5 febbraio 1944: muore in carcere Leone Ginzburg, dopo le torture naziste

La famiglia e la scelta politica

Leone Ginzburg nacque in Russia da una famiglia ebrea cosmopolita ma era figlio naturale di un ebreo italiano che aveva avuto una relazione con la madre. Studiò in Italia (al liceo D’Azeglio di Torino con il professor Monti) e poi all’Università di Torino. Ottenne la cittadinanza italiana nel 1931, a 22 anni, si astenne dall’impegno politico diretto. Negli anni dell’università Monti e i suoi ex allievi del d’Azeglio (la “confraternita”, come Mila designava scherzosamente il gruppo) si riunivano regolarmente in un caffè di via Rattazzi, ma a volte anche nello studio di Sturani o nella casa di campagna di Pavese. Il 1932 fu un anno decisivo nella sua biografia, soprattutto sotto l’angolo visuale della politica. Una borsa di studio (ottenuta per poter proseguire i suoi studi su Maupassant: intendeva trasformare in un libro la sua tesi di laurea) lo portò a soggiornare nell’aprile-maggio a Parigi. Qui rivide Garosci (che aveva abbandonato l’Italia), frequentò l’ambiente dei fuorusciti, conobbe Carlo Rosselli e Salvemini, incontrò Croce.

Nel soggiorno parigino prese la decisione di entrare nel movimento antifascista clandestino. Quando tornò in Italia, le fila dell’antifascismo torinese erano state da poco scompaginate dalle dure condanne comminate dal tribunale speciale. Ginzburg decise di ricostituirle dando vita, nel corso dell’estate, a un nuovo gruppo torinese di Giustizia e libertà. Ne fecero parte, oltre al Monti, Carlo Levi, Barbara Allason, Mila, C. Mussa-Ivaldi, il professor Michele Giua e il figlio Renzo. Più tardi si aggiunsero Foa, Mario Levi, Sion Segre, e vennero presi contatti con Muscetta e Fiore. Nel 1932 iniziò, inoltre, a collaborare ai Quaderni di Giustizia e libertà, firmando con la sigla M.S., in omaggio a Maria Segré, la sorella del padre naturale.

La sua formazione

La sua formazione non è facile da ricostruire. Da un punto di vista politico si possono forse indicare quattro nomi decisivi: Mazzini, Cattaneo, Gobetti e Croce. I suoi rapporti con il già anziano filosofo, testimoniati da una ricca corrispondenza, furono sempre intensi, unendo riflessioni storico-culturali a progetti editoriali.

Dal punto di vista strettamente politico, il G. vedeva in Croce, come tanti altri giovani antifascisti, l’uomo che con il Manifesto del 1925, e poi con la sua attività di studioso, si era affermato come un simbolo dell’antifascismo alla luce del sole. Lo divisero però da lui soprattutto, nel corso degli anni (ma senza che questo turbasse i loro rapporti), la scelta della cospirazione, il rifiuto del conservatorismo sociale e il senso dell’insufficienza di una “religione della libertà” che non si incarnasse in programmi politici più concreti.

Il G. mostrò peraltro una grande apertura – non certo comune in quegli anni in Italia – verso quanto di nuovo si andava producendo in Europa nel campo dell’estetica e della critica letteraria: dalle polemiche sul formalismo russo alle esperienze dell’ancor giovane scuola di Warburg.

Le prime attività cospirative

Fra la fine del 1932 e l’inizio del 1933 il G. cercò di organizzare la fuga di Ernesto Rossi dal carcere di Piacenza, ma il tentativo rimase senza esito, anche a causa del trasferimento del prigioniero ad altro carcere. Intanto, nel dicembre del 1932, il G. aveva ottenuto la libera docenza in letteratura russa ma non la potè esercitare per il rifiuto di prestare giuramento al regime.

