1 ottobre 1977, Torino: la morte di Crescenzio segna la fine del Movimento

Torino è un deposito di fotografie in attesa di essere viste. Ce n’è una, scattata dal fotoreporter della Gazzetta del Popolo Tonino Di Marco, che racconta di un giorno di tragiche svolte individuali e di massa: una folla di volti sgomenti in bianco e nero intorno a tre persone curve su una sedia da bar. I gesti sono attenti, densi della pietà che spesso appartiene a chi sfiora un oggetto delicato. Sullo sfondo, i portici di via Po digradano ordinati verso il fiume.

La sedia, che domina il centro della strada e della scena, è occupata da un uomo che fissa il vuoto davanti a sé. Sarebbe completamente nudo, non fosse per i brandelli delle maniche sopravvissuti sugli avambracci e per un fazzoletto bianco (o forse è un tovagliolo) che gli copre il pube. Il viso è annerito, quel che rimane dei capelli sono ciocche rade, come attorcigliate, sparse qua e là sulla testa; sul corpo il sangue scivola dalle numerose ferite che gli attraversano gambe e torace. Negli scatti successivi l’uomo, che in realtà è un ragazzo, è sollevato dai soccorritori e poi adagiato sul lettino di un’ambulanza comparsa nel frattempo. È il 1° ottobre 1977. Il ragazzo si chiama Roberto Crescenzio, ha 22 anni. Roberto è uno studente-lavoratore, figlio unico di una coppia di immigrati dal Veneto, Giovanni ed Elvira, imbianchino lui, casalinga lei. La mattina lavora come assistente di laboratorio all’Istituto tecnico industriale Spagnesi, dove tre anni prima ha preso il diploma di perito. La sera è impegnato con i corsi della facoltà di chimica e tecnologia farmaceutica, nella storica sede di via Pietro Giuria già frequentata – e raccontata in Il sistema periodico – da Primo Levi. È al terzo anno, ma forse dovrà interrompere gli studi per qualche tempo; pochi giorni prima ha ricevuto la cartolina precetto che gli impone di presentarsi al distretto militare la settimana successiva, e Roberto non è sicuro di riuscire a ottenere il rinvio del servizio di leva per motivi di studio. Forse, in quello che potrebbe essere l’ultimo weekend prima della naia, programma di divertirsi insieme agli amici e a Mary, la fidanzata.

Sabato 1° ottobre Roberto si sveglia presto: deve passare dallo Spagnesi per dare una mano in biblioteca prima di raggiungere in centro Diego, un amico, anche lui diviso tra gli impegni di studio al Politecnico e il lavoro alla Fiat Avio. L’appuntamento è alle 11 del mattino in un bar di via Po, al numero 46. Ancora oggi quelle due vetrine sono occupate da un locale molto simile, il Xò cafè: ci vanno gli studenti a festeggiare le lauree, a ballare la notte. Di fronte all’ingresso, protetto dai portici, le code si formano specialmente al martedì per la «Erasmus night», specializzata in cocktail per stranieri che scelgono di studiare a Torino.

Nessuno di loro può sapere che prima quel bar si chiamava Angelo Azzurro, come il film dove Marlene Dietrich, diva cocotte da varietà, manda in rovina uomini innamorati della sua voce graffiata dal fumo. All’Angelo Azzurro, nel 1977, vanno i calciatori la sera, a bere qualcosa, celebrano compleanni giovani militanti di destra, prendono l’aperitivo ragazzi della zona, come Diego Menardi e Roberto Crescenzio. Il bar è all’angolo tra via Po e via Sant’Ottavio, la strada dell’università dove spesso si sciolgono i cortei del sabato. Per alcuni della sinistra extraparlamentare quel bar discoteca è un locale dove si spaccia, per altri è semplicemente un ritrovo per militanti di destra, un «covo di fasci». Si tratta di una fama diffusa anche se priva di fondamento, come ricorda Roberto Roggero, all’epoca segretario del Fronte della Gioventù e consigliere comunale del Msi: «Via Po era per noi zona off-limits. In centro si arrivava al massimo in piazza Castello, al Motta o da Baratti. Poi, varcato il Po, ci si trovava al Gran Bar, soprattutto per il seguito che avevamo al Liceo Segrè che raccoglieva studenti in prevalenza abitanti nella precollina. Tra i locali frequentavamo la pasticceria Dezzuto a Cit Turin e Platti in corso Vittorio. E il Pick-up di Borgo San Paolo per ballare. Ma non l’Angelo Azzurro.

