19 luglio 1954: nasce Maurizio Abbatino, il “freddo” boss pentito della Magliana

Maurizio Abbatino, il “Freddo” di “Romanzo criminale” è uno di quelli che ci è andato meglio nella trasposizione cinematografica. E anche il casting si è preso una discreta libertà affidando la parte di “Crispino”, riccio e olivastro a Kim Rossi Stuart. Comunque il bandito vero è uno dei protagonisti della banda già dalla fase di incubazione.

Il sequestro Grazioli

«Si trattava di un salto di qualità rispetto alle rapine che sino a quel momento costituivano la nostra principale attività. Un sequestro di persona richiedeva una maggiore organizzazione logistica e impegno personale. La divisione dei compiti era precisa tra i “romani” e la banda di Montespaccato. Ricorda Abbatino: «Io, Giuseppucci, Piconi, Castelletti, Danesi, Enzo Mastropietro, Paradisi e “Bobo” curammo le fasi preparatorie del sequestro, nel corso delle quali si unì Marcello Colafigli, conosciuto da Giuseppucci. Procurò il cloroformio utilizzato. Un ricettatore amico di Paradisi tenne i contatti con la famiglia Grazioli. Quelli di Montespaccato dovevano custodire per qualche tempo l’ostaggio».

Durante il sequestro i rapitori avevano inviato alla famiglia anche un’altra foto, nella quale l’ostaggio teneva in mano il quotidiano fiorentino «La Nazione», acquistato appositamente in Toscana per far credere che il duca fosse prigioniero dei “sardi”. Invece Grazioli − dopo un periodo trascorso in due diversi nascondigli a Roma, uno a Primavalle e l’altro sull’Aurelia, nella casa in costruzione del cognato di uno dei rapitori − era stato portato in Campania. Per scattare quella foto Abbatino andò nel napoletano, e rientrò in giornata nella capitale per recapitare il messaggio. «La morte del duca», racconterà il bandito al magistrato, «avvenne dopo il pagamento del riscatto.L’ostaggio aveva visto in faccia uno dei carcerieri, e quindi ci fu detto che non si poteva fare a meno di ucciderlo.

Solo nell’ottobre del 1993, grazie alle rivelazioni di Abbatino, sono emessi una decina di provvedimenti di cattura contro i presunti sequestratori. Qualcuno è stato arrestato, altri erano già in carcere, uno è riuscito a fuggire. Il miliardo e mezzo pagato dalla famiglia, anche se diviso in molte parti, fu davvero un salto di qualità per il gruppo di rapinatori che venivano dalla Magliana, dal Portuense e dal Trullo, periferie disastrate e da quartieri popolari come Trastevere e Testaccio.

Dalle batterie alla banda

Il rapporto con Giuseppucci era effettivamente nato come si racconta in “Romanzo criminale”, a partire dal furto della sua auto carica di armi e dell’accordo bonario per restituirgliele. Come racconta Abbatino, «nel corso del tempo si erano cementati i rapporti tra me, Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Enzo Mastropietro ed Emilio Castelletti, ma non ci eravamo ancora imposti l’obbligo di operare esclusivamente tra noi. La “batteria” si costituì tra noi quando ci unimmo a Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e solidarietà… Nel frattempo la “batteria” si trasformò in “banda” e si allargò integrando altri partecipi, come ad esempio Marcello Colafigli, Giorgio Paradisi, Claudio Sicilia, e altri gruppi, come quello di Acilia e dei “testaccini”, al punto che si rese necessario provvedere altrimenti alla custodia delle armi”. «La differenza tra ‘batteria” e “banda”, oltre che nel diverso numero dei partecipi, minore nella prima rispetto alla seconda, sta anche nel ventaglio più ampio di interessi criminosi della “banda” rispetto alla “batteria”, la quale si dedica alla commissione di un unico tipo di reati, per esempio le rapine. La “banda”, peraltro, comporta l’esistenza di vincoli più stretti tra i partecipi, vincoli che si traducono in obblighi maggiori di solidarietà tra gli associati». La «banda» determina dunque una sorta di responsabilità collettiva, ma anche un’attività di mutuo soccorso.

