28 luglio 1988: arrestati Sofri, Bompressi e Pietrostefani, per l’omicidio Calabresi

Dal volume Storia di Lotta Continua scritto da Luigi Bobbio nel 1979, e ristampato nel 1988 (è questa l’edizione a cui ho attinto), dopo il blitz Marino, che attribuendo all’organizzazione la responsabilità dell’omicidio Calabresi la consegna a un altro quarto d’ora di celebrità.

I primi mesi del 1972 portano alla ribalta, senza più mezzi termini, la questione del terrorismo di sinistra. Il 3 marzo viene compiuto a Milano, dalle Brigate rosse, il primo sequestro politico (contro il dirigente della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini). Due settimane più tardi il ritrovamento del cadavere di Feltrinelli sotto il traliccio di Segrate pone inquietanti domande sulle attività clandestine dell’editore e sui Gap.

Magistratura, polizia e servizi segreti scatenano la caccia al terrorista e ai “covi”, viene arrestato il partigiano Giovan Battista Lazagna; la spirale azioni armaterepressione è già, quindi, in pieno svolgimento. Lotta continua, per la sua stessa natura “movimentista”, è sempre stata intimamente estranea alla scelta della clandestinità operata, a partire dalla seconda metà del 1970, da gruppi e militanti con cui pure i compagni di Lotta continua avevano stretti legami (di origine, di storia, di lavoro comune).

Dopo il rogo di Lainate che è la prima azione di un certo rilievo firmata Brigate rosse, Lotta continua non ha esitazioni nell’affermare; “L’organizzazione militare delle masse non si costruisce perché alcuni gruppi cominciano ad attuare azioni ‘militari contro i simboli dell’organizzazione capitalistica… Chi sceglie la strada dell’azione isolata… opera nei fatti contro l’autonomia operaia” Ma nel condannare il terrorismo Lotta continua tiene sempre presenti due preoccupazioni di fondo (a differenza del Pei o di altri gruppi della nuova sinistra che preferiscono eludere la sostanza del problema); da una parte riconoscere che i brigatisti sono “compagni”, nel senso che la scelta della lotta armata clandestina scaturisce da un’esperienza e da un’elaborazione in larghi tratti comune alla propria e che di fronte a questa realtà – per quanto sgradevole – non è possibile chiudere gli occhi considerandoli “provocatori” o “agenti del nemico”; dall’altra evitare che la condanna delle azioni armate trascini con sé la rinuncia a una corretta valutazione della violenza rivoluzionaria e della violenza d’avanguardia, che sono un punto ineludibile di qualsiasi strategia rivoluzionaria.

In questa chiave, sul caso Feltrinelli, Lotta continua si trova a polemizzare aspramente sia con coloro che parlano esclusivamente di un ‘complotto reazionario” (“sono semplicemente stupidi quelli che sostengono che Feltrinelli era un uomo ‘pacifico’ estraneo alla pratica delle idee che affermava”),” sia con Potere operaio che ha commentato la morte di Feltrinelli con il titolo a tutta pagina: Un rivoluzionario è caduto. Obietta infatti Lotta continua: “Se a definire un militante rivoluzionario bastassero la fermezza della convinzione, delle intenzioni, della volontà, allora Feltrinelli sarebbe morto come un militante rivoluzionario. Ma c’è qualcosa d ’altro. C’è la cosa più importante ed è il legame tra gli individui, uomini e donne, che si battono per la rivoluzione […] Un legame che fa dei rivoluzionari lo strumento cosciente dei bisogni delle masse e che a Feltrinelli e ad altri che hanno fatto una scelta simile alla sua, mancava”.

Ma nel clima dello “scontro generale” la preoccupazione di salvaguardare la legittimità della violenza d ’avanguardia diventa sempre più assorbente, fino a confondere i criteri che fino ad allora avevano sorretto il giudizio di Lotta continua sulle azioni clandestine. L’indomani del sequestro di Macchiarini, l’esecutivo milanese dell’organizzazione emette un comunicato in cui afferma che “questa azione si inserisce coerentemente nella volontà generalizzata delle masse di condurre la lotta di classe anche sul terreno della violenza e deil’illegalità ”. A parte le pesanti conseguenze giudiziarie, “tale valutazione positiva dell’operato delle Brigate rosse apre grossi interrogativi all’intemo della stessa organizzazione. Ma è due mesi più tardi, con l’uccisione del commissario Calabresi, che il problema si pone in tutta la sua drammaticità.