Forse a rovinare la reputazione del locale è solo la posizione, giusto sul finire del più classico percorso dei cortei: è un bersaglio comodo, che non richiede grandi deviazioni per essere colpito. Provano a dargli fuoco una prima volta il 22 aprile 1977, durante una manifestazione di protesta contro la riforma Malfatti – cognome sfortunato per un ministro della Pubblica istruzione – e contro l’introduzione del latino fra le materie della maturità scientifica. A poco serve che il proprietario del bar Luigi De Maria mostri agli assalitori la tessera del Pci, estremo tentativo per spiegare che lui è un compagno, iscritto al partito da anni, che ha preso il locale a rate, che così lo avrebbero mandato in rovina. Sorde alla compassione, due molotov esplodono contro l’esterno del locale, mandando in fiamme i tavolini e le sedie del dehors. Andrà peggio cinque mesi più tardi, il 1° ottobre.

È sabato e si manifesta, come accade ininterrottamente da anni. Quel giorno, però, le vie di molte città sono invase da cortei più rabbiosi del solito: i giornali del mattino raccontano la storia di un ventenne di Lotta continua, Walter Rossi, ucciso la sera prima a colpi di pistola in viale Medaglie d’Oro a Roma, quartiere Balduina. Poco dopo, la polizia ha fatto irruzione nella sede del Msi della Balduina arrestando tutti i presenti (tra i quali anche Flavia Perina, futura parlamentare e direttore del Secolo d’Italia). Verranno prosciolti da ogni accusa tre anni più tardi e, ancora oggi, nessun tribunale ha mai condannato gli assassini di Walter Rossi. Ma il giorno dopo la sua morte gli animi in piazza sono caldi: bisogna fare qualcosa, attaccare, farsi sentire, un altro compagno è stato ammazzato dai fascisti.

A Torino l’appuntamento è in piazza Solferino per le 9.30. Subito si presentano in pochi; di minuto in minuto, tuttavia, la folla aumenta, cresce di studenti che arrivano dalle scuole d’intorno, Gioberti, D’Azeglio, Juvarra e Galileo Ferraris. «Era un corteo straordinariamente giovane – racconta Silvio Viale – formato da ragazzini dei primi anni delle superiori, in larga parte allievi dei tecnici e dei professionali. Noi, i cosiddetti vecchi, eravamo tutti universitari con sempre meno rapporti con gli istituti. E poi non va dimenticato che si trattava del primo corteo dell’anno scolastico e che la macchina organizzativa era piena di falle: molti capi dei servizi d’ordine non erano più studenti medi e così alcuni dei tradizionali punti di riferimento erano saltati. E anche sul piano della cultura politica si era creato un abisso tra noi e loro». Alle 10.15, quando si decide di partire in ranghi compatti, dietro lo striscione Lotta continua, sono più di 3.000. Formalmente Lotta continua non esiste più. L’organizzazione, divenuta partito per le elezioni del 20 giugno 1976, si è sciolta a Rimini all’indomani della sconfitta elettorale, stretta tra contraddizioni non curabili, quando ormai la posizione mediana tra Stato e lotta armata è divenuta insostenibile: morte volontaria, eutanasia, decisione presa per coraggio o per paura, dramma collettivo. Ma a Torino la sede di corso San Maurizio 27 – dove oggi appaiono cartelli maliziosi come «Si affittano loft signorili, varie metrature» – resta attiva e affollata anche dopo la scissione.
Di Lotta continua sopravvive principalmente il servizio d’ordine. «Da un certo punto in avanti – afferma un anonimo dirigente di Lc in un’intervista di Corrado Stajano – il servizio d’ordine diventa una struttura essenziale, non più uno strumento transitorio per far fronte all’emergenza. Anche i nuovi iscritti hanno una mentalità nuova e per loro la politica è solo l’organizzazione rigida, il buon funzionamento della cellula della scuola, la centuria di ferro del servizio d’ordine. Il reclutamento avviene quasi esclusivamente attraverso il servizio d’ordine. I giovani approdano a Lotta continua perché ha il servizio d’ordine più forte e più temuto. Essere di Lc significa: sfilare il sabato, frequentare le palestre, possedere i bastoni e i picconi, saper usare le spranghe. I militanti non sono né gli studenti idealisti del 1968, né i militanti pragmatici del 1971-72: sono studenti tra i 18 e i 22 anni, nati e cresciuti in città, frequentano soprattutto i licei scientifici e gli istituti tecnici. […] Manca in loro un progetto politico o, ancora peggio, c’è una sostanziale sottovalutazione, un disprezzo palpabile per un possibile progetto politico. Conta l’esaltazione per la competizione più aspra che presto si trasforma in pura violenza, conta il rispetto per la gerarchia, l’accettazione della diseguaglianza».

