26 giugno 1977: in dieci evadono armati di un coltello. Tre sono nappisti

Carabinieri e polizia mobilitati, posto di blocco, pattuglie che battono la città e la campagna. Ma per ora senza risultati tangibili. I dieci evasi (tra cui tre «nappisti») la sera del 26 giugno dal carcere di Asti restano uccel di bosco. E’ stata aperta un’inchiesta amministrativa oltre a quella giudiziaria. è arrivato qui il generale del carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, nella sua veste di sovrintendente alla sorveglianza esterna delle carceri.
C’è anche da registrare un provvedimento a carico del comandante delle guardie di custodia, il maresciallo Giuseppe Maniscalco, che è stato sospeso dal servizio e denunciato all’autorità giudiziaria per concorso colposo In evasione. Bisognerà vedere se i sospetti di negligenza a suo carico risulteranno fondati. L’unica certezza, finora, è che sono tornati n circolazione dieci individui pericolosi e armati.

La ricostruzione della fuga

Ed eccoci a cercare di ricostruire le fasi di questa fuga clamorosa, ennesimo episodio di una serie che sembra non aver mal fine. Non tutto ancora è chiaro, specie per il cronista al quale non sono ancora state fornite versioni ufficiali. Poco prima delle 23, alcuni detenuti chiamano l’agente di custodia in servizio al secondo piano e, con un pretesto, riescono a farlo allontanare. Un fatto del genere normalmente non dovrebbe avere gravi conseguenze, ma occorre tener conto che a quell’ora nel vecchio carcere situato nella zona più decadente del centro storico, scarsamente frequentata, tra edifici malandati e spesso vuoti, sono in servizio solo quattro agenti di custodia per un totale di 59 detenuti.

Quelli che hanno progettato l’evasione sono rinchiusi nelle celle numero 8 e 9 e in quella che un tempo era l’infermeria. Tra gli ospiti della cella, vi sono il nappista Emanuele Attimonelll e altri due giovani sospettati di appartenere alla medesima organizzazione terroristica: Enzo Caputo e Alfeo Zanetti. Approfittando dell’assenza della guardia, i detenuti segano le sbarre delle celle (c’è da presumere che avessero già fatto prima buona parte del lavoro) ed escono in un corridoio interno. Saltano addosso all’agente Angelo Compagnone che stava tornando sul suoi passi, lo legano a un termosifone, gli prendono le chiavi e scendono una rampa di scale, arrivano all’ufficio matricola.

Secondini arrendevoli

Il maresciallo Maniscalco e un altro agente — pare si tratti della guardia Francesco Ciccone — sono colti di sorpresa. Uno dei detenuti impugna un coltello. L’agente viene immobilizzato, il maresciallo con la punta del coltello contro le reni, è costretto a scendere al piano terra insieme al gruppetto. Oltre un cancello, nella guardiola c’è un altro agente, Giovanni Pace. Sente bussare, apre lo spioncino e gli gridano: « Aprici o sgozziamo il tuo compagno». Gli sono addosso lo percuotono (ha riportato ferite lievi e contusioni), gli portano via la pistola che teneva nel cassetto, insieme a un centinaio di migliaia di lire, e la chiave dell’ultimo cancello. Ora sono fuori, su una strada, via Gioacchino Testa. stretta e tortuosa, dove le macchine devono procedere lentamente.

L’aiuto degli automobilisti

Pier Ugo Lanfranco, che passa con la sua «500». è costretto a fermarsi. lo colpiscono al capo e al volto, gli portano via l’auto. Anche Antonio Rocco deve cedere la sua «Ford Fiesta» agli altri evasi, che si dirigono verso Rocca D’Arazzo, un paesino interno della zona vinicola. Alle soglie dell’abitato, i componenti di questo gruppetto — pare ne faccia parte l’Attimonelli, che indossa una tuta rossa da ginnastica — decidono di cambiare auto, si impadroniscono della «127» di Cesare Fungo che, dal balcone di casa, esplode un colpo di fucile da caccia al quale i fuggiaschi rispondono con una revolverata prima di allontanarsi nella notte. La corsa non dura molto. Dopo un paio di chilometri, la «127» va in panne (è stata trovata con una gomma a terra e, pare, senza benzina). ma gli evasi riescono a cavarsi d’impaccio, aggredendo un altro automobilista, Giovanni Mastroianni. che sta per salire sulla sua «Giulia diesel».

