20 marzo 1979: ucciso Mino Pecorelli, l’uomo dei misteri d’Italia

unità 21 marzo 1979

Cominciò facendo l’avvocato specializzato in diritto commerciale, dopo una giovinezza avventurosa che l’aveva portato persino ad arruolarsi nell’Armata polacca; poi si diede da fare come portaborse, frequentando il sottobosco politico romano e gli uffici dei Servizi segreti, fino a ottenere un altro tesserino rosso, quello dell’Ordine dei giornalisti; lavorò prima a «Mondo d’oggi» e poi a un’agenzia da lui stesso fondata e chiamata «OP», «Osservatorio politico», che dopo qualche tempo riuscì a trasformare in settimanale con pretese patinate. Nel frattempo s’era messo in tasca una nuova tessera, quella della Loggia P2 di Licio Gelli, numero 1750, codice E19. 77, data d’iscrizione 1° gennaio 1977, fascicolo 0235.

Era Carmine «Mino» Pecorelli, nato a Sessano, provincia di Isernia, nel 1928. Un uomo che s’è sempre mosso nel mondo delle spie, dei ricatti e delle informazioni pilotate come un pesce nel mare, e che però non è riuscito a evitare di arenarsi nel punto in cui un killer gli ha sparato quattro colpi di calibro 7.65 alla testa, in via Tacito, a Roma, davanti alla sede del suo giornale.

Ammazzato con un colpo in bocca

«Carmine Pecorelli venne ucciso intorno alle ore 20. 45 del 20 marzo 1979. Nessun teste oculare fu presente al fatto. Franca Mangiavacca, la giornalista legata sentimentalmente e nello stesso tempo segretaria di redazione della rivista “OP”, vide un individuo fermo nei pressi della vettura a bordo della quale era la salma del Pecorelli. La Mangiavacca fu però in grado di indicare solo che si trattava di una persona, della quale non sapeva precisare il sesso, di altezza normale (intorno al metro e settanta) e che indossava un indumento chiaro (cappotto o impermeabile)… Che l’omicidio fosse da ricondursi all’attività giornalistica del Pecorelli e che si intendesse attribuirgli anche un significato simbolico, può arguirsi anche dalla perizia medico-legale. Pecorelli, infatti, fu ucciso con un colpo di pistola in bocca, che fu probabilmente anche il primo dei quattro che lo attinsero…

«Basta scorrere i fogli della rivista per comprendere come le continue allusioni, rinvii a successive precisazioni e ulteriori notizie, per di più su vicende di grandissimo rilievo e ancora in parte oscure all’epoca in cui apparivano gli articoli, non potevano non destare grave allarme negli interessati. Semmai è proprio la vastità e la quantità degli interessi lesi dagli articoli di Pecorelli che può costituire un serio ostacolo alla individuazione del mandante dell’omicidio, per la possibilità di prospettare più ipotesi, tutte apparentemente fondate.»

Quel Javelot molto raro

Due dei proiettili che misero fine alla vita e agli articoli di Mino Pecorelli, riferiscono i periti, erano di una marca molto rara in Italia, la Jevelot, uguali in tutto e per tutto a quelli che due anni e mezzo più tardi sarebbero stati trovati in un arsenale nascosto negli scantinati del ministero della Sanità, a Roma. A quel deposito d’armi attingevano i «bravi ragazzi» della Magliana, da Maurizio Abbatino a Claudio Sicilia, da Edoardo Toscano a Danilo Abbruciati, insieme ad alcuni terroristi di estrema destra collegati alla banda. Quell’arsenale è uno dei crocevia dei misteri d’Italia, e da lì − hanno stabilito le indagini − provenivano i proiettili che uccisero Mino Pecorelli.

Buscetta: lo abbiamo fatto noi …

Sui mandanti dell’omicidio, a oltre tredici anni di distanza, ha detto la sua il mafioso pentito Tommaso Buscetta: «Una notizia che ricordo con chiarezza e che mi fu data, in due occasioni successive e negli stessi termini, da Stefano Bontate e da Gaetano Badalamenti, è quella concernente l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, commesso a Roma. Una prima volta mi parlò di questo fatto, nel 1980 a Palermo, il Bontate.