È il movimento di fratelli minori e impazienti: il ’68 per loro è stato soprattutto un suono, il rumore di cortei che scorrono sotto le finestre della scuola, con i bidelli che s’affrettano a chiudere le imposte. Nel 1977 danno vita ai circoli del proletariato giovanile, spazi di aggregazione personale e politica, luoghi di rifugio nati dall’occupazione di locali abbandonati, a metà tra il centro sociale, il bar e il lettino dello psicoanalista. Luoghi dove trovarsi, discutere, pianificare scorrerie e fare l’amore. Scrive della stagione dei circoli Luca Rastello, nel suo straordinario Piove all’insù: «Per la rivoluzione c’è tempo: sì, è là che andiamo, per carità, ma intanto ci andiamo tutti interi e il corpo reclama un antipasto, in forma di festa, ore strappate a un ordine feriale, orari, ruoli, gerarchia. Corpi che si attorcigliano per ballare e accoppiarsi, o allucinarsi e stupirsi. Continuiamo a declinare il vocabolario dei fratelli grandi, ‘Lotta’ e anche ‘Classe’, ma uno su due pensa a organizzare una festa o a imbucarsi a una festa, o a una ragazza, che se l’acchiappi a una festa. I più tristi fra i nostri fratelli grandi sognano acciaio e palingenesi, i migliori festa e palingenesi, noi invece ci siamo abbastanza tolti dai coglioni la palingenesi.

I soldati della rivoluzione alzano lo sguardo verso il cielo, invece noi puntiamo verso il basso. Il mistero realizzato del mondo intero è qui: ma la sua forza è completa se è convertita in terra».

Nel giro di pochi mesi la mappa di Torino si popola di decine di locali occupati: in centro, dietro piazza Vittorio prima e in via Garibaldi poi, c’è il Barabba, di cui fanno parte Peter Freeman, Alberto Bonvicini e Francesco D’Ursi, che tutti chiamano «Frankie». A Santa Rita, in una villa abbandonata di corso Orbassano 172, c’è il Cangaçeiros guidato da Angelo Luparia. Poi ci sono il Montoneros, a San Salvario, il Fantasma in strada Castello di Mirafiori vicino al mausoleo della Bela Rosin, il Pavone a Borgo Vittoria, il Malembe e lo Zapata a Borgata Parella. Alla manifestazione del 1° ottobre 1977 ci sono anche loro, i ragazzi dei circoli del proletariato. Manca poco più di un’ora al momento che cambierà la vita di tutti i partecipanti a quel corteo, alla guida del quale, come responsabile di piazza, c’è Steve Della Casa: «Nel 1977 – racconta oggi – c’è stata una grande finzione, perché andavano in piazza tantissime persone che non avevano più niente in comune: femministe, indiani metropolitani, circoli giovanili, omosessuali, rocchettari fumati. Non avevano nessun interesse comune. L’unico denominatore era la piazza, dove poi ognuno si faceva i fatti suoi. Anche gli incontri del Movimento, come quello che c’era stato a Bologna una settimana prima, finivano sempre a botte. Erano un modo per fare stare insieme persone che non ne avevano alcuna intenzione».

Il primo obiettivo del corteo, tradizione consolidata, è la sede del Msi di corso Francia. I cori non prevedono dubbi: «Brucerà, brucerà, porca puttana se brucerà» (sulle note di Jesus Christ Superstar), «I compagni partigiani ce l’hanno insegnato, uccidere un fascista non è reato», «Le sedi fasciste si chiudono col fuoco, con i fascisti dentro, sennò è troppo poco», «Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero». L’ultimo rumore è delle saracinesche che s’abbassano in corso Francia. Poi il silenzio s’impossessa improvviso e convulso della strada: da una via laterale spunta un cordone di uomini delle forze dell’ordine che si piazza in mezzo al corso, a sbarrare l’avanzata dei manifestanti. Sui volti calano i passamontagna. L’attacco è un istante furioso. Da una parte bulloni, cubi di porfido e molotov, dall’altra decine e decine di lacrimogeni. Pochi secondi e sul quartiere scende una nuvola bianca d’aria irrespirabile: auto e alberi in fiamme accompagnano la ritirata dei manifestanti verso piazza Statuto. L’assalto è stato respinto e il corteo, ridotto a un migliaio di unità, marcia ora verso il centro, verso l’università.

