vecchi marescialli di provincia e cronisti di nera. E’ così per il personaggio a cui viene proposto di mettere la bomba a piazza della Loggia. Una testimonianza dell’ “antiquario”, un personaggio chiave della “maledizione di piazza Fontana” che qui riproduciamo, con una interessante chiosa di Guido Salvin.

Il preannunzio della strage di Brescia

L’Antiquario continua a parlare, lentamente, con voce calma. Fa nomi e cognomi, cita luoghi, fatti, date. Racconta del preannunzio che ha avuto della strage di piazza della Loggia a Brescia: lui all’epoca aveva ventun anni e si era da poco trasferito in Toscana. «Poco prima dell’eccidio tornai a Milano a trovare un amico» racconta. «Lui mi prese da parte e mi disse: “Lo sai, mi hanno proposto di fare questa cosa. Tu che ne pensi?”. Cercai di essere chiaro: le bombe non mi sono mai piaciute, le ho sempre ritenute stupide. Se proprio bisogna organizzare un’azione, è bene farlo in modo politico, perché tutti possano capire. Lui mi diede ragione e si tirò indietro.»

Gli chiedo chi fosse questo amico, e lui fa il nome di un noto militante toscano di Ordine nuovo dell’epoca; è ancora vivo e non è mai stato interrogato. «Bisognerebbe parlargli» suggerisce l’Antiquario. «Chi gli fece quella proposta è colui che progettò la strage.» Penso che abbia ragione, ma sulla strage di Brescia c’è un’indagine ancora in corso, non voglio intromettermi e non insisto. Non sembra un caso, e l’Antiquario non lo sa, che i nuovi elementi da poco raccolti sulla progettazione della strage di Brescia portino alla cellula veronese e che quel militante di Ordine nuovo toscano in quel periodo avesse vissuto proprio a Verona, dove insegnava arti marziali. Gli prometto che comunque trasmetterò la notizia a quella Procura, sperando che la cosa abbia un seguito.

Un documento della Commissione Stragi

Ma chi è l’ordinovista toscano che nei primi anni ’70 si trasferisce a Verona? Ce lo dice una relazione della commissione stragi presieduta dal senatore diessino Pellegrino, Piano Solo e la teoria del golpe negli anni ’60 . Gli autori del testo sul sono i rappresentanti di Alleanza nazionale, Ruggero Manca, Mantica e il compianto Fragalà, brutalmente assassinato anni dopo da un commando mafioso. La risposta è alle pagine 141 e 142 del fascicolo degli atti parlamentari, pubblicato il 7 aprile 2000:

Tra le tante dichiarazioni e testimonianze, appaiono significative le puntuali affermazioni di Graziano Gubbini, ordinovista perugino che tra il 1971 ed il 1972 si era trasferito in Veneto ed era entrato nelle formazioni ordinoviste locali. Questi riferisce di incontri con militari e di una riunione nella caserma di Montorio, cui Gubbini partecipò come rappresentante del centro Italia unitamente ad un rappresentate per il Sud e per il Nord per «dar vita ad una struttura di civili di ispirazione ordinovista che, in collegamento con ambienti militari, avrebbe dovuto organizzarsi con basi, armi ecc. […] con finalità anticomuniste […].

L’operazione venne denominata “Operazione Patria” e prevedeva la costituzione di una struttura organizzata in modo analogo al F.N.L., con a disposizione basi, armi ed il nostro addestramento. Avremmo avuto a nostra disposizione per il nostro addestramento delle basi militari cioè la creazione di una struttura mista di militari e civili che avrebbe potuto avvalersi dei supporti logistici e addestrativi dell’esercito». L’operazione si sarebbe arenata per la resistenza degli ordinovisti del Centro e del Sud alla consegna dell’elenco completo dei militanti dell’organizzazione

L’ordinovista toscano a Verona

I parlamentari di Alleanza nazionale fanno riferimento a un interrogatorio nel 1994 dello stesso Gubbini con il giudice istruttore di Bologna Grassi. E’ il caso di precisare che Gubbini, leader della cellula ordinovista perugina, era stato indagato per Ordine nero toscano. Il gruppo terroristico compì i suoi attacchi tra Toscana e Umbria. Probabilmente questo particolare può avere trattato in errore l’antiquario. La sua confidenza non ha avuto riscontro investigativo. Del resto nessun ordinovista toscano ha vissuto per anni a Verona e insegnato arti marziali. Gubbini da latitante sarà poi arrestato il 2 dicembre 1975 nel covo di via Sartorio con una pattuglia di avanguardisti (tra cui Tilgher, Di Luia e Vinciguerra). E’ utile riportare una citazione lunga di quell’interrogatorio, riprendendolo dal sito 4 agosto 1974

Una riunione in caserma con Spiazzi

“… Ho conosciuto Spiazzi nel ’71 o nel ’72 allorquando, richiesto da Elio Massagrande, mi trasferii a Verona per fare l’istruttore in una palestra di karate che era stata aperta da diverse persone fra le quali il Massagrande. Fui invitato a casa dello Spiazzi e potei vedere la sua collezione di armi. Sono appassionato di armi e la trovai molto ricca. Fra l’altro lo Spiazzi mi mostrò lo stampato, cioè lo scheletro di un mitra di nuova concezione disegnato da lui stesso.

Ad un certo punto il Massagrande mi parlò di altre armi a disposizione dello Spiazzi, custodite in un vagone ferroviario. Organizzammo poi, sempre durante la mia permanenza a Verona, un incontro per dar vita a una struttura di civili di ispirazione ordinovista che, in collegamento con ambienti militari, avrebbe dovuto organizzarsi con basi, armi ecc con finalità anticomuniste.

Allorquando comparve sulla stampa la vicenda della struttura Gladio, riconobbi in quest’ultima qualcosa di simile a ciò che noi contavamo di organizzare. Vi fu quindi una riunione della caserma di Montorio, riunione presieduta dallo Spiazzi, presenti altri ufficiali e dalla quale – per Ordine Nuovo – partecipammo io, tale Salvatore Ardizzone ed una persona di nome Claudio di Verona, della quale adesso non ricordo il cognome, conosciuto dallo Spiazzi e ben inserita in quell’ambiente. Io rappresentavo il centro Italia, l’Ardizzone l’Italia meridionale e Claudio il nord.

L’operazione venne denominata “Operazione Patria”. Prevedeva la costituzione di una struttura organizzata in modo analogo all’FNL, con a disposizione basi ed armi ed in grado di fornire addestramento. Avremmo avuto a disposizione per il nostro addestramento, delle basi militari. L’iniziativa si arenò di fronte al fatto che ciascuno dei tre rappresentanti delle tre aree geografiche avrebbero dovuto fornire l’elenco dei militanti da inserire in questa struttura. Claudio non aveva nessun problema a far ciò mentre io e l’Ardizzone ci opponevamo. La cosa finì lì”.

E il cerchio si chiude su Claudio

E qui sembra chiudersi perfettamente il cerchio. Perché il profilo che Salvini traccia del “Paracadutista”, al secolo Claudio Bizzarri, presunto autore materiale della strage di piazza Fontana, militare nei corpi di elite, elemento operativo invita a pensare che il Claudio di quella riunione paragolpista fosse proprio Bizzarri. Che romanzo, la maledizione di piazza Fontana.

Per approfondire

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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