Per Emanuele Macchi un garantismo senza bandierine

Sta facendo discutere l’ardita tesi di Matteo Luca Andriola che, in questo blog, ha lanciato una provocazione mica male, a partire da un’analisi del caso di Emanuele Macchi. A mio giudizio, infatti, è veramente difficile in questo caso mettere bollini blu garantisti sulle banane di chiunque e chicchessia essendo stata la mobilitazione trasversalissima. Valga, ad esempio, l’impegno profuso dal deputato dem Emanuele Fiano, antifascista doc. Così come per la scarcerazione di Lele si pronuncia anche una testata decisamente orientata a sinistra come fanpage, una corazzata del giornalismo partecipativo. Leggi qui tutto l’articolo di Gaia Bozza
Per il resto completiamo la rassegna …

FLAVIA PERINA
10 maggio – Appello a un qualsiasi parlamentare. A Marassi, Genova, c’è un detenuto che non piace a nessuno, si chiama Lele Macchi, ha fatto 16 anni di carcere una volta, poi un po’ libero, poi ricercato, latitante a lungo e riarrestato in inchiesta su traffico di droga. E’ entrato in carcere già malato: pregresso cancro squamocellulare alla testa, cecità assoluta all’occhio sinistro, gamba destra ridotta di 4 cm, osteomielite, discinesie, riconosciuto invalido al 100% dall’Inps. La moglie racconta: «È su sedia a rotelle, non cammina più, il braccio sinistro è immobilizzato, ha le piaghe da decubito, sviene durante i colloqui. Non ricorda le cose dette un attimo prima, è pieno di lividi ed ematomi, pesa 44 chili». Tutti dicono: ricovero urgente. Tutti compreso il medico di Marassi e il perito incaricato dal signor giudice. Però il ricovero non si fa. Se di qui passa un qualsiasi parlamentare, può fare visita carceraria? Occuparsene? Produrre interrogazione?

11 maggio – Lele Macchi è in ospedale a Genova. Grazie a tutti. Il darsi da fare è servito (…) E in particolare, per quel che mi risulta direttamente: Radio Carcere, l’on. Emanuele Fiano (Pd), l’on Enza Blundo (M5S), Alessandra Ballerini, avvocato genovese specializzato in diritti umani. Stefano Quaranta, genovese, di Sel. Giovanni Lunardon, ligure, del Pd. I colleghi del Secolo XIX e del Dubbio. Poi credo anche altri, io cito quelli che so io.

RADIO CARCERE
La puntata di Radio Carcere dedicata al caso Macchi con l’intervento di Fabio Pagani, segretario Uil Penitenziari della Liguria dal minuto 20′ 05″  al minuto 28’54”

PETER FREEMAN
Ieri ho condiviso un post su Emanuele Macchi. Fascista. Colpevole per la legge. Persona probabilmente pessima. MA detenuto in condizioni inaccettabili stanti le sue condizioni di salute.
Ho ricevuto in tutto 6 “like”. I miei post (quelli seriosi, non le cagate) in genere ne raccolgono dalla trentina in su e non perché siano mediamente migliori.
Questo mi dà qualche pensiero su molti di voi, che sospetto essere mediamente stronzi o comunque antropologicamente assai distanti da me.

IL SECOLO D’ITALIA
Il caso del detenuto Lele Macchi, 60 anni, ex esponente dei Nar, rinchiuso ora nel carcere Marassi di Genova, malato e bisognoso di cure urgenti, finalmente arriva all’attenzione della stampa grazie all’opera di sensibilizzazione, sui social, di giornalisti sensibili all’argomento (da Ugo Maria Tassinari a Flavia Perina). Inoltre esponenti del Pd e del M5S avevano annunciato interrogazioni sulla vicenda. Una mobilitazione che ha sbloccato la situazione visto che Macchi è stato ricoverato in ospedale. Proprio oggi sul Tempo la moglie Rita Marinella  – che da giorni denunciava la situazione – aveva lanciato l’ennesimo appello spiegando in che condizioni sia ridotto ormai il marito (che già aveva alle spalle 16 anni di carcere) il quale deve ora scontare una condanna definitiva a dieci anni e otto mesi per traffico di stupefacenti. “Ha un quadro clinico – racconta – molto complesso: da 74 chili ne pesa 42. E’ su una sedia a rotelle perché non riesce più a camminare e ha il braccio sinistro immobilizzato. Ha avuto un cancro alla testa che gli hanno asportato chirurgicamente, ha il nervo ottico staccato e una disfagia acuta che gli rende difficile deglutire. Sono state fatte tre perizie: due dicono che è incompatibile col regime carcerario, nonostante questo il giudice di sorveglianza ha negato il differimento pena ai domiciliari”. Le condizioni di Macchi si sono di recente aggravate: un medico del carcere aveva chiesto il ricovero d’urgenza all’ospedale di Genova ma ancora non gli era stata data una risposta dal giudice di sorveglianza. Poi, l’attenzione sul caso, ha accelerato le procedure. Il passato criminale di Macchi non è in discussione, ma – ha detto ancora la moglie – “vorrei che si pensasse solo all’uomo che sta male”. Qanto all’accusa che grava su Macchi di avere artecipato al sequestro Fanella (il broker ucciso il 3 luglio del 2014 nella sua villa alla Camilluccia), la moglie lo discolpa facendo presente che Macchi in quei giorni era ai domiciliari: “Uscirà pulito da questo storia”.