Sono da poco passate le 11 e in quel momento, a 2 chilometri di distanza, Roberto Crescenzio entra finalmente all’Angelo Azzurro. Oltre a Diego, che lo sta aspettando da qualche minuto, nel locale ci sono Bruno Cattin, Luigi e Maria Benedetta De Maria, rispettivamente barista, titolare e moglie del titolare: osservano il solito viavai di rari avventori che entrano, consumano, se ne vanno. Il campionato è cominciato da poche giornate e nel bar si parla anche di quello: la Juve, di cui Roberto è tifoso, è attesa da una difficile trasferta a Roma contro la Lazio di Bruno Giordano e Vincenzo D’Amico, mentre il Toro ospita in casa l’Inter allenata dal «sergente di ferro» Eugenio Bersellini. Con l’andamento gioiosamente pigro di chi ha tempo davanti a sé, i due amici discutono che fare, davanti al bancone: si soffermano con attenzione sui titoli dei film del pomeriggio, pensano a una birreria per la sera. Non c’è fretta. Il corteo invece non ha indecisioni. Lasciata alle spalle piazza Statuto, scorre per poche centinaia di metri lungo via Garibaldi, poi svolta a destra su corso Siccardi e infine a sinistra in via Cernaia. Inizia la guerriglia urbana di commando che seguono un rituale affinato nel tempo: «In prossimità dell’obiettivo individuato, la squadra incaricata dell’esecuzione (gruppo assalto) si forma all’interno del corteo che, a un preciso segnale, si apre per favorirne l’uscita; vengono formati dei cordoni di protezione (gruppo appoggio), e una volta eseguita l’azione il commando si disperde nella massa dei manifestanti, impedendo o cercando di rendere meno agevole il riconoscimento degli autori dell’offensiva da parte delle forze dell’ordine».

Gli obiettivi prescelti lungo il cammino che conduce a Palazzo Nuovo sono nell’ordine: una farmacia della quale vengono mandate in frantumi le vetrine; un negozio di jeans espropriato di pantaloni e giacche assortite; la sede della Cisnal di via Mercantini 6, colpita da un lancio di molotov contro il portone chiuso e le finestre sprangate; la sede di Comunione e liberazione in via Po 16, anch’essa oggetto del lancio di qualche bottiglia incendiaria; l’auto di Francesco Carlino, consigliere provinciale del Msi, che da un lato ha la sventura di trovarsi in via Po al passaggio dei manifestanti, dall’altro ha la fortuna di non essere riconosciuto. Certo non è un grande bottino, per chi è partito con l’idea di chiudere le sedi fasciste in città.

Sono le 11.40 e il corteo ha raggiunto l’incrocio tra via Sant’Ottavio e via Po. A sinistra c’è Palazzo Nuovo, l’università, dove è prevista un’assemblea a chiusura della mattinata di lotta. A destra, invece, c’è quel bar discoteca in odor di «fasci». La tentazione è lì, a portata di mano e nei tascapane sono avanzate delle «bocce» (così si chiamano in confidenza le molotov). «Dai facciamolo», pensa qualcuno. Ma questa volta l’assalto non è ordinato, né lucidamente pensato: in tanti si scagliano contro l’Angelo Azzurro con spranghe e bastoni, uno di loro forse ha anche la pistola. Luigi, il titolare, in quel momento si trova di fronte all’ingresso; poco prima è uscito a vedere che cosa fosse quel casino ed è stato allontanato dal commando. Diego viene malmenato e buttato fuori dal bar, mentre Bruno e Maria Benedetta riescono a fuggire dalla porta del retrobottega che dà su via delle Rosine. Il locale ora è deserto e può partire il lancio di molotov. Le fiamme attaccano la moquette, ed è subito una serie di esplosioni, di bottiglie che si frantumano, di boati incontrollati: finalmente c’è un covo fascista che brucia, proprio lì, davanti agli occhi esultanti degli autori dell’assalto, che ancora gettano dentro tavolini, sedie e fioriere per alimentare il fuoco. Solo i più attenti tra loro, in un primo momento, riescono a notare la figura indefinita che attraversa di corsa il locale in fiamme, che inciampa, cade, si rialza, esce urlando avvolta nel fuoco. È Roberto. Il commando fugge, nel panico, mentre altri si lanciano in suo soccorso: spengono le fiamme che gli divampano dal corpo, gli tagliano scarpe e vestiti che si sono incollati alla pelle, lo adagiano su una sedia risparmiata dal rogo. Roberto è nudo in mezzo alla strada, circondato da centinaia di persone che non sanno cosa fare. I soccorsi tardano ad arrivare anche perché in quel momento, mentre Tonino Di Marco scatta l’orribile sequenza d’immagini, altri dimostranti tentano di impedire ai mezzi dei vigili del fuoco di avvicinarsi a via Po.

