La nascita di Prima Linea a Torino e l’omicidio Ciotta

Uno dei limiti che avverto nel mio lavorio di recupero della memoria dell’antagonismo degli Anni 70 è che spesso le “cime tempestose” finiscano per occultare la potenza estesa del grande movimento ondoso. In questo caso, grazie al bellissimo lavoro di Andrea Tanturli sulla “parabola di Prima Linea” per la tesi di dottorato di ricerca, possiamo ricostruire la dinamica politica e organizzativa che mette capo all’omicidio Ciotta

A fronte delle evidenti difficoltà della sede milanese di operare una sintesi delle varie anime che la compongono, l’onere di preparare l’assise fondativa di Firenze ricade sul gruppo torinese, che ha conosciuto un deciso e tardivo sviluppo. Nei pochi mesi a cavallo della metà del 1976, quando ancora è incerto il discrimine fra l’esperienza dei Comitati comunisti (e del giornale “Senza tregua”) e quella successiva di Pl, l’intervento politico di quest’area a Torino registra un indiscutibile salto di qualità.

L’insediamento di PotOp

Il contesto territoriale posto fino ad allora ai margini del progetto nazionale, ancorato all’eredità di Potop (di cui aveva mantenuto la stessa denominazione), diventa in breve tempo la locomotiva del varo di Pl. Alla base di tale ascesa non agiscono soltanto dinamiche interne al gruppo – in particolare il trasferimento a Torino di Galmozzi che porta in dote un decisivo contributo di natura politico-organizzativa e tutta l’esperienza maturata negli anni precedenti a Milano, o la mancanza di una dialettica interna paragonabile a quella del capoluogo lombardo – ma anche elementi di contesto.

A Torino esiste una minore concorrenza interna all’autonomia, si assiste alla precoce comparsa dei fermenti tipici del movimento del ’77, ma soprattutto si nota un apporto consistente di forze provenienti da Lc che subisce in città una crisi rapida e lacerante. Peraltro la giusta annotazione sul ruolo defilato che Torino ha nella fase precedente non deve sminuire il peso specifico di cui il gruppo già disponeva. In continuità con la tradizione di Potop, la sede torinese non godeva certo di un seguito di massa, ma spiccava per l’accuratezza della sua elaborazione teorica e per il tentativo di inserirsi in vertenze fuori e dentro la fabbrica (autoriduzioni, intervento in alcuni stabilimenti).

Il rinforzo di Galmozzi

Anche sul versante militare, più che a un suo scarso sviluppo dobbiamo pensare a uno scarto consistente fra apparato legale e illegale, come dimostra il ferimento Fossat e l’adesione di alcuni transfughi delle Br, Ronconi e Pelli, al gruppo piemontese di Potop/Senza Tregua. Tutto questo serva a chiarire che l’arrivo di Galmozzi all’inizio dell’estate non si inserisce in un deserto organizzativo, ma al contrario trova terreno fertile e coincide con una più convinta partecipazione dei torinesi al progetto nazionale.

Farne una questione di numeri rischia di essere fuorviante. Se si pensa che l’analogo sviluppo di Senza tregua a Milano era partito da un nucleo di una quindicina di militanti non ci si sorprenda che a Torino sia «un gruppo di sette persone» a contribuire in modo consapevole alla nuova linea politica. Peraltro, già prima del trasferimento di Galmozzi era in fieri l’individuazione di una più precisa suddivisione dei ruoli fra i militanti (ruolo pubblico, intervento politico in fabbrica o fra gli studenti, operazioni illegali), la presa a modello della struttura dei comitati autonomi di fabbrica milanesi così come la chiusura, costruttiva e non drammatica, della fase politica precedente .

La defezione di Dalmaviva

Da questo punto di vista l’arrivo di Galmozzi non deve essere visto come un commissariamento esterno, ma come un ulteriore stimolo a insistere su un progetto politico già in parte avviato. Ciò non esclude la presenza di malumori e frizioni, in parte fisiologici quando si incontrano tradizioni politiche o personalità stesse differenti. Vanno in questa direzione sia il progressivo defilarsi, senza plateali lacerazioni, di alcuni animatori del gruppo torinese (Dalmaviva e Barsi), tanto dubbiosi per la china militare quanto stanchi dell’impegno politico in senso lato, sia le testimonianze di incomprensioni figlie dei metodi poco diplomatici di Galmozzi.