L’11 marzo 1934, al valico di Ponte Tresa, la polizia fermò un’auto su cui si trovavano Sion Segre e Mario Levi, che lui aveva inviato in Svizzera a prelevare stampa clandestina. Mario Levi riuscì rocambolescamente a fuggire, mentre Segre venne arrestato. Nei giorni successivi, furono arrestate altre 60 persone fra cui Ginzburg il 6 novembre 1934, davanti al tribunale speciale, lui e Sion Segre vennero processati sotto l’accusa di avere fatto parte dell’associazione rivoluzionaria Giustizia e libertà. Ginzburg. fu condannato a quattro anni di reclusione, Segre a tre; due anni vennero successivamente amnistiati.

Nel dicembre, dopo un periodo nel carcere di Regina Coeli a Roma, il G. fu trasferito al carcere di Civitavecchia. Qui, incontrò e divenne amico di Mario Vinciguerra e di un gruppo di comunisti sloveni. Uscito di prigione il 13 marzo 1936, fu ormai costretto a condurre una vita da vigilato speciale, cui era preclusa ogni forma di collaborazione a riviste o giornali. Due anni dopo, in seguito alle leggi razziali, venne anche privato della cittadinanza, e condotto allo stato di apolide.

Il 12 febbraio 1938, sposò Natalia, figlia del professor Giuseppe Levi e sorella di Gino, Paola, Mario e Alberto. Dal loro matrimonio nacquero Carlo, nel 1939, Andrea, nel 1940, entrambi a Torino, e Alessandra, nel 1943, all’Aquila.

L’impegno nell’Einaudi

Negli anni fra l’uscita dal carcere e il 1940, s’impegnò soprattutto nell’attività della casa editrice Einaudi, fondata dal 1933, di cui fu magna pars. Sarebbe difficile sopravvalutare il ruolo che svolse nell’avvio e nella gestione della casa editrice, dapprima nel 1933-34, poi negli anni fra il 1936 e il 1940, e persino in quelli del confino (1940-43), malgrado le molte limitazioni che gli vennero imposte; infine, nei pochi mesi della riconquistata libertà, fra il 1943 e il 1944. Si può ben dire che l’Einaudi sia stata in buona parte una sua creazione, e che ne portò l’impronta ancora per molti anni dopo la sua scomparsa. La sua attività – ampiamente documentata dalle lettere e dai documenti interni conservati nell’archivio della casa editrice – svaria dalla progettazione delle collane alla revisione delle traduzioni, da un’attività redazionale di alto profilo (e assai rispettata) fino a un’attenzione costante per gli aspetti grafici e tipografici del lavoro editoriale. Ne è un esempio straordinario – uno fra i tanti – la corrispondenza con Montale per la pubblicazione delle Occasioni (1938-39): dove il poeta, incerto lui stesso tra due varianti di un verso, si rimette al G. per la decisione (“scegli te”, gli scrive).

Leone Ginzburg con Pavese e Antonicelli

Il confino in Abruzzo

Nel giugno 1940, subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, venne inviato, come “internato civile di guerra”, nel paese di Pizzoli (L’Aquila), dove lo raggiunsero poco dopo la moglie e i due figli. A Pizzoli, da “antifascista pericoloso”, fu sottoposto a un regime di sorvegliato speciale. Tuttavia strinse amicizia con un operaio comunista, Giorgi, che fu poi deputato e sindaco del paese e frequentò anche un gruppo di confinati jugoslavi, giunti nel 1941. Si organizzò, inoltre, per proseguire la sua attività editoriale e la collaborazione con Einaudi, malgrado la severa vigilanza di cui era oggetto: più che della posta, sorvegliata, si serviva delle rare visite di familiari per comunicare con Torino. Attraverso cartoline postali nelle quali (per passare attraverso le maglie della censura) fingeva di essere un comune lettore, polemizzò con Giulio Einaudi e i suoi collaboratori quando gli sembrava che la fretta li inducesse a trascurare la qualità editoriale di un testo.

Sotto l’urgenza delle nuove inquietudini e tragedie che la guerra comportava, la sua assenza forzata da Torino fu forse uno degli elementi che favorirono una svolta nella storia della casa editrice, insieme con il contemporaneo innesto di nuove forze, collaboratori più giovani come Muscetta, Alicata, Giaime Pintor (e, con essi, il più anziano Cantimori).

