Ma Immacolata non ha pianto

[Un pezzo a caldo, sulla morte del cognato di Raffaele Cutolo]

cutolo_iacone"Cercate e nun fa 'e numere". Il dolore è grande ma Immacolata ha ancora la forza di dirigere le operazioni, la ritirata dei familiari sotto l'impietoso flash dei fotografi, le allucinanti lampade degli operatori.
Il tono è affettuoso ma secco verso la madre: "Trase a' parte e' rinte". La stretta dei fotografi si fa soffocante. E la voce suona forte e dura: "Nu' poche e' rispette". Lo ripete ancora, decisa, poi si rivolge sprezzantemente a uno dei marescialli che fa goffamente da forza di interposizione: "Vuie o' sapite chi sono io". E lui, rispettoso e un po' intimidito abbozza: "Lo sappiamo, e per questo". Il fratello di Immacolata è stato ammazzato da poco più di due ore, la bara l'hanno appena portata via ma lei non perde il controllo dei nervi. 
Il cerchio finalmente si allarga e questa volta a far pressione sono poliziotti e carabinieri. Vogliono portarla in caserma per interrogarla - sembra di capire - ma Immacolata replica decisa, appena alzando il tono, un po' più concitata: "No, signore. Non esiste. Il dolore è troppo forte". Non si convincono. Deve insistere, alzare ancora il tono. Ma questa volta parla italiano. Davanti agli sbirri le scatta - come il lancinante dolore di un dente scoperto - un amaro riflesso condizionato. Ma non l'abbandona la sua determinazione. E conclude secca: "No, non vengo in caserma".
E' stata una dura prova per lei. La sposa bianca di don Raffaele Cutolo ha già una certa consuetudine con l'assalto della stampa.
Ma una cosa è l'assedio in un'aula di tribunale, altra è la situazione drammatica di chi non può lasciarsi andare al proprio dolore, un'empia pressione che Immacolata ha già vissuto quando quattro anni fa l'è toccato piangere il padre morto ammazzato, anch'egli in un locale pubblico, dal barbiere, una morte da Padrino per una persona il cui unico titolo era l'essere il suocero del Professore.
Una pressione che Immacolata aveva vissuto per tutta la serata: e già appena era arrivato il magistrato all'interno del bar aveva sollevato la questione. No, il cerchio della stampa andava spezzato.
E alle domande insistenti di polizia e carabinieri replicava secca: "Nun saccie' niente, nun saccie' niente". Avesse saputo qualcosa non sarebbe certo andato a dirlo a loro.
Le urla si accavallavano con le proteste degli altri familiari ai quali è ancora impedito di vedere il cadavere di Luigi. Ma è al fine la sua voce a prevalere. Quando la polizia scientifica comincia i rilievi, gli agenti la fanno accomodare nella prima saletta del bar, la cui luce da sulla strada. E gli altri parenti fanno cerchio attorno per risparmiarla dallo sguardo indiscreto degli operatori che cercano di cogliere il suo dolore.
Indossa un vestitino leggero di cotone, di sgargiante colore arancione, con disegni stampati a losanghe verdi. La sorregge una donna sulla trentina, bionda con i capelli ricci, anche lei vestita in arancione. 
E' il momento dell'addio: il giudice - terminati i rilievi - autorizza i becchini a portare via la bara. La madre si dispera, singhiozza, quasi accasciata, Immacolata si piega sulle ginocchia, stringe tra le mani quelle gelide del fratello e seppur straziata non si lascia andare al pianto ma resta, fino alla fine, silenziosa, gli occhi asciutti come due esche, la voce strozzata in gola: quando finalmente si allontanano e rientrano nel primo vano del bar è lei a sorreggere e rincuorare la madre - una giacchetta di filanca a righe gettata sopra in tutta fretta su un vestito di cotone bianco e rosso. Poi la ferma richiesta alla polizia di far rompere l'assedio. E l'ultima rabbiosa protesta in nome di un rispetto che le viene negato, proprio a lei che è donna di rispetto.
GIORNALE DI NAPOLI 2 SETTEMBRE 1992
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