L’omicidio Nicolini

La “banda della Magliana” propriamente detta nasce quando entrano in contatto, tramite Giuseppucci, con Nicolino Selis e i banditi che insieme a lui operano tra Ostia e Acilia. A cementare la fusione il delitto dell’ippodromo. Franco Nicolini (nella fiction il “Terribile”) era odiato da Selis per una vecchia lite in carcere e in conflitto di interessi con Giuseppucci per il controllo del gioco dei cavalli. Nel 1992, Maurizio Abbatino, che faceva parte del «commando» di Tor di Valle, ha confessato al giudice istruttore: «I componenti del gruppo che commise l’omicidio erano: Renzo Danesi alla guida della Fiat 132, io alla guida della Fiat 131, Enzo Mastropietro, Giovanni Piconi, Edoardo Toscano, Marcello Colafigli, Nicolino Selis. A sparare furono Toscano e Piconi, le armi usate erano a canna corta e tutti, comunque, eravamo armati. All’interno dell’ippodromo si trovava, invece, il solo Franco Giuseppucci. Dopo l’omicidio abbandonammo le auto e ci portammo tutti a casa mia, dove ci raggiunse Giuseppucci. La mia abitazione in quel periodo era libera, poiché la mia famiglia aveva affittato una casa sul litorale di Fondi insieme a Renzo Danesi».

I rapporti con Cutolo

Selis portò in dote alla banda i suoi rapporti con la Nuova Camorra Organizzata. E quando un gruppo di fuoco della NCO si trasferì a Roma per tentare di eliminare il boss rivale Michele Zaza, chiese e ottenne l’appoggio della banda della Magliana. Abbatino e Toscano (“Scrocchiazeppi” in ‘Romanzo criminale), legato a Selis, diventati amici inseparabili, procurarono ai napoletani − tra cui Enzo Casillo, Giuseppe Puca detto «Giappone» e due ragazzi di Pozzuoli chiamati «i puzzolani» − appoggi e armi. E li accompagnarono in giro per le vie di Roma, alla ricerca di Zaza, uno che alla Magliana era noto perché suo suocero gestiva i grandi magazzini della borgata. Quando Claudio Sicilia tanto caro a «don» Raffaele finì a Regina Coeli per una storia di “fumo” e se lo trovò davanti, i due divennero amici. Un’amicizia interessata perché in carcere «”o pazzo» faceva il bello e il cattivo tempo. Intanto, però, i bravi ragazzi della Magliana vendevano la cocaina della Nco a un chilo per volta. Abbatino e Toscano la consegnavano al cugino di Sicilia, Iacolare, spesso accompagnato da Casillo. Lo scambio avveniva nel famoso bar di via Chiabrera.

La vendetta sui Proietti

“Crispino” fu uno dei protagonisti della guerra al clan Proietti, colpevole di aver “parcheggiato” Giuseppucci. Il primo colpo, contro Enrico, fallisce drammaticamente. «Intorno alle due di notte», racconterà Maurizio Abbatino, «vedemmo uscire una Fiat Ritmo dalla villa. La inseguimmo e dopo duecento o trecento metri la superammo: eravamo muniti di un fucile a pompa, un mitra Mab e una pistola calibro 9 con silenziatore. Avevamo anche una bomba a mano. Il silenziatore della calibro 9, dopo due o tre colpi, si ruppe. Il conducente della Fiat Ritmo fece una rapidissima retromarcia, riportandosi davanti al cancello della villa, balzò fuori dall’auto e si gettò in un burrone, mentre l’altro passeggero, che non avevamo capito si trattasse di una donna, restò “accucciato” nella macchina. Io mi trovavo alla guida della nostra autovettura, gli altri spararono tutti: Colafigli col fucile a pompa sparò all’interno dell’abitacolo della Fiat Ritmo.»

Dentro quella macchina, invece di Enrico Proietti, c’erano l’avvocato Pierluigi Parente, ventotto anni, figlio di un industriale, e la fidanzata Nicoletta Marchesi, che nulla sapevano della banda della Magliana. La ragazza restò gravemente ferita.

Passò un mese, e quelli della Magliana ci riprovarono. Stavolta agirono nel loro territorio, dove abitava pure «er cane», e non sbagliarono obiettivo. Enrico Proietti era in strada con la moglie, vicino alla sua Mercedes parcheggiata davanti a un negozio di articoli sportivi. Stava per salire in macchina quando una Fiat 132 lo affiancò e partirono alcuni colpi di pistola e di fucile. Il «cane» capì al volo quello che stava succedendo: «Infami, con me ve la prendete!» gridò a chi gli stava sparando, e si buttò a terra per ripararsi dietro le macchine. Un pallettone gli trapassò un polmone, ma riuscì a salvarsi.