L’accordo fra il nuovo venuto e chi porta avanti l’intervento politico a Torino è pressoché completo e ruota attorno ad alcuni capisaldi. Innanzitutto si tenta di applicare a Torino il modello milanese dei comitati operai tanto da far dire a qualcuno che «a Torino avviene una specie di riedizione della situazione milanese di due anni prima». Fra i due contesti non mancheranno le differenze, anche fondamentali, ma è un dato di fatto che la strategia sia similare. L’organizzazione deve ristrutturarsi secondo precise competenze e dispiegare la tensione conflittuale su una pluralità di piani fra loro complementari.

La stagione dei Comitati comunisti

Si apre anche a Torino la stagione dei “Comitati comunisti”, organismi di massa al cui interno Galmozzi spinge per la creazione di “squadre” che sappiano praticare la violenza a bassa intensità. Per le operazioni più complesse, invece, viene previsto, con variabili margini di compartimentazione, un nucleo più ristretto composto da militanti più esperti. Non è un caso se dall’estate si fanno ricorrenti le esercitazioni con le armi in montagna o le rapine per rendere sostenibile, anche da un punto di vista logistico, l’organizzazione .

Tutto questo non comporta una sottovalutazione dell’impegno nella politica di massa: una particolare cura viene riservata alle scadenze di piazza in cui il gruppo denota un maggiore protagonismo. Anche su questo piano le similitudini con ciò che era stato sperimentato a Milano sono impressionanti se si pensa che in occasione di uno sciopero generale nell’autunno ’76 i Comitati comunisti si pongono alla testa di un corteo autonomo che si dirige ad occupare simbolicamente la stazione centrale.

Il 77 precoce di Torino

Di fatto, il Settantasette a Torino arriva prima che nel resto d’Italia, accompagnato dalla comparsa dei circoli del proletariato giovanile, dalla breve ma intensa stagione delle autoriduzioni e da un crescendo della conflittualità di piazza. Sulle pagine di “Senza Tregua” il gruppo ha buon gioco, con una certa dose di retorica, a cantare vittoria e rivendicare «la prova di maturità del movimento a Torino che […] nelle giornate di aprile ’75 non faceva muovere foglia» . Il successo torinese della proposta politica dei Comitati comunisti (alle cui spalle aleggia Pl) sul finire dell’anno è dunque evidente; si basa su due presupposti favorevoli, ma presenta allo stesso tempo un punto debole che, amplificato dalla concomitanza col movimento del ’77, ne influenzerà le vicende successive.

Per cominciare, la polarizzazione a sinistra, a seguito delle elezioni politiche del 20 giugno e dell’appoggio del Pci ai provvedimenti economici del nuovo governo, sembra andare incontro alle aspettative, e alle previsioni, dell’autonomia. Pur senza episodi eclatanti e attraversato dalle avvisaglie della ritirata operaia, l’autunno ’76 è punteggiato da segni di risveglio della conflittualità in fabbrica. Si è già ricordata l’occupazione della stazione centrale, ma l’area dei Comitati comunisti promuove anche un coordinamento operaio autonomo (vistoso anche in questo caso il parallelismo con Milano) e si inserisce in alcune vertenze di ristrutturazione aziendale.

Il monopolio dell’Autonomia

In quest’ottica si segnala una delle prime azioni militari di cui si rende responsabile il gruppo, che il 6 ottobre effettua un’irruzione nei locali che avevano ospitato fin a poco tempo prima la sede della multinazionale americana Singer, responsabile di un massiccio piano di licenziamenti. A dare fiato all’azione dei Comitati non è soltanto la contingenza politico-economica, ma soprattutto la condizione di monopolio nel campo dell’autonomia. A Torino, eccetto sparute eccezioni, non esistono altri gruppi organizzati (come potrebbe essere Rosso a Milano o il collettivi di via dei Volsci a Roma) e l’unica altra realtà che anima la piazza è ciò che resta di Lc. Proprio qui si innesta la seconda condizione favorevole, cioè il vero e proprio sfascio che subisce la locale sede di Lc.

Il Pci sulla disfatta di LC

È l’interessato osservatorio del Pci locale a stilare un impietoso stato di quello che era stato il principale gruppo extraparlamentare in città: dal 20 giugno è iniziato all’interno di questa organizzazione un processo di disintegrazione che presto l’ha portata a chiudere tutte le sedi della città. […] Non ha più apparato. Gli organi di direzione provinciali non si riuniscono da alcuni mesi. La presenza di Lotta continua nella scuola è fortemente ridimensionata; da alcuni mesi non vengono più distribuiti volantini […]. La disintegrazione di Lc è caratterizzata da molti aspetti negativi. […] La parte più considerevole della disgregazione sociale che nello spontaneismo estremistico di Lc aveva un punto di riferimento, regredisce su posizione di puro rifiuto, di negazione, di provocazione anticomunista, anche di qualunquismo.

