Ma la guerra dilaga

[commento a un omicidio di malavita a Castellammare di Stabia]

ayalaNo, non è guerra di camorra lo stillicidio di morti ammazzati che insanguina le strade della Campania con frequenza quasi quotidiana. Quando il conflitto interessa qualche gruppo organizzato, il livello dello scontro attinge ben presto le dimensioni della strage. E' stato così ad Acerra, tra i Di Paolo e i Grimaldi, è stato così a Secondigliano tra i Ruocco e i Prestieri. Quando l'escalation di botta e risposta ha toccato al cuore - negli affari familiari: un fratello, una madre - il cervello del clan si è determinata la scelta della soluzione finale.
E' nelle zone di confine, in una fase di leadership ormai indebolita o fiaccata - l'entropia è una legge di movimento della criminalità organizzata - che il conflitto dilaga. Arrestati Licciardi e Mallardo il circondario Nord di Napoli è ormai completamente ingovernabile: saltato il tappo le microfazioni, le piccole bande esplodono. E l'instabilità si è trasmessa all'agro Aversano dove si intrecciano ormai gli ultimi fuochi di guerra tra il trionfante clan di Sandokan e i bardelliani perdenti di Gigino Venosa, che ha dovuto subire l'atroce affronto di vedersi ammazzare anche la compagna, quella Carolina Maresca che si era vista uccidere il fratello e il padre dai miliziani del clan Mariano con i furiosi regolamenti di conti tra bande di piccoli rapinatori. Per l'omicidio di San Cipriano d'Aversa c'è una pista che porta alla vendetta trasversale (la vedova si chiama Maisto) ma ci sono altrettanti buoni motivi per circoscrivere il delitto a un più modesto ambito criminale.
No, queste improvvise esplosioni di violenza rispondono sempre più spesso a una logica brutale e al tempo stesso banale. Basso, assai basso è ormai il valore della vita umana se si giunge ad ammazzare una ragazza con il suo uomo solo perché non ha accettato di restare - a venti anni - fedele alla memoria del suo primo amore, un tossicomane appartenente a una famiglia di rispetto del quartiere.
Per i giovani leoni del narcotraffico basta poco, molto poco per arrivare all'omicidio. Così è stato la scorsa notte a Castellammare di Stabia, dove sta montando uno scontro ai margini dei due grandi clan rivali, gli Imparato e i D'Alessandro. Una ventina di giorni fa erano stati gambizzati due giovani, uno dei quali lontanamente imparentato con i D'Alessandro. La scorsa notte è toccato a un contrabbandiere di Scafati, che aveva trasferito il suo centro di attività a Castellammare. Personaggi di minimo cabotaggio, che si sono avvitati in uno scontro furioso per il controllo di qualche piccolo rivolo dell'immenso fiume del narcotraffico. 
Viene oggi - esplosiva - la proposta dell'ex giudice Ayala di legalizzare il traffico della droga per depotenziare la criminalità mafiosa, una proposta che rompe sicuramente con le culture - e le norme - proibizioniste dominanti. E che non potrà certo essere liquidata come un colpo di sole.
Perché è certo che la dilagante aggressività dei clan e delle bande della camorra - dopo la prima fase di straordinaria accumulazione primitiva legata ai formidabili flussi finanziari della Ricostruzione postsismica - è intrecciata, ad almeno due livelli, allo sviluppo del narcotraffico: lo spaccio e il consumo. Profonde mutazioni antropologiche, nei comportamenti, nei codici mentali, negli stili di vita, sono infatti determinate da un lato dalle straordinarie ricchezze che la grande torta offre e dall'altro dal consumo stesso della cocaina ed eroina, che diffondono in un tessuto sociale disintegrato aggressività e distruttività incontrollabili. La legalizzazione agirebbe soltanto sul primo piano - oltre a ridurre drasticamente l'indotto microcriminale che non è qui in discussione - ma a questo punto avrebbe un formidabile effetto di destrutturazione per la macchina criminale. No, l'antiproibizionismo non è un'opzione che può essere liquidata a cuor leggero.
IL GIORNALE DI NAPOLI 6 AGOSTO 1992
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