Uno dei sicari era Maurizio Abbatino: «Poiché Enzo Mastropietro non era stato tempestivo nell’esplodere i colpi di fucile, così da non colpire in pieno il Proietti, ricordo che mi arrabbiai per questo, anche perché essendo molto conosciuti nella zona non potevamo scendere dall’autovettura per finire il Proietti, come invece è avvenuto in altri casi, senza correre il rischio di essere riconosciuti dalle persone che si trovavano sul posto».29.

Abbatino e i suoi sapevano che la loro vittima li aveva riconosciuti, ma un loro amico, infermiere dell’ospedale dove Proietti fu ricoverato, disse che potevano stare tranquilli, il «cane» si era trasformato in un pesce, e alla polizia non aveva detto niente.

La prima vittima della vendetta è “Orazietto” Benedetti, un amico dei Proietti che gestisce scommesse clandestine. Lo segnalano in una sala corsa. Partono in tre: Toscano, che lo ammazza, De Pedis che guida la moto della fuga, Abbatino che fa il palo alla guida di una Golf. Due giorni dopo, festa al ristorante per premiare chi ha fatto la soffiata.

Il raid di Donna Olimpia

Abbatino è uno degli autisti della “spedizione di via Donna Olimpia”, nel santuario del clan rivale. Maurizio Proietti si accorge dei nemici e apre il fuoco. Al termine della sparatoria Antonio Mancini (l'”Accattone”) e “Marcellone” Colafigli, feriti, si arrendono dopo essersi barricati e sono arrestati. Ma uno dei “pesciaroli” lo hanno ammazzato. I complici, invece, sono riusciti a scappare”.

Il conto di sangue tra la banda della Magliana e il clan dei «pesciaroli» si chiude nel giugno 1982 con l’omicidio di Ferdinando Proietti, che era presente all’omicidio Giuseppucci. «Il pugile» lasciò il carcere un giorno del 1982, e gli amici del “Negro” si misero subito a cercarlo. Lo scovò, dirà Abbatino, Giorgio Paradisi, quello che aveva assistito personalmente all’omicidio del «negro» a Trastevere, nonostante ai carabinieri l’avesse negato. Era il 30 giugno, Paradisi vide Proietti a viale Marconi e corse ad avvisare gli amici che stavano lì vicino, al bar Fermi. Trovò Roberto Fittirillo, Edoardo Toscano e Maurizio Abbatino, il quale racconterà al magistrato come morì Fernando Proietti: «Dato che la notizia ci aveva colto di sorpresa, decidemmo di operare immediatamente, utilizzando la moto di Toscano, una Honda 750 rossa, alla cui guida si pose Roberto Fittirillo con il Toscano a bordo. Sul luogo il Toscano si avvicinò a piedi al Proietti, contro il quale esplose dei colpi con una calibro 38, unica arma usata per l’occasione. Sul posto, oltre alla moto che restò in posizione defilata, sull’opposta carreggiata di viale Marconi, si trovava, a piedi, il Paradisi, mentre io ero rimasto ad attenderli al bar Fermi dove tornarono più tardi. Il Paradisi, tornato prima degli altri, mi informò che anche il Proietti era armato, ma non era riuscito a usare l’arma di cui disponeva».

“Lo abbiamo parcheggiato”

Intanto a Ostia era stato ucciso il figlio di Enrico Proietti. La cosa, spiegherà Maurizio Abbatino dieci anni dopo, «ci disturbò alquanto, perché avrebbe potuto essere ricollegato a noi in quanto già autori dell’attentato nei confronti del padre Enrico, e anche perché le caratteristiche fisiche dell’autore erano simili a quelle di Edoardo Toscano». Scatta la condanna a morte. La vittima fu portata al macello da un suo inconsapevole amico, al quale quelli della Magliana avevano proposto un incontro per trattare una partita di droga. I due arrivarono al bar di via Chiabrera la sera del 22 gennaio 1983, l’amico rimase a chiacchierare nel locale, Daniele Caruso invece fu invitato a fare un giro in macchina. Con lui salirono sulla Giulietta Edoardo Toscano e Claudio Sicilia, su una 127 rubata li seguirono Maurizio Abbatino e un altro della banda. Passò circa un’ora, e al bar tornarono, con la 127, soltanto Abbatino, Toscano e Sicilia; con loro avevano un fagotto, qualcosa che somigliava a un indumento sporco di sangue. Caruso non c’era e il suo amico, che senza saperlo l’aveva consegnato ai carnefici, chiese dove fosse finito. Per tutti rispose Edoardo Toscano, con un ghigno: «Se n’è ito», se n’è andato. L’amico insisteva, e Toscano provò a essere più chiaro: «L’abbiamo parcheggiato». Racconterà al giudice Abbatino: «Giunti in una zona defilata, nei pressi del cinodromo, l’auto del Caruso si fermò, e Sicilia, munito di un filo elettrico o di una calza da donna, tentò lo strangolamento. Poiché si trattava di operazione difficile da eseguire stante la violenta reazione della vittima, intervenne il Toscano, il quale finì il Caruso col coltello… Tornati al bar di via Chiabrera pensammo fosse il caso di distruggere la Fiat 127».