L’intero edificio dell’Angelo Azzurro è invaso da una spessa coltre di fumo e per poco non perde la vita il piccolo Carlo Cicala, 3 anni, che abita insieme alla famiglia al quarto piano del palazzo. Lo trovano svenuto insieme alla nonna e alla babysitter, e deve essere ricoverato d’urgenza all’ospedale infantile Regina Margherita per un edema polmonare. Un’ultima foto racconta i resti della giornata: la sedia di Roberto ora è vuota, circondata dei suoi abiti ammonticchiati tutti intorno, con il segno scuro di dove s’è appoggiato. Nessuno per ore ha il coraggio di toccarla, né la forza di spostarla dalla vista. Rimane lì, accanto ai portici di via Po, per chissà quanto tempo.

Quando arriva al reparto dei grandi ustionati del Cto, Roberto è vivo. Ha il 90% del corpo ricoperto di ustioni, e nessuna possibilità di farcela. Eppure è lucido. Ricorda tutto, precisamente, e rilascia una dichiarazione agli agenti di polizia dell’ospedale: «Alle ore 11.35 circa mi sono recato nel bar Angelo Azzurro di via Po n. 46 per incontrarmi con l’amico Menardi Diego e prendere l’aperitivo insieme, come siamo soliti fare tutte le volte che abbiamo la possibilità di incontrarci in detto bar. Io provenivo dal vicino Istituto Spagnesi dove faccio l’assistente di laboratorio chimico, mentre il Menardi, pure diplomato e occupato alla Fiat Avio, proveniva da una palestra ginnica. Mentre stavamo prendendo l’aperitivo faceva irruzione nel locale un gruppo di giovani sui 20 anni, uno dei quali forse impugnava una pistola, che diceva agli altri, forse, ‘entrate, entrate’; tutti i giovani avevano dei fazzoletti da tasca sul viso, erano in numero di 10-15, appena entrati cominciavano a fracassare tutto. Riparavo nella toilette e sentivo che il fracasso continuava: schiudevo appena la porta della ritirata e notavo delle fiamme nel locale, per cui ritenevo più utile richiudermi all’interno; dopo qualche secondo, pensando che potessi essere ugualmente raggiunto dalle fiamme, pensavo di scappare attraversandole; così facevo ma proprio nel centro della sala, all’incirca, inciampavo e cadevo per terra, sicché rimanevo avvolto dalle fiamme stesse. Non ricordo bene altro: comunque non rivedevo più né il Menardi, né il barista. Sia io che il mio amico non ci occupiamo di politica né abbiamo amici o conoscenti che se ne occupino. Ci si trovava talvolta in detto esercizio perché siamo della zona e ci veniva comodo».

Racconta Diego Novelli: «Io quel mattino mi trovavo a Viareggio; rientrato a Torino, alla sera decisi di andare a far visita a questo ragazzo che era ricoverato nel reparto delle grandi ustioni. Andai al Cto, i medici mi pregarono di entrare nella sala, indossai tutte le cose necessarie per evitare infezioni e entrai dentro. Mi avvicinai a quel lettino e c’era una specie di – non saprei come descriverlo altrimenti – pezzo di carbone, completamente nero, che si muoveva ancora. L’unica cosa che si riusciva a distinguere erano gli occhi aperti e brillanti di quella povera creatura. Il medico gli disse: ‘Roberto, Roberto, mi senti? È venuto il sindaco a trovarti, lo sai? Fai un cenno, se mi senti e se hai capito’. E lui diede un piccolo segno di vita muovendo un braccio. Quando uscii il padre si avvicinò e mi disse: ‘Sindaco, mio figlio, com’è? Ce la farà? Si salverà?’. Non ebbi il coraggio, il medico mi aveva già detto che non c’era più niente da fare, e mi limitai a dire ‘È ancora vivo’. Poi tornai a casa e capii in quel momento cosa poteva provocare il terrorismo e cioè la perdita della ragione. Pensai a Edoardo, mio figlio, che aveva la stessa età di Roberto e mi chiesi che cosa avrei fatto se fosse capitato a me, che tipo di reazione avrei avuto. Ho un ricordo indelebile di quei momenti: mentre tornavo a casa dal Cto su Torino era scesa la nebbia, e quella notte d’ottobre è impressa nella mia mente come uno dei momenti più brutti dell’esperienza da sindaco».