Durante una conversazione a Fondo Magliocco, che toccò vari argomenti, il discorso cadde sui cugini Salvo, Nino e Ignazio. Il Bontate mi disse: “Anche l’omicidio di Pecorelli l’abbiamo fatto noi perché ce l’hanno chiesto i Salvo” (…) «Successivamente, nel 1982 a Rio de Janeiro, la stessa notizia mi fu data da Gaetano Badalamenti, sempre nel corso di una conversazione riguardante altri argomenti. Anche il Badalamenti, che nulla sapeva dell’analogo racconto a me fatto dal Bontate, disse che l’omicidio del Pecorelli era stato fatto eseguire da loro due su richiesta dei Salvo (…) I Salvo ne avevano richiesto l’uccisione poiché quegli “disturbava politicamente”»

… ma l’ha ispirato Andreotti

In altre occasioni «don» Masino dichiarerà di aver capito che dietro i Salvo, nella veste di ispiratore dell’omicidio, c’era Giulio Andreotti, indicato da lui e da altri «pentiti» come il «referente romano» di Cosa Nostra. Per la ricerca dei moventi, anche prima che venisse tirato in ballo il senatore a vita, gli stessi magistrati avevano scritto che c’era solo l’imbarazzo della scelta. Poi la loro attenzione s’è posata su due possibili intrecci, «gli assegni del presidente» e il caso Moro, dietro i quali poteva esserci, in entrambi i casi, proprio Giulio Andreotti.

Dei miliardi dell’Italcasse inghiottiti dai fratelli Caltagirone e dalla Sir di Nino Rovelli, Mino Pecorelli si occupò a lungo, chiamando spesso in causa Andreotti, capo del governo fra il ’76 e il ’79. E a scavare dietro le complesse vicende finanziarie fatte di società che subentrano ad altre e di assegni che girano di mano in mano, passando da politici a faccendieri e viceversa, si scoprono i «soliti noti» riciclatori della mafia e della banda della Magliana.

Il pm: una convergenza d’interessi mafiosi

«Può affermarsi in via di ipotesi di lavoro», ha scritto il pubblico ministero Giovanni Salvi nella richiesta di autorizzazione a procedere contro Andreotti, «che intorno alle vicende Italcasse e assegni della Sir (e cioè gli “assegni del presidente”) si sia determinata la convergenza di interessi di gruppi mafiosi, riconducibili a Giuseppe Calò e a Domenico Balducci… Particolare interesse investigativo riveste l’intervento di Ley Ravello nel tentativo di subentrare ai Caltagirone nel rapporto con l’Italcasse, con il possibile duplice obiettivo di salvare i predetti dal crack e di condizionare, attraverso il controllo della più rilevante esposizione dell’Istituto, la stessa Italcasse.»

C’erano poi gli assegni della Sir, alcuni dei quali, attraverso «prestanome o persone inesistenti», per una cifra pari a cinquantacinque milioni, sono finiti alla So. F. Int di Ley Ravello e «Memmo» Balducci: «Dalle indagini espletate è emerso che il senatore Andreotti aveva la diretta disponibilità di questi assegni, che negoziò personalmente, cedendoli a persone diverse»

Su quegli assegni Pecorelli aveva puntato da tempo la sua attenzione, e già nel 1977, quando ancora «OP» era una semplice agenzia di stampa, sotto il titolo «Presidente Andreotti, questi assegni a lei chi glieli ha dati?», pubblicò «un primo elenco» di assegni bancari che a suo dire erano stati messi in giro direttamente dall’allora presidente del Consiglio, «per un ammontare complessivo che supera i due miliardi».

Lo scoop degli assegni del Presidente

Nel gennaio del 79, il giornalista stava per ritornare sull’argomento con una copertina di «OP», divenuto ormai settimanale, nella quale compariva una fotografia di Andreotti e, sopra, il titolo «Gli assegni del Presidente». Quella doveva essere la copertina del numero cinque della rivista, che fu stampata ma mai distribuita. Lo stesso Pecorelli, infatti, ne bloccò la diffusione a stampa già avvenuta.

A convincerlo − si scoprirà dopo la sua morte − erano stati alcuni andreottiani «doc», tra cui il giudice e futuro senatore democristiano Claudio Vitalone. E alla vigilia della sua morte, grazie alla mediazione di Franco Evangelisti − un altro nome che compariva spesso nell’agenda di Pecorelli, insieme a quelli di Ciarrapico e altri uomini-satellite dell’universo andreottiano − al direttore di «OP» arrivò un finanziamento di trenta milioni attraverso il costruttore Gaetano Caltagirone.

Aspettava anche altri soldi, il giornalista assassinato. Il 20 marzo 79, poco prima di lasciare la redazione, salire sulla Citroën C. X. ed essere finito da quegli inusuali proiettili Jevelot, Pecorelli incontrò la sorella Rosina, alla quale confidò: «Adesso ho avuto una promessa dal gruppo Evangelisti-Andreotti di un po’ di pubblicità per la rivista… Se questa cosa si verifica, io non avrò più problemi per pagare i debiti e mi sentirò più tranquillo. Però guarda, massimo due anni e lascio il giornale per ritirarmi in provincia, sono stanco».

