10 marzo 1980: l’omicidio Berardi e il processo alle Br

La svolta è il 6 marzo. Dal bussolotto esce il nome del segretario nazionale del Partito radicale, la torinese Adelaide Aglietta, che accetta e comunica la decisione al Paese in una conferenza stampa. Un gesto che spinge altri tre cittadini ad accettare l’incarico subito dopo. La giuria («i merli di Santa Rita», dal titolo del diario di un giurato distribuito in ciclostile negli anni successivi) è completa. Alle 11 di mercoledì 8 marzo 1978, mentre le Brigate rosse irrompono nella sede romana di Radio radicale, il processo, dopo quasi due anni, può finalmente cominciare. Ad accogliere gli imputati, ora, c’è una gabbia.

Come nel 1976 prende la parola Paolo Maurizio Ferrari: «A due anni dall’inizio di questa battaglia – legge il «colonnello» tra una cascata di flash – una cosa sola è
molto chiara, la vostra crisi è esplosa incontenibile in tutti gli interstizi della società e la ristrutturazione imperialistica dello Stato in cui vi siete prodigati…». Il presidente Barbaro lascia fare. A fine udienza, alle 13.30, i cronisti avvicinano Giannino Guiso, difensore di Renato Curcio (e futuro avvocato di Bettino Craxi), uno dei pochi legali a cui non è stato revocato il mandato. Guiso riporta le parole di Curcio che minaccia: «Il processo non si farà soltanto nei locali dell’ex caserma. È uno scontro politico-militare che riguarda l’intero movimento rivoluzionario. Si tradurrà in uno scontro fisico in tutto il territorio nazionale». Il messaggio è fin troppo chiaro.

Rosario Berardi ha 53 anni. È a Torino dal 1970, quando partì dalla Puglia insieme alla moglie Filomena e ai cinque figli
Rosa, Giovanni, Bruno, Salvatore e Agata. «Un’auto vecchia corre / da Scilla a Torino / dentro ci sono dieci occhi / e uno stesso destino», canta Lucio Dalla nel 1973 in Un’auto targata «TO». Rosario e la sua famiglia non partono da Scilla ma da Bari e il destino del capofamiglia è diverso dai «terroni», condannati «mattoni su mattoni, a costruire per gli altri appartamenti da cinquanta milioni». Rosario è in polizia fin dal 1946,prima ha combattuto i nazisti a fianco degli alleati ed è stato insignito con una medaglia d’argento al valor militare dopo la battaglia di Cassino.

Nel 1974 Rosario Berardi, già comandante della squadra di polizia giudiziaria, entra a far parte del nucleo antiterrorismo della polizia di Stato coordinato da Emilio Santillo (alter ego in divisa blu del generale dell’Arma Carlo Alberto Dalla Chiesa) fino al 1976 quando, con una decisione ancora oggi misteriosa, i nuclei speciali vengono sciolti. Dal 31 luglio 1976, quindi, è comandante dei servizi di sicurezza.

C’è una foto che i giornali pubblicano il 28 maggio 1974: dietro a Paolo Maurizio Ferrari, appena arrestato, si scorge il volto inconfondibile del maresciallo Berardi. Un’altra foto, del maggio 1977, lo ritrae durante la perquisizione dell’appartamento in cui sono stati bloccati i militanti di Prima Linea Giulia Borrelli, Marco Scavino e Enrico Galmozzi, allora sospettati dell’omicidio del brigadiere Ciotta. In città Berardi è un volto noto, anche per quella pipa sempre stretta tra i denti. È il braccio destro del capo dell’antiterrorismo torinese dottor Criscuolo e partecipa a tutte le azioni. Un lavoro a forte rischio, in una città bersagliata dalla violenza politica. Pensa di essere fuori dalla tempesta quando, nel gennaio 1978, viene trasferito al comando del posto fisso di Porta Palazzo, da sempre zona «calda». «Porta Pila» è tante cose: fascino, popolo, tradizione, immigrazione, piccola e grande criminalità. La politica, però, c’entra poco.