Il risentimento di un ex LC

Nei mesi centrali del 1976, in concomitanza col congresso di Rimini, a Torino si consuma la resa dei conti fra la ex dirigenza e i giovani militanti attivi nel servizio d’ordine. Un futuro aderente a Pl, proveniente proprio da Lc, ricorda l’atmosfera di “tradimento” che si respirava nelle riunioni del servizio d’ordine in cui Adriano Sofri si impegnò a fondo per contrastare “l’autonomizzazione” del servizio d’ordine. Per quanto riuscissi poco ad afferrare di quel dibattito mi sembrava strano l’atteggiamento di Sofri perché in un comizio di poco tempo prima l’avevo sentito pronunciare queste parole: “se i fascisti si armano … ci armeremo anche noi”. […]

Quando negli anni successivi sentirò che venivamo chiamati avventuristi dai residui di Lotta continua torinese perché eravamo passati all’uso delle armi mi ribolliva il sangue … eravamo andati per anni contro i fascisti, nelle piazze, nelle strade, ad occupare case con un bastone in mano, quando i carabinieri non sempre sparavano in aria ed i fascisti mostravano le pistole … ma questo è un altro discorso. […] Nel ’76 […] lo stacco tra il servizio d’ordine e Lotta continua divenne palese.

Quella testimonianza a Stajano

Altrettanto irriducibile lo scarto che trapela dalla testimonianza di un dirigente anonimo del partito affidata al racconto di Stajano: nel nostro microcosmo potevo assistere infatti alla crisi di un progetto sociale, alla sua riduzione a progetto organizzativo […]. Non poteva che finire così, se si considera l’amalgama dell’incultura e la mitologia della forza e dell’efficienza dell’organizzazione che hanno fatto da fondale a quegli anni.

Mancava un progetto politico, o, ancora peggio, c’era una sostanziale sottovalutazione, un disprezzo palpabile per un possibile progetto politico. Contava l’esaltazione per la competizione più aspra che presto si trasformerà in pura violenza, contava il rispetto per la gerarchia […]. Io avevo delle disperazioni, non ancora dei sospetti su come sarebbe andata a finire. Ero sconvolto per l’imbarbarimento che mi appariva inarrestabile e per la mostrizzazione di quel tessuto politico cresciuto dentro di noi che ora ci stava dilaniando.

L’Angelo azzurro

Sono tutte testimonianze a vario titolo tendenziose ma che rendono l’idea di una divaricazione di destini sempre più profonda e di un coacervo di contraddizioni pronte ad esplodere. Le traiettorie successive di schegge dell’organizzazione sono un inequivocabile “andare per la tangente”, e questo a prescindere dalla successiva militanza di molti in Pl. Basti pensare al coinvolgimento di ciò che rimane di Lc in uno degli episodi più drammatici degli anni Settanta torinesi: il 1 ottobre del ’77, al termine di una manifestazione antifascista, l’attacco con bottiglie molotov ai danni del bar “Angelo azzurro”, ritenuto ritrovo di estremisti di destra e spacciatori, si trasforma in un rogo di cui è vittima lo studente Roberto Crescenzio.

In ciò che resta dell’estrema sinistra italiana l’agonia del giovane sarà l’occasione per una prima autocritica in merito alla violenza politica e rappresenta anche la dimostrazione di come non sempre la violenza di massa sia meno luttuosa di quella organizzata. Ciò nonostante, nel documento, che i due responsabili del servizio d’ordine di Lc, inizialmente detenuti per il fatti dell’Angelo azzurro, redigono in carcere, le contraddizioni sono evidenti. Infatti, parlando della manovra repressiva in atto a Torino di cui si sentono vittime, esprimono la massima solidarietà per «i compagni di “Senza tregua”. […] Non dimentichiamo che proprio qui a Torino, senza prove, ma con pesanti accuse sono imprigionati compagni come Marco Scavino, Barbara Graglia»; al tempo stesso però bollano come «episodi di marca fascista […] l’assassinio di Ciotta»

Lo scalmanato di Sandalo

Chi predica la violenza e la lotta armata a Torino trova dunque fra i militanti di Lc un uditorio sensibile e già abbastanza avvezzo a certe pratiche, come testimonia un ulteriore episodio di cronaca. Il 21 maggio 1976, ben prima che a Torino Senza tregua maturi un deciso salto di qualità dal punto di vista dell’organizzazione della lotta armata, militanti del servizio d’ordine di Lc si scontrano con esponenti missini e uno di questi, dopo numerosi colpi di chiave inglese, è ferito gravemente. Fra i coinvolti spicca anche Roberto Sandalo, che di lì a poco aderirà alla nascente Pl.