I tanti enigmi di OP

Ma i suoi assassini, e soprattutto coloro che li armarono, non potevano attendere tutto quel tempo. Tra gli enigmi a cui si interessava il giornalista-massone-collaboratore dei Servizi segreti Mino Pecorelli, c’era pure quello del caso Moro. Per un anno intero, dall’indomani del rapimento del presidente democristiano, il direttore di «OP» pubblicò articoli e lanciò messaggi per far capire che molte cose in quel rapimento, e soprattutto nelle indagini e nelle scoperte fatte dallo Stato, non erano così limpide come le si voleva far apparire.

Un esempio per tutti sono i suoi scritti dopo la scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso, avvenuta il primo ottobre 1978, dove fu ritrovata una parte del memoriale di Aldo Moro.

Allora non si sapeva che mancava qualcosa (il successivo ritrovamento avverrà nel 1990), ma Pecorelli già parlava di scritti incompleti in un articolo intitolato «Memoriali veri e memoriali falsi». E lanciava messaggi, incomprensibili per un normale lettore ma probabilmente chiari a chi doveva intendere. Come nell’altro articolo intitolato «L’ultimo messaggio è il primo», sottotitolo «Un memoriale mal confezionato»: «La bomba Moro non è scoppiata. Il memoriale, almeno quella parte recuperata nel covo milanese, non ha provocato gli effetti devastanti tanto a lungo paventati»113.

Il suo legame con il generale

Di altri segreti e misteri del sequestro era a conoscenza Pecorelli, visto che fu il primo, ad esempio, a scrivere che non erano state ritrovate le bobine con gli interrogatori di Moro registrati dai brigatisti, e che solo più tardi i terroristi diranno essere state bruciate. Una delle «fonti» del giornalista era probabilmente il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, mandato a dirigere i reparti antiterrorismo, responsabile dell’operazione di via Monte Nevoso, un militare tutto d’un pezzo che, rivelerà Buscetta, Cosa Nostra doveva ammazzare già nel 1979, e cioè tre anni prima di quando il generale, spedito nel frattempo a Palermo, venne effettivamente ucciso dai killer mafiosi. Un progetto di morte che dunque si può legare − considerata l’epoca e le cose di cui i due si occupavano − a quello di Pecorelli.

Un delitto politico di Cosa nostra

«Il generale dalla Chiesa», spiegherà il pentito Buscetta, «sempre secondo quanto mi disse Badalamenti, doveva essere ucciso perché conosceva segreti (non so se informazioni, documenti, carte o altro) connessi al caso Moro e suscettibili di infastidire seriamente Andreotti. Forse gli stessi segreti che erano noti a Mino Pecorelli. Penso perciò che Pecorelli e dalla Chiesa sono cose che si intrecciano tra loro. Secondo quanto ho dedotto dalle mie conversazioni con Bontade, l’omicidio Pecorelli era stato un delitto politico “fatto” da Cosa Nostra, e più precisamente da lui stesso e da Badalamenti, su richiesta dei cugini Salvo, “richiesti” a loro volta dall’onorevole Andreotti.

Due anni dopo, nel 1982, Badalamenti mi ripeté, in termini assolutamente identici, la versione di Bontade. Pecorelli era stato assassinato perché stava appurando “cose politiche” segretissime collegate con il caso Moro. Giulio Andreotti era estremamente preoccupato che potessero trapelare questi segreti, di cui era a conoscenza anche il generale dalla Chiesa.»114.

Il ruolo della banda della Magliana

Sui killer di Pecorelli si sono incrociate le piste e i nomi più diversi, ma sempre gravitanti intorno alla banda della Magliana. Anche perché uno dei pochi dati certi di questo delitto irrisolto è la provenienza dei proiettili dall’arsenale utilizzato dalla banda.

Il terrorista «nero» e capo dei Nar Giusva Fioravanti è stato inquisito e poi prosciolto insieme al suo «compagno d’armi», Massimo Carminati, estremista di destra molto attratto, fino a esserne completamente assorbito, dal fascino della delinquenza comune respirato proprio tra i «bravi ragazzi» della Magliana che sfoggiavano fuoristrada, Rolex d’oro e armi luccicanti. Qualcuno ha anche chiamato in causa l’assassino di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della banca di Sindona assassinato a Milano nel luglio del 1979, William Aricò.

I pentiti accusano Carminati

Infine sono venuti fuori i testimoni della banda, che hanno fatto due nomi: di nuovo Carminati e un certo «Angelo il biondo», riconosciuto in Michelangelo La Barbera, capomandamento della «famiglia» mafiosa di Passo di Rigano, a Palermo, il quale sarebbe venuto appositamente dalla Sicilia per chiudere la bocca al giornalista. Il suo utilizzo confermerebbe la tesi di Buscetta di un legame tra l’omicidio Pecorelli e quello progettato di dalla Chiesa, con un coinvolgimento delle cosche nei due attentati. Tra i «bravi ragazzi», si parlò diverse volte di questo delitto.