Il grande mercato di piazza della Repubblica entra nelle cronache del terrorismo soltanto per la figura di Cesarina Carletti, meglio nota come «Nonna Mao», la «pasionaria» del processo alle Br. Non perde un’udienza fin dal maggio 1976: capelli raccolti, grandi occhiali scuri, «Cesi», ex partigiana, deportata dai nazisti a Ravensbrück, è sempre pronta a scattare con il pugno chiuso. Poi, nel processo, finisce anche lei, come imputata a piede libero perché scoperta a custodire volantini di propaganda tra la merce del suo banco di casalinghi a Porta Palazzo. Sarà assolta. A Porta Palazzo, forse, Rosario Berardi si sente più tranquillo. I figli, fatta eccezione per Agata, la più giovane, hanno tutti un lavoro: «Ancora la piccola da sistemare – confida agli amici – poi me ne vado con la mia vecchietta». Quella del processo che è appena ripreso alla Lamarmora è una storia che lo tocca da cittadino più che da poliziotto.

Il 10 marzo 1978 Berardi esce di casa poco dopo le 7.30: «Mi raccomando guagliò!» sono le ultime parole che il figlio Giovanni ricorda di aver sentito da suo padre. Pochi passi fino a largo Belgio, all’angolo con corso Regina Margherita, per raggiungere la fermata del tram numero 7. Da una 128 blu, parcheggiata nel controviale, quattro persone (Nadia Ponti, Cristoforo Piancone, Vincenzo Acella e Patrizio Peci) riconoscono Berardi e in un attimo gli sono addosso: tre pallottole alla schiena, poi quattro al capo e al torace. Un’esecuzione spietata, a colpi di Nagant e 7,65, in mezzo a decine di persone. Eccolo, lo «scontro fisico» evocato da Renato Curcio: un feroce agguato alle spalle di un uomo disarmato. Pochi minuti dopo la consueta telefonata all’Ansa: «Qui Brigate rosse, abbiamo colpito noi Berardi Rosario. Seguirà comunicato».

Il volantino, rinvenuto in una cabina telefonica di largo Cibrario, rivendica l’eliminazione «del capo torinese del Sisde, braccio destro dell’ex capo regionale del Sid con cui aveva fondato i famigerati Nat [nuclei antiterrorismo]». L’omicidio viene inquadrato in un più ampio attacco «alla struttura militare del nemico», poi una chiara allusione al processo ripreso il 9 marzo: «Il potere si illude di poter fare il processo alla rivoluzione proletaria nelle aule di tribunale». Anni dopo, al processo del 1983, si scoprirà che Berardi era stato scelto come obiettivo perché il brigatista Andrea Coi aveva scoperto «per caso» dove abitasse.

L’11 marzo la città celebra i funerali del maresciallo Berardi. Tanta gente così non si era mai vista: 10 forse 20.000 persone sfilano alla camera ardente e dietro al feretro. Vittorio Zucconi, sulla Stampa del 12 marzo, annota il suo dialogo con un sindacalista: «Ho l’impressione che sia successo qualcosa di nuovo a Torino, anche se ancora non lo percepiamo in pieno. È finalmente iniziato il processo alle Br e hanno sparato a Berardi e con lui hanno ucciso le ultime illusioni di trovare spazio e complici nelle fabbriche. Il maresciallo era uno come noi, uno che va a piedi, il padre di cinque figli, un poliziotto democratico».

Oggi largo Belgio si chiama largo Rosario Berardi. C’è ancora la fermata del tram, ma Vanchiglia, il «borg del fum»,
non è più lo stesso. Supermercati al posto delle ciminiere e una nuova sede dell’università dove un tempo c’era l’enorme gasometro di corso Regina Margherita. Gli studenti, ormai, sono tutti nati dopo il 1978. Il processo alla Lamarmora riprende regolarmente. I brigatisti nelle gabbie inneggiano alla morte di Berardi, lo «scontro fisico» non è che all’inizio: il 16 marzo 1978 a Roma, dopo aver ucciso cinque uomini di scorta, un commando delle Brigate rosse rapisce Aldo Moro.

Fonte: S. Caselli – D. Valentini, Anni spietati, 2012, Laterza.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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