I dissensi in casa editrice

Da un lato affiorò una diversità di scelte politiche tra i collaboratori, vecchi e nuovi, che contestavano la scelta cospirativa; dall’altro, la casa editrice si aprì a rapporti, sia pur sempre prudenti e dignitosi, con il mondo tormentato dei giovani nati all’interno del regime fascista, cresciuti nell’atmosfera dei Littoriali e delle riviste appoggiate da Bottai, come Primato e La Ruota . Si apriva così un gioco non certo privo di rischi, tra Bottai che cercava di dare spazio ai giovani e alcuni di questi che cercavano, dal canto loro, di ritagliarsi uno spazio nei confronti della censura. È difficile dire se Ginzburg, compromesso politicamente e isolato nel confino di Pizzoli, approvasse o no questo gioco: certamente non vi partecipò. È possibile, ma non dimostrabile, che si riferisse a questo tema una battuta di Pintor sul suo “moralismo”. Non ci sono elementi per sospettare che questo insieme di divergenze abbia portato vicino a situazioni di rottura. Sappiamo, al contrario, che Pintor nutriva per Ginzburg un profondo rispetto personale, e che al suo ritorno dal confino, riprese in pieno il suo ruolo nella casa editrice.

Il partito d’azione e la clandestinità

Il 26 luglio 1943, subito dopo la caduta del regime, Ginzburg partì per Roma e si affrettò a prendere contatto con il gruppo dirigente del Partito d’azione, incontrando fra gli altri Rossi-Doria, Muscetta, Carandini, La Malfa, Venturi. Con Venturi partì per Torino per riallacciarvi altri contatti, e il 27 agosto era a Milano, dove diresse in casa Rollier, presenti fra gli altri Colorni e Spinelli, una discussione sugli Stati Uniti d’Europa, promossa dal Partito d’azione, che può considerarsi come un grande incunabolo del federalismo europeo. Pochi giorni dopo, fra il 5 e il 7 settembre, partecipò a Firenze a un congresso clandestino del partito, cui erano presenti fra gli altri Parri, Lussu, Lombardi, Bauer, Enriques Agnoletti. Dopo l’8 settembre, gli venne affidata la direzione del giornale clandestino L’Italia libera, pubblicato a Roma. Nella capitale, dove aveva anche ricevuto l’incarico di dirigere la sede romana della Einaudi, viveva sotto il falso nome di Leonida Gianturco.

La cattura e la morte

Il 20 novembre, il G. fu arrestato nella redazione dell’Italia libera e condotto a Regina Coeli. Negli stessi giorni furono arrestati anche Muscetta, Rossi Doria, Siglienti e vari altri collaboratori della rivista e della Einaudi. Ai primi di dicembre venne scoperta la sua vera identità. Il 9 dicembre fu trasferito al braccio controllato dai Tedeschi. Fu torturato e colpito a sangue durante gli interrogatori. Sandro Pertini, detenuto insieme con lui, ricorda di averlo incontrato, sanguinante, dopo l’ultimo interrogatorio; e che allora il G. gli disse “Guai a noi se domani […] nella nostra condanna investiremo tutto il popolo tedesco. Dobbiamo distinguere tra popolo e nazisti”.

Alla fine del gennaio 1944, per iniziativa di Lussu e di altre persone amiche, fu trasferito nell’infermeria del carcere, da dove si intendeva organizzarne la fuga. Il 4 febbraio si sentì molto male; la sera, scrisse un’ultima lettera alla moglie Natalia e chiamò un infermiere, che però si rifiutò di far venire il medico. La mattina del 5 febbraio1944 fu trovato morto, e solo allora fu permesso alla moglie di vederlo.

La lezione

Si è giustamente parlato, a proposito del G., di una biografia incompiuta, di una vita recisa “senza concludere la sua opera”, quando “ancora il suo discorso era appena cominciato”. Questo non si riferisce solo al tragico destino di un’esistenza troppo breve: destino condiviso con Gobetti e Giaime Pintor, alle cui figure la sua. è stata spesso accomunata. Il senso della sua vita, oltre che nei libri e negli articoli, è custodito nei preziosi archivi che conservano le sue lettere e i suoi appunti. E, più ancora, nella testimonianza di una dedizione alla libertà spinta, senza esitazioni, fino al sacrificio.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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