Champagne e pomodori: la notte della Bussola

Quella che segue è la ricostruzione della “Notte della Bussola”, gli scontri della notte di San Silvestro del ’68 in cui rimase paralizzato Soriano Ceccanti. Il testo è stato tratto da “L’orda d’oro”. Per comodità di lettura sono stati estrapolati dal testo e linkati i due volantini di preparazione dell’evento e il successivo documento del Potere operaio pisano

Gli echi della “contestazione alla Scala” di Milano dei suoi contenuti di critica della volgarità consumistica e dell’esibizionismo sfrontato della borghesia, hanno un forte effetto di riproduzione di immaginari in tutte le situazioni di movimento. Siamo alla fine del ’68 e il movimento studentesco ha percorso molta strada dai suoi inizi di dura contestazione del ruolo “produttivo capitalistico” del sistema scolastico e universitario.

Si sono frequentemente formate alleanze con le lotte operaie; vi sono stati confronti e fusioni con avanguardie politiche rivoluzionarie in formazione; sono già iniziate le divisioni ideologiche tra le varie élite dirigenti nate dalle occupazioni. Sostanzialmente un processo contraddittorio teso alla ricerca di strategie che andassero oltre il terreno dell’università.

Nel corso dell’anno vi sono stati i grandi episodi di Valle Giulia, la rivolta degli operai di Valdagno, l’assalto al “Corriere” di Milano, le grandi manifestazioni di Torino, le contestazioni ai grandi magazzini di Padova e Milano (anche in solidarietà con le commesse sfruttate con paghe da fame), la polizia che aveva sparato sui proletari di Avola.

Il movimento delle occupazioni si è ormai esteso in tutta Italia (Firenze, Bari, Napoli, Cagliari, Roma, Bologna eccetera) ed è come premuto dalla necessità di intervenire a tutto campo nelle dinamiche sociali.

Il mese di dicembre è per tradizione il mese delle merci, il mese in cui milioni di italiani bruciano la tredicesima in acquisti e regali, ma è anche il mese dei grandi riti della borghesia: l’inaugurazione, le prime delle stagioni teatrali, le vacanze di lusso, le grandi feste di fine anno.

Tutte occasioni per la nuova e vecchia élite capitalistica per esibire il proprio potere e la propria ricchezza. Il movimento si muove, in questo ultimo mese del 1968, proprio all’attacco di simili riti di potere. La contestazione della Scala innesca un processo a catena che culmina con gli scontri della Bussola. La Bussola è un grande e famoso locale notturno in Versilia tra Viareggio e Forte dei Marmi, una zona che da sempre è stata considerata la spiaggia di élite della borghesia e in particolare di quella milanese. Qui nelle stupende pinete ai piedi delle Apuane gli industriali del Nord hanno magnifiche ville e spiagge riservate, qui gli imprenditori locali hanno puntato alla grande sul turismo di lusso per sviluppare l’economia locale. Lungo il litorale esistono decine di locali notturni (La Capannina, Da Oliviero) che d’estate lavorano a pieno ritmo per poi riaprire periodicamente nella stagione invernale con grandi feste, appuntamenti con ospiti prestigiosi (Frank Sinatra, Mina). I prezzi sono ovviamente proibitivi, la frequentazione esclusiva.

Tutte queste circostanze fanno della scadenza del 31 dicembre una data simbolica a cui la contestazione della Scala assegna ancor maggiore spessore politico che precedentemente. I militanti de “Il Potere Operaio” e del Movimento studentesco di Pisa decidono quindi di organizzare una manifestazione di protesta di fronte alla Bussola per la notte di fine anno. Nei giorni precedenti vengono diffusi molti volantini sia a Pisa sia lungo tutto il litorale. Nelle intenzioni degli organizzatori la manifestazione doveva essere caratterizzata da una contestazione relativamente pacifica dell’arroganza crassa ed esibizionista dei padroni

Volantino di “Il Potere Operaio” del 29 dicembre Champagne e pomodori

Volantino di “Il Potere Operaio” del 30 dicembre Buone feste, vi dicono i padroni

Nella notte di capodanno arrivano quindi davanti alla Bussola centinaia di militanti e studenti, armati unicamente di pomodori e ortaggi vari. A presidiare il locale vi è solo un piccolo gruppo di carabinieri (una cinquantina) che inizialmente sembra tollerare la contestazione, ma partendo da alcuni episodi marginali improvvisamente la situazione precipita in modo drammatico. Così la racconteranno i protagonisti:

“L’azione da noi promossa, senza l’intervento violento, improvviso e in apparenza immotivato dei carabinieri, non sarebbe mai andata oltre il limite e lo scopo che noi ci eravamo prefissi. Al momento della prima carica, occasionata da un banale incidente con un fotografo, la nostra manifestazione di protesta si era praticamente esaurita. E’ stata la violenza dei C.C. e della polizia che ha sistematicamente spinto le cose oltre il limite che noi ci eravamo proposti. Alla prima carica ne è succeduta una seconda durante la quale, secondo quanto risulta da quasi tutte le testimonianze, si è fatto ripetutamente uso delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine. Non vi era stata fino a quel momento una reazione significativa da parte dei dimostranti; non vi era sbandamento o situazione di pericolo tra le forze dell’ordine. Anche per questo la maggior parte dei presenti non credette ai propri occhi vedendo i lampi uscire dalle canne delle pistole e ritenne che si trattasse di spari a salve”.