IL MANIFESTO
La domanda si pone non per la prima volta: è giusto, civile e democratico lasciar morire in galera un detenuto, per quanto colpevole? E ancora, per chi si ritiene «di sinistra»: è necessario difenderlo anche se politicamente quel detenuto è collocato sulla destra estrema?
Emanuele Macchi è un fascista. Fronte della Gioventù negli anni ’70, poi Costruiamo l’azione, il gruppo di Paolo Signorelli e Sergio Calore che vagheggiava impossibili alleanze tra il radicalismo di destra e quello di sinistra. Macchi ne guidava il braccio armato, il Movimento rivoluzionario popolare.
Condannato a 16 anni se li è fatti tutti, uno dei principali «irriducibili» tra i terroristi neri della generazione dei tardi anni ’70.
Uscito dal carcere dopo 16 anni, Macchi è stato nuovamente arrestato, 15 anni dopo, e condannato per traffico internazionale di stupefacenti è indagato come organizzatore del sequestro, poi finito in omicidio, di Silvio Fanella, il «cassiere» di Gennaro Mokbel.
Evaso dai domiciliari prima che il processo per traffico di stupefacenti fosse concluso, è stato ri-arrestato in Francia ed estradato in Italia. Ora, dopo la condanna a 10 anni e mezzo, è detenuto nel carcere di Marassi.
Emanuele Macchi, però, è anche un uomo molto malato, affetto probabilmente da malattia demielizzante, costretto su una sedia a rotelle, dimagrito sino a diventare quasi irriconoscibile.
La moglie ha scritto nei giorni scorsi una lettera molto onesta: «Non è un detenuto come tutti gli altri. Ha una storia antipatica, scabrosa, sgradevole. Il suo passato è costellato di altre detenzioni. È, per il pubblico che legge, un pregiudicato, un evaso, un delinquente, un condannato».
Ma il quadro clinico è devastato: «Pregresso cancro squamocellulare asportato alla testa, cecità assoluta all’occhio sinistro, gamba destra ridotta di quattro cm, discinesia e sospetta malattia demielizzante».
Macchi, racconta la moglie che può vederlo una volta al mese, «non cammina più, il braccio sinistro è immobilizzato, ha le piaghe da decubito, sviene durante i colloqui». Dai 70 kg di quando è rientrato in carcere è passato a 44 kg.
Su questa base, la magistrata di sorveglianza dispone una perizia medica, che registra l’incompatibilità con la detenzione. La giudice non è convinta. Chiede di ripetere la perizia, che dà lo stesso esito.
Tuttavia la magistrata afferma di sentirsi «in dovere di disattendere» le raccomandazioni e di non disporre il differimento pena. In compenso, il 2 maggio scorso, ordina il trasferimento a un carcere più vicino a casa, a Ostia. Però l’amministrazione penitenziaria non procede. Il giorno seguente, 3 maggio, le condizioni di Macchi si aggravano e il medico penitenziario dispone l’immediato trasferimento in una struttura ospedaliera. Stavolta è la direzione del carcere a non ascoltare: Macchi è arrivato in ospedale solo ieri.
Sarebbe opportuno che tutte le figure istituzionali coinvolte ricordassero che la pena di morte, nel nostro ordinamento, non è prevista.
Per nessuno.
Andrea Colombo

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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