«Edoardo Toscano», ha rivelato tra l’altro Vittorio Carnovale, «ci aveva detto che De Pedis e Abbruciati si erano adoperati per organizzare l’omicidio Pecorelli. In particolare Toscano sapeva che chi aveva condotto l’operazione era stato Massimo Carminati e un tal “Angelo”, siciliano, mentre Abbruciati era stato presente per dirigere e fornire la copertura. Non so se De Pedis e Abbruciati avessero un interesse personale all’eliminazione del giornalista; quel che diceva Toscano era che “Renato” De Pedis era stato coinvolto da alcuni siciliani. Un particolare che aveva colpito Toscano era il fatto che il predetto “Angelo”, dopo l’omicidio, avesse consegnato a De Pedis una pistola automatica, caratteristica per essere cromata, quasi si trattasse di un trofeo, la quale sarebbe stata usata per commettere l’omicidio.»115.

Le confessioni della Moretti

Quell’arma finì tra le mani di Fabiola Moretti, senza che lei lo sapesse. Una sera − racconterà ai giudici quando deciderà di svelare tutti i misteri che l’hanno vista protagonista insieme ai suoi uomini − rimase in piedi fino a tardi per pulire e oliare una pistola, con Abbruciati che le girava intorno e diceva: «Lascia perdere, finisci domattina». Fabiola invece volle terminare il lavoro prima di andare a dormire. Tempo dopo, quando l’arsenale della banda era stato scoperto dalla polizia, Abbruciati le parlò di quella pistola chiedendo se potevano esserci le sue impronte.

«Certo che ci saranno, perché?» domandò la donna.

«Perché lì c’è l’abbacchio di Pecorelli», rispose Danilo, un modo poco elegante ma molto esplicito per indicare l’arma che aveva ucciso il giornalista.

«E non potevate buttarla via?» chiese Fabiola, piuttosto irritata.

Abbruciati, che secondo la Moretti «era un po’ taccagno», sorrise: «Ma come sei signora!»116

I sospetti su Vitalone

Tra i mandanti dell’omicidio è stato inquisito pure l’ex giudice, ex senatore ed ex ministro democristiano Claudio Vitalone, uno dei «fedelissimi» di Andreotti tirato in ballo dai «pentiti» della Magliana, che lui ha puntualmente denunciato, mentre nel ruolo di «mediatore» tra mandanti ed esecutori, è finito sotto inchiesta anche Pippo Calò, l’ambasciatore di Cosa Nostra nella capitale.

Antonio Mancini, «l’accattone», ha parlato esplicitamente di interessi mafiosi nel delitto Pecorelli, che gli furono svelati prima da Enrico De Pedis e poi da Danilo Abbruciati: «Anche lui confermò che era stato Massimo Carminati a sparare assieme ad Angiolino il biondo, siciliano, ma aggiunse che il delitto era servito alla banda della Magliana per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari, finanziari romani, ossia negli ambienti che detenevano il potere»

A Maurizio Abbatino, invece, alcuni segreti di quell’omicidio li aveva confidati Franco Giuseppucci, «er negro»: «Mi disse che era stato lui a fornire le persone che avevano ucciso Pecorelli, su richiesta di Danilo Abbruciati (…). L’omicidio del giornalista era stato richiesto dai “siciliani”, esponenti di Cosa Nostra. Non disse se la richiesta era stata fatta da Pippo Calò, che era l’esponente di Cosa Nostra in contatto con Danilo Abbruciati e lui. Giuseppucci aggiunse che il Pecorelli era un giornalista che era stato eliminato perché aveva fatto troppe indagini e stava ricattando un personaggio politico»

FONTE: Giovanni Bianconi Ragazzi di Malavita

PS: Il processo si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

2 Comments on “20 marzo 1979: ucciso Mino Pecorelli, l’uomo dei misteri d’Italia

  1. …capisco che è più eclatante cercare fra i big il/i mandante/i dell’omicidio Pecorelli, ma da un’attenta lettura dell’agenzia emergono personaggi minori, comunque appartenenti alle barbe finte, i quali avevano molto da perdere in termini di carriera e per alcuni ignobili reati (uso dei soldi per gli informatori dirottato sulla piscina di casa…)… come nelle caserme una volta si diceva comandassero i marescialli così per quell’omicidio è più facile un’azione singola cotta e mangiata piuttossto che una trafila di passaparola di ordini dall’alto… va anche considerato che per lanciare il settimanale in edicola Pecorelli aveva scelto gossip rumorosi sapendo che avrebbero attirato la gente…
    …come reperisse le informazioni riservate… qui il discorso si fa troppo lungo..

    • Del resto Pecorelli aveva una rete interessante di collaboratori: l’uomo macchina del giornale aveva cominciato 10 anni prima a Roma, a La Classe il settimanale da cui nascerà “Potere operaio” …

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