La sassaiola, le barricate, sono venute dopo. Alla seconda carica sono succeduti scontri isolati, mentre i C.C. continuavano a sparare. E’ a questo punto che è caduto il Ceccanti, e una palla di striscio ha perforato contemporaneamente i pantaloni di un altro giovane. A questo proposito vale la pena di sottolineare come ancora oggi la stampa padronale, la Rai-T.V., continuino ad affermare che il Ceccanti sarebbe stato colpito alle spalle, o più semplicemente tendono a insabbiare questo elemento, mentre in realtà è appurato che la pallottola è entrata alla base del collo, sul davanti, probabilmente mentre il Ceccanti, che si trovava proprio sulla prima barricata, era piegato in avanti: “A questo episodio è seguita la carica con automezzi e furgoni, mentre continuavano gli spari. Poco dopo il gruppo dei dimostranti è stato disperso.”

La cronaca prosegue poi con moltissime testimonianze, in prima persona e firmate, e con una puntuale e dura contestazione delle tesi della polizia e dei giornali borghesi. Lo choc per i fatti della “Bussola” è molto grande e induce a riflessioni politiche assai complesse. Nei volantini di convocazione era già stato sottolineato (Valdagno, Avola) il ruolo di premeditata violenza che aveva caratterizzato le “forze dell’ordine” nel corso dell’anno, era stato indicato con chiarezza il limite del livello di scontro che si voleva innescare (ortaggi e pomodori): la risposta provocatoria dei carabinieri, quindi, non poteva che essere frutto di un piano preordinato, e costringeva all’analisi politica di una nuova fase, come scrive “Il Potere Operaio” in un documento intitolato

Dopo Viareggio: rivoluzione culturale e organizzazione

“Non ci aspettavamo che la polizia sparasse”: questo è il giudizio unanime dei compagni che erano presenti alla Bussola. Questo episodio si inserisce come un tassello rilevante del mosaico generale dei fatti che porteranno allo scontro generalizzato del successivo Autunno caldo. Nell’analisi de “Il Potere Operaio” vi sono già gli elementi di lettura di molti degli accadimenti successivi: l’uso strumentale delle forze dell’ordine, le manovre dei vertici reazionari, le falsificazioni coscienti della grande stampa padronale, l’intuizione del possibile esistere di forze occulte legate ai settori conservatori dell’apparato statale, la necessità, per converso, della formazione di “nuovi organismi politici di massa e rivoluzionari”:

“E’ per questo che consideriamo opportunista e controrivoluzionaria la richiesta di disarmo della polizia, e quella di affidare ai sindaci le funzioni di tutela dell’ordine pubblico. Lo stato borghese userà ancora, almeno sul tempo breve, la violenza armata per reprimere i movimenti di massa. E l’apparente disarmo della polizia, se verrà – e potrà venire solo dopo che il regime avrà superato le prossime scadenze di lotta – richiederà come contropartita necessaria il disarmo politico e ideologico delle masse, che le proposte sbagliate di oggi servono a preparare, e un controllo molto più rigido sui loro movimenti a livello economico e sociale, ottenuto magari attraverso la diretta collaborazione e il definitivo inserimento delle cosiddette organizzazioni operaie nelle istituzioni dello stato borghese. A questa prospettiva di disarmo le avanguardie rivoluzionarie operaie e di base socialista devono opporsi oggi unite alle masse evitando la sconfitta delle lotte operaie e studentesche degli ultimi anni, confrontando i tempi di crescita del movimento di massa con i tempi e le scadenze imposti dall’avversario di classe, trovando nuove forme di collegamento tra di loro, e soprattutto rafforzando i loro legami con le masse sfruttate, con l’obiettivo di contribuire alla formazione di nuovi organismi politici di massa e rivoluzionari. Questo il nostro programma di azione per i prossimi tempi.”

Lette oggi, queste riflessioni possono sembrare scontate, ma in quella fase – e mentre il PCI sotto la direzione di Longo credeva ancora a una possibile soluzione riformista – dimostravano una notevole maturità di analisi.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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