Il giorno successivo all’attentato il quotidiano prende posizione: dopo aver affermato che non è possibile tacere quella verità che abbiamo sempre detto ad alta voce: che Calabresi era un assassino”, il comunicato prosegue: “L’omicidio politico non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse… così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”). Isolata nella sinistra rivoluzionaria e colpita dalla repressione, Lotta continua cerca qualche giorno più tardi, di spiegare la propria posizione: apparentemente – dice – vi è un contrasto tra il “sentimento” (la soddisfazione per l’eliminazione di un nemico e di un assassino) e la “politica” (l’uso che di questo episodio si apprestano a fare le forze repressive dello stato), ma in realtà “nelle masse che vedono… l’uccisione di Calabresi come un fatto giusto non c’è solo una reazione emotiva, ‘sentimentale’. C’è l’immediata coscienza che qualunque azione deve essere interpretata e valutata rispetto al rafforzamento della coscienza proletaria”.

Ma il dissenso si ripercuote anche all’interno dell’organizzazione, in particolare a Milano dove un gruppo di compagni (che in seguito usciranno da Lotta continua) si oppongono alla posizione “ufficiale”. Anche il giornale ospita opinioni divergenti. Nel dibattito emergono due tipi di obiezioni. Il primo, di ordine umanitario e strategico, è sostenuto per esempio dalla giornalista Adele Cambria che ha accettato di assumere la direzione formale del quotidiano, ma che ora dichiara di non essere più in grado di continuare: “L’uccisione di un uomo – scrive in una lettera al giornale – non può essere una festa per nessuno; e mi rifiuto di credere che possa esserlo per il proletariato, specialmente quando avvenga attraverso un omicidio politico”. E un compagno di Cesena in una lettera a “Lotta continua”: “Ho provato un profondo sentimento di pietà per lui… e un profondo disgusto nei vostri confronti […] Chi ama l’uomo e la sua liberazione, ama la vita e chi ama la vita veramente, non può non sentirsi profondamente amareggiato di vedersi costretto a usare mezzi violenti”.

A queste obiezioni Lotta continua risponde in modo drastico: ‘chi vuole sopra ogni cosa la vittoria della lotta proletaria, antepone a tutto il resto un interesse e un punto di vista collettivo”, il concetto “universale” di umanità è una truffa”. Tra le obiezioni di natura politica, quella di un partigiano di Cuneo: “Appoggiare un assassinio politico è come dire ai proletari che la loro forza non sta nel loro antagonismo di classe… ma bensì nella capacità di alcuni individui 107 di eliminare le persone più schifose di questa società capitalistica”.

Tali argomentazioni sono ampliate da Luciano Pero che sviluppa, sui “Quaderni piacentini” i temi da lui sollevati nella discussione di Lotta continua a Milano. Egli accusa di “opportunismo di sinistra” quei compagni che, pur non essendo d ’accordo con la strategia del terrorismo, preferiscono eludere un giudizio politico netto, affidandosi caso per caso, all’“opinione delle masse”: “anche se un gesto terroristico è molto popolare è giusto registrare questo ‘sentimento’ popolare positivo, ma bisogna contemporaneamente attaccare la strategia terroristica” che serve unicamente alla borghesia per criminalizzare il movimento rivoluzionario.

Come si vede, tutti i nodi fondamentali, destinati a tornare periodicamente di attualità con l’intensificarsi delle azioni armate, sono stati posti. Ma Lotta continua non è in grado di tirare pienamente le fila di questo dibattito. Sul piano tattico essa tenderà, da questo momento in poi, ad assumere un atteggiamento più cauto sulle azioni terroristiche (che verranno sistematicamente condannate); sul piano dell’enunciazione teorica il discorso rimarrà a lungo imprigionato dall’esigenza (tutto sommato astratta) di “non screditare politicamente agli occhi delle masse la concezione della violenza d’avanguardia” e dall’idea di dover, assai presto, fare uso degli stessi mezzi in vista di una radicalizzazione dello scontro sociale.

Come scrive un esponente di Lotta continua rispondendo a Luciano Pero sui “Quaderni piacentini”: “Il proletariato… non può fare a meno, in uno scontro che inevitabilmente procede verso la guerra di classe, di avere propri reparti avanzati che gli consentano di affrontare il nemico su ogni terreno”.“ L’aspetto più problematico è che su queste affermazioni finisce per consolidarsi una sorta di “cultura della forza” che sarà difficile sradicare con il mutamento della “linea politica”.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

2 comments on “28 luglio 1988: arrestati Sofri, Bompressi e Pietrostefani, per l’omicidio Calabresi
  1. Alessandro Franceschini ha detto:

    Si dice che in realtà sparare a Calabresi sia stato Valerio Morucci…non credo che la verità verra mai fuori.Anche su Marino ci si basò per indizi e lui riconobbe che la fuga di Pietrostefani in Francia era comprensibile….”ha fatto bene” disse.Ai posteri l’ardua sentenza…

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