Il cuore di Roberto smette di battere intorno alle 20 di lunedì 3 ottobre 1977. Due giorni più tardi, 20.000 persone accompagnano la bara nella chiesa di San Giulio D’Orta in corso Cadore, quartiere Vanchiglietta, non lontano da dove oggi si trova Parco Crescenzio, intitolato alla sua memoria nel 1981. Ci vogliono invece quasi sette anni e le rivelazioni di tre pentiti di Prima Linea per ricostruire la verità giudiziaria, che molti giurano essere come minimo incompleta, su quanto accaduto la mattina del 1° ottobre: per il rogo dell’Angelo Azzurro saranno condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi di reclusione Francesco D’Ursi, Angelo De Stefano, Alberto Bonvicini (forse è lui il ragazzo armato di pistola di cui ha parlato Roberto) e Angelo Luparia. Steve Della Casa, responsabile del corteo, prenderà tre anni e tre mesi di carcere. La sinistra extraparlamentare torinese non sopravvive al dramma dell’Angelo Azzurro. «La morte di Roberto Crescenzio è pesante come una montagna», scrive Pietro Marcenaro sul giornale Lotta Continua. Altri affidano ai muri della città il proprio disagio: nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, in corso Valdocco, compare una scritta a vernice rossa che dice soltanto: «è un momentaccio».

Mentre Roberto è ancora in vita, domenica 2 ottobre, Lotta continua diffonde un ciclostilato intitolato «Dopo la tragedia ci fa schifo chi specula sulla vita umana» dove si legge: «La rabbia e la determinazione con cui il movimento è sceso in piazza sabato era maggiore perché i compagni giovani sentivano la vita che era stata tolta bestialmente. La volontà di difendere il diritto alla vita di un compagno di 20 anni è stata la ragione che ha portato il corteo a chiudere i covi fascisti del Msi e della Cisnal. La tragedia dell’Angelo Azzurro è quella che più ci deve far discutere perché incide profondamente su una giornata vittoriosa di lotta. Questo locale è stato scelto dal movimento come un obiettivo da colpire perché da tempo era stato individuato come centro di sistematica perpetuazione di distruzione della vita tramite l’organizzazione dei fascisti e tramite lo spaccio dell’eroina (solo la settimana scorsa noti squadristi torinesi vi si erano ufficialmente ritrovati). Roberto Crescenzio, un altro giovane come Walter, è ancora grave per le ustioni riportate nell’incendio del bar. Non possiamo che sentire questa vita che si sta spegnendo vicina a quella di Walter. Noi di Lotta continua non intendiamo mascherare questo come un «errore imprevedibile», si tratta di un grosso problema politico, che coinvolge non solo chi aveva esercitato la forza contro la violenza del sistema, ma tutto ciò che per un rivoluzionario riguarda il rapporto con la vita umana. Ma ci fa schifo chi sta strumentalizzando ancora una volta la vita di un giovane cercando capri espiatori o vuole identificare in pochi la responsabilità dell’accaduto. Le responsabilità politiche delle conseguenze dell’accaduto sono del movimento che non intende scaricarli su fantasmi o streghe. Il movimento le vive nelle proprie contraddizioni, nella parziale incapacità rivelata in quel corteo di isolare chi costantemente cerca di prevaricare le indicazioni». Per settimane, per mesi non si fa altro che discutere di quelle contraddizioni: c’è chi fa autocritica, chi giustifica senza ammettere, chi sostiene che «se anche Crescenzio era un proletario, allora perché non era con noi in piazza?», chi si allontana, chi sta zitto, chi pensa di avere capito da che parte stare. L’unica verità è che da quel giorno non si può più stare nel mezzo: per molti dei ragazzi presenti al corteo del 1° ottobre, quella giornata segna l’uscita dalla militanza politica attiva. Per altri, invece, si spalancano le porte della lotta armata.

FONTE: Stefano caselli – Davide Valentini, Anni spietati. Torino racconta la violenza e il terrorismo, Laterza, Bari, 2011.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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