Il traffico di droga

Abbatino è anche tra i protagonisti del traffico di droga, principale fonte di arricchimento della banda. Il mercato più redditizio è quello dell’eroina ma i bravi ragazzi non disdegnano di trafficare coca e finanche di fare “movimenti di fumo”. E’ presente in occasione dei contatti con i “fornitori”, è attivo nell’organizzazione della distribuzione e nel controllo della rete dei “pusher”: «Io, Toscano, Colafigli, Picone, Mastropietro, Giuseppucci, Castelletti, Danesi e lo stesso Paradisi, il quale si occupava pure della custodia e della commercializzazione, battevamo la piazza per imporre il nostro prodotto agli spacciatori, promettendo e garantendo loro la protezione nei confronti dei precedenti fornitori. In altri termini mettevamo la concorrenza nelle condizioni di non poter più operare se non facendo capo a noi».

In particolare “Crispino” e “Marcellone” seguivano le piazze della Magliana e di San Paolo: «Via via – prosegue il suo racconto – che la nostra organizzazione si annetteva sempre più vaste fette di mercato, la stessa si allargava a seguito delle scarcerazioni di Enrico De Pedis, amico sia mio che di Giuseppucci, e di Raffaele Pernasetti, i quali ne entrarono a far parte a pieno titolo, apportando nuovi canali di approvvigionamento che consentivano di soddisfare le esigenze di conservazione del mercato acquisito e di ulteriori ampliamenti di attività. Amico del De Pedis era Danilo Abbruciati, il quale consentì di prendere contatto con fornitori del calibro di Stefano Bontade e Pippo Calò…

«Nel gruppo che ho chiamato dei “testaccini” (De Pedis e i suoi amici, NdA) gravitava con un certo peso decisionale Ettore Maragnoli, il quale aveva anch’egli contatti operativi nel settore degli stupefacenti con gruppi pugliesi, in particolare baresi, aperti durante un periodo di comune detenzione con tal “Ziffolino” o “Zinfolino”, nel carcere di Rebibbia… Gli appoggi per la commercializzazione venivano offerti ai “testaccini” da Antonio Ripini, il quale curava per loro conto la custodia e gli spostamenti dello stupefacente, e da Giuseppe Scimone, il quale aveva entrature nel mondo dello spettacolo, ambiente particolarmente interessato alla cocaina»

Il “piscione”

Una lezione particolare fu inferta a un “indipendente” che non solo lavorava in proprio ma anche sfidava apertamente l’egemonia della banda. Episodio che è riportato fedelmente anche nella serie televisiva:

Un certo Maurizio, uno che aveva una tintoria ma che guadagnava di più spacciando eroina, non solo si riforniva da altri, ma andava a dire in giro che la sua «roba» era migliore di quella procurata dalla gang della Magliana. Lo individuarono in pochi giorni, e quella sera di fine ’82, sul lungomare, se la vide davvero brutta. Si presentarono a casa sua in tre: Gianni «il roscio» e i due amici inseparabili, Toscano e Abbatino.

Presero Maurizio, lo trascinarono in macchina e guidarono fino alla spiaggia. Erano tutti armati, ma Maurizio provò a far vedere che non aveva paura e si mise a insultarli. Quelli per tutta risposta lo picchiarono, poi lo fecero inginocchiare con le mani dietro la schiena, la faccia rivolta verso il mare e le spalle verso di loro. La scena era pronta per l’esecuzione, pochi secondi e sarebbe arrivato il colpo di pistola alla nuca. Invece fecero un’altra cosa: si sbottonarono i pantaloni e cominciarono a orinare su quello spacciatore che non voleva comprare la loro droga. Risero mentre lo facevano e risero quando lo raccontarono agli amici; da allora quel «lavandaio» che spacciava droga fu soprannominato «il piscione».