Poco portato all’elaborazione politica, ma molto disinvolto nelle operazioni militari – in una delle prime rapine parla in dialetto piemontese per tranquillizzare l’uditorio, in una delle ultime assesta un colpo col calcio di una pistola carica e senza sicura facendo partire un proiettile che uccide un vigile urbano – Sandalo troverà nelle aule dei tribunali la sua definitiva consacrazione in veste di pentito attraverso dichiarazioni torrenziali e una memoria certosina. Nei mesi in cui a Torino nasce una vera e propria area autonoma, su cui Senza Tregua ha un primato assoluto, i militanti in uscita da Lc trovano nel progetto dei Comitati comunisti la soluzione al loro travaglio. Il tema dell’uso della forza, declinato attraverso lo strumento delle squadre è sicuramente il terreno privilegiato, ma non l’unico, di questo incontro.

L’irruzione dei ventenni

Se i pochi militanti originari di Senza Tregua sono giovani, ma non giovanissimi, con alle spalle qualche anno di esperienza all’interno dei gruppi extraparlamentari e una certa preparazione politica, chi affluisce rapidamente negli ultimi mesi del ’76 sono spesso studenti di istituti tecnici e professionali, tutti sotto i vent’anni. Senza scadere negli schematismi, è comunque un fatto che il loro contatto con la politica sia stato spesso mediato dallo strumento del servizio d’ordine, da una solida etica di gruppo, da un’inevitabile apprendistato all’uso della forza.

Proprio uno dei dirigenti di Senza Tregua, in una sua intervista della metà degli anni ’80, ricorda come il quadro del Movimento, delle Squadre era un quadro studentesco, era un quadro che era attirato comunque dal fare, dall’agitarsi e credo che il non aver valutato appieno […] che cosa voleva dire introdurre un discorso di armamento usando anche le armi da fuoco […] è stata una responsabilità politica grossa, ecco su quello non c’era assolutamente consapevolezza . Si gioca su questo piano la maggiore differenza con la Milano di un paio d’anni prima e anche il tallone d’Achille dell’esperienza torinese.

Il mancato radicamento operaio

Se nel capoluogo lombardo nel biennio 1975-76 l’area di Senza tregua era riuscita a conquistarsi un posto, e un ruolo, all’interno delle fabbriche e delle lotte territoriali che ruotavano attorno alla fabbrica, tutto ciò riesce in misura molto minore a Torino. I motivi della relativa impermeabilità delle realtà operaie alla proposta di Senza tregua si pongono all’incrocio di due aspetti: per un verso l’incedere inesorabile della crisi e delle ristrutturazioni aziendali, dall’altro la sostanziale incapacità del gruppo di radicarsi in quella che è la fabbrica per eccellenza, cioè gli stabilimenti FIAT.

A Torino, inoltre, il sindacato è più aperto al dialogo con i fermenti della base e quindi scarseggiano gli spazi per l’iniziativa autonoma. Seppure il gruppo di Senza tregua non lesini energie nell’ascolto della soggettività operaia, i risultati parlano da soli. Delle tre squadre che precocemente iniziano a coagularsi, soltanto una, radicata nel reparto “meccaniche” di Mirafiori, presenta una composizione operaia, mentre le altre due, quella di Borgo S. Paolo e di Barriera di Milano, sono animate da studenti provenienti da Lc. Della prima l’elemento trainante è sicuramente Donat Cattin, della seconda Marco Fagiano, giovanissimo ex militante di Lc originario della Valsusa, molto attivo nei collettivi studenteschi. Il pericolo di un cortocircuito fra progetto politico dei Comitati e sua realizzazione pratica, di una sproporzione fra la componente studentesca e quella operaia incombe e verrà amplificato ulteriormente dallo scoppio del movimento del Settantasette.

La prima struttura organizzativa

Già nell’autunno del ’76 a Torino l’organigramma della futura locale sede