Interviene il ministero

Salgono sulla vettura del malcapitato e spariscono in direzione di Mcntegrosso D’Asti. Da allora si seno perse le loro tracce. Non è certo la prima volta che il carcere di Asti è teatro di evasioni. Proprio uno dei protagonisti della fuga di cui ci stiamo occupando, Pietro Marzocca. un pericoloso rapinatore, era riuscito a scappare da questa stessa prigione circa un armo fa, insieme a un paio di complici della sua stessa risma; e uno di costoro, Mariolino Mura, era già a sua volta. alla seconda evasione dalla prigione astigiana.

Il compagno on. Aldo Mirate, che per essere avvocato conosce bene l’ambiente delle carceri, ci ha detto: « La prigione di Asti purtroppo non fa eccezione. Anche qui gli agenti di custodia fanno riposi e ferie solo quando è possibile, cioè molto raramente. Avevo già sollecitato un intervento al sottosegretario». Interventi però non risulta ce ne siano stati, neppure dopo il campanello d’allarme che era succiato una decina di giorni fa. Nel carcere c’era stata una manifestazione di protesta, e a guidarla era stato proprio l’Attimonelli. Intanto da Roma il ministero ha deciso che il direttore dell’istituto cessi dalle proprie funzioni e che queste siano assunte dal Sostituto procuratore Armato

I tre nappisti

Tra i dieci detenuti evasi dal carcere di Asti, tre sono considerati appartenenti ai NAP (Nuclei Armati Proletari). Si tratta di Emanuele Attimonelll, Alfeo Zanetti ed Enzo Caputo. Del tre, solo Attimonelli si è espressamente dichiarato nappista agli agenti che lo arrestarono a Milano. «Mi considero prigioniero politico» aveva detto il maggio scorno, nel corso delle indagini sulla banda Vallanzasca. Attimonelll ha ventitrè anni è originario di Savona, ma da tempo risiede ad Asti deve era tra i personaggi più conosciuti della « mala » locale. Condannato nel ’75 a tre anni di reclusione per aver preso parte ad una rapina in un ufficio postale dell’astigiano è stato anche implicato nella rapina del dicembre scorso alla filiale della banca dell’Agricoltura di Serralunga Crea (Alessandria).

E nel corso delle indagini, che seguirono a quella rapina che si iniziò a parlare per la prima volta di un presunto covo nappista ad Asti. Infatti. seguendo la pista del rapinatori, tra cui era anche il Caputo e lo Zanetti, gli inquirenti arrivarono ad un alloggio del centro di Asti. Qui vennero ritrovarono armi, esplosivi e altro materiale definito «ideologico».
Nel corso dell’Istruttoria caddero, però, per Attimonelli e gli altri le accuse per costituzione di banda armata. Rimase solo quella per associazione a delinquere e detenzione di armi ed esplosivi. Meno precise risultano le prove di armi ed esplosivi.

Meno precise risultano le prove di appartenenza al NAP per quanto riguarda Alfeo Zanetti ed Enzo Caputo, rispettivamente di diciannove e vent’annl. Essi, infatti, sono più noti alle cronache locali come rapinatori e scassinatori d’auto. Il Caputo avrebbe comunque subito un certo «indottrinamento ideologico» nel corso di un periodo di reclusione nel carcere di Pianosa. Qui pare abbia avuto qualche contatto con nappisti reclusi. Tutti gli altri sette evasi sono invece considerati «delinquenti comuni».

FONTE: UNITA’ 28 giugno 1977

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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