L’amante e la moglie

Anche sua moglie, la signora Carla, sapeva dei suoi traffici. Una volta, raccontò Sicilia, fu interessata al ritiro di «due tocchi di cocaina», che dovevano servire per fare un regalo. E quando Maurizio si trovava in carcere, riusciva a farsi rispettare perché era pur sempre la «moglie del capo». Andava regolarmente a trovare Maurizio, riferiva quello che gli amici gli mandavano a dire e portava fuori le risposte. In assenza del «capo», era lei a incassare le quote di guadagni che spettavano al marito.

A procurare invece uno degli arresti fu la sua giovanissima amante, Roberta, una ragazza di buona famiglia. Pedinandola, la polizia arrivò a “Crispino” e arrestò lui e Toscano, rifugiato nel residence vicino. Dalle perquisizioni nei locali trovarono “fumo” e tracce di cocaina. Uso personale.

A Roberta, Abbatino aveva anche procurato un lavoro come commessa in un negozio, e il proprietario che l’aveva assunta detraeva i soldi dello stipendio della ragazza da quanto doveva pagare per l’eroina e la cocaina di cui lo rifornivano quelli della Magliana. Maurizio aveva voluto quell’impiego per l’amante in modo che non avesse problemi a uscire di casa, e lui potesse incontrarla ogni volta che voleva.

A Roberta, Abbatino aveva anche procurato un lavoro come commessa in un negozio, e il proprietario che l’aveva assunta detraeva i soldi dello stipendio della ragazza da quanto doveva pagare per l’eroina e la cocaina di cui lo rifornivano quelli della Magliana. Maurizio aveva voluto quell’impiego per l’amante in modo che non avesse problemi a uscire di casa, e lui potesse incontrarla ogni volta che voleva.

I traffici sulla salute

Dal ’79 in poi, Maurizio Abbatino entrava e usciva dal carcere con una certa frequenza ma non si riusciva mai a «stringere», e gli affari continuavano indisturbati nei loro affari. Pochi giorni prima che gli venisse notificato un nuovo mandato di cattura, nel maggio dell’83, un giudice provò a fargli dire qualcosa giocando la carta dei soldi. Com’era possibile che lui, Abbatino Maurizio, ventinove anni ancora da compiere, senza fissa occupazione, avesse tutti quei soldi, disponesse di case e macchine di lusso? «Crispino», con la faccia un po’ seria e un po’ strafottente del gangster replicò: «Signor giudice, in questi anni mi sono procurato da vivere con un’attività di vendita ambulante di oggetti religiosi». Un’invenzione divertente.

Intanto si era assicurato un falso riconoscimento di invalidità civile. Era uno specialista in imbrogli medici. Mentre si trovava in isolamento a Regina Coeli riuscì a ottenere la libertà provvisoria grazie a irritazioni e gonfiori degli occhi, appositamente procurati dai semi di ricino applicati sulle palpebre che gli venivano portati da uno dei cappellani del carcere. «Padre Gianfranco», racconterà «crispino», «non soltanto mi consegnò i semi di ricino, ma anche pacchetti contenenti hashish, cocaina occultata in confezioni di medicinali e una radio la cui detenzione era assolutamente vietata in carcere.»

In un’altra occasione Abbatino presentò una documentazione dalla quale risultava essere affetto da un’inesistente malattia al cuore; al cardiologo che gliel’aveva procurata fu recapitato, nel suo studio privato, un costoso apparecchio per il telecuore. Poi spese oltre sessanta milioni nell’acquisto di una macchina per l’applicazione di pacemaker, con la quale «crispino» doveva farsi inserire lo stimolatore cardiaco ma non trovò nessun medico disposto a intervenire su una persona sana. Simulò persino un cancro, grazie a uno scambio di vetrini e una biopsia “pezzottata”. Ottenne così gli arresti domiciliari in clinica. A sconfessarlo, a fine 1986, arrivò il pentimento del napoletano Claudio Sicilia (“Trentadenari” nella fiction). Perciò Abbatino decise di evadere dalla clinica, cosa che fece senza difficoltà. (1-continua)

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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