Morti di Reggio Emilia tra mito e realtà

Riprendo le pubblicazioni sul blog dopo quasi sei mesi di afasia: l’occasione? “i morti di Reggio Emilia”. Stimolato da una riflessione di Chicco Funaro sulla fabbricazione del mito politico sui caratteri dell’insorgenza antifascista che mise capo, appunto, ai “morti di Reggio Emilia”. Una riflessione che condivido.

di Chicco Funaro

Una versione mitica dei fatti

Ho più volte tentato di dire, e torno a farlo anche oggi, che una ricostruzione dei “fatti di luglio” (rievoco la definizione usata a ridosso degli eventi) come momento di insorgenza, di esplosione “autonoma” della soggettività di una generazione che si scopre sovversiva e ribelle, e in qualche modo anticipa i grandi movimenti a venire sia una versione mitica e mitizzata di quegli eventi, assomigli poco a una realtà storico-politica basata su fatti concreti.

Un confronto durissimo tra i tre partiti

Ho pensato quasi sin da quei giorni, e penso ancora oggi, che gli eventi del luglio ‘60 nascano in uno scenario in cui i tre grandi partiti dell’epoca si confrontano sul terreno del progetto e della formula politica capace di andare oltre un “centrismo” sempre più logoro e insufficiente.

La DC è segnata con forza dai contrasti interni, in cui una parte non esita ad accettare voti neofascisti a sostegno del governo Tambroni, mentre un’altra punta verso un’uscita più o meno strategica dal centrismo; il PSI nenniano e “autonomista” desidera con forza di candidarsi a un “centrosinistra” che lo porti a entrare “nella stanza dei bottoni”.

Il PCI, egemone a sinistra in termini numerici e organizzativi, non può e non vuole accettare di essere tagliato fuori da ogni gioco e punta a condizionare da vicino la nascita dell’alleanza DC-PSI. Punta a creare almeno lo spazio di un cosiddetto “arco costituzionale” entro il quale poter, almeno in linea teorica, dialogare con gli altri partiti “che avevano fatto la Resistenza e la Costituzione”. Un confronto che è certo durissimo, soprattutto per la questione missina, ma è ancora tutto interno al sistema politico e alla rappresentanza tradizionale.

Le giornate esemplari di Genova

Le giornate di Genova, con gli operai e i portuali che si battono contro la polizia con crescente coraggio e con violenza inusuale, sembrano incarnare alla perfezione quel modello “oggettivo” di indignazione e di insorgenza “democratica e popolare” che il “ritorno” dei fascisti in città e sulla scena politica del Paese non può non provocare. Diventa necessariamente lotta antigovernativa per il ruolo che all’MSI hanno assegnato Tambroni e il presidente Gronchi, protagonista di una serie di dissennate manovre che di fatto assomigliano alla sospensione della Costituzione.

In questo, la battaglia di Piazza De Ferrari, lunga cinque giorni, è, ma soprattutto deve apparire come tale, una battaglia per la difesa della democrazia e della legalità costituzionale. Non come un momento di sovversione, di scontro rivoluzionario e di insorgenza eversiva. È probabilmente in questo quadro che la manifestazione di Licata, convocata dal sindacato per impedire la chiusura di una fabbrica, e che segna il primo caduto sotto i colpi della polizia, è sentita e vissuta come una sorta di evento separato dal resto della protesta “antifascista” montante.

Gli scontri di Roma tra piazza e Palazzo

E non a caso, la giornata di Roma del 6 luglio comincia nella tarda mattinata con un corteo di parlamentari della sinistra che tenta di deporre una corona sulla lapide che ricorda gli avvenimenti di Porta San Paolo del settembre ’43, ma viene caricato dalla Polizia, con tanto di deputati e di senatori malmenati e feriti; mentre continua con un’animatissima seduta parlamentare, in cui si discute sul vulnus ricevuto dalle istituzioni democratiche; e non può che sfociare negli scontri pomeridiani, culminati nella “celebre” carica degli squadroni della polizia e dei carabinieri a cavallo e nel rastrellamento serale di Testaccio, portone per portone, alla ricerca di manifestanti.

I morti di Reggio Emilia

Il giorno dopo, la mattanza di Reggio Emilia segna per il Governo Tambroni il punto di non ritorno e per il Parlamento la fine di ogni possibile mediazione, anche se gli scontri continueranno ancora e ci saranno ancora i morti di Palermo e di Catania, prima che il 18 luglio il Presidente del Consiglio, difeso sino all’ultimo da Giovanni Gronchi, dia finalmente le dimissioni e Fanfani possa avviare quel governo delle “convergenze parallele” che sarà sostenuto dall’astensione del PSI e aprirà nel Paese la fase del centrosinistra.

Insomma: le giornate di luglio verranno per lunghi anni celebrate dal PCI come la battaglia vittoriosa che ha permesso di ristabilire, contro ogni tentativo e tentazione reazionaria, corrette relazioni tra la società italiana, i partiti, il Parlamento e la Presidenza della Repubblica. Sostanzialmente, la “nostra democrazia”. Ciò affermando, non sto minimamente dicendo che le “magliette a righe” scesero in piazza e si comportarono soltanto come docile e obbediente “milizia di partito”.

I sogni della mia generazione

Gli scontri di Porta San Paolo, solo per parlare di Roma, furono certamente vissuti come un momento determinante e risolutivo della propria militanza e della propria vita per chi vi prese parte. E la loro “potenza”, ciò che potevano essere, divenne, necessariamente, uno dei miti, o bei sogni (come dicevo all’inizio) della mia generazione. Ma un conto sono i miti, un conto le strategie di un partito come il PCI di quegli anni.

Basti pensare alle modalità “pacifiche e democratiche”, con cui si svolsero almeno sino al ’67, le numerose manifestazioni antimperialiste, anche in versione studentesca e giovanile, per cause di tutto rilievo. Come l’Algeria, la decolonizzazione in Africa, la Spagna (…Dalla tua parte, Julian Grimau…), Santo Domingo, l’Indonesia, il primo Vietnam. E di converso, al giudizio della sinistra ufficiale sui “provocatori” e gli “infiltrati” di Piazza Statuto, negli scontri di un “altro luglio”, quello del ‘62. Da ultimo, una cosa che da molti anni ripeto appena me ne capita l’occasione.

Per i “morti di Reggio Emilia”

Non ho mai cantato volentieri “I morti di Reggio Emilia”. Anche quando non potevo esimermi dal farlo. Ho sempre trovato la canzone di Fausto Amidei gonfia di una retorica senza scampo e per me ai limiti dell’imbarazzo. Con i poveri uccisi definiti come “nervi dei nostri nervi” per fare rima con i Fratelli Cervi,. Chiamati a morire “per il nostro domani” che concorda con “vecchi partigiani” ed esortati a uscire “dalla fossa”, per via di “Bandiera Rossa”…

Ps (Umt) Su Amodei aggiungerei che la retorica induce un errore storico. I compagni non sono morti per mano dei fascisti ma a causa dei fascisti (in napoletano si direbbe più efficacemente per mezzo). La mano è delle forze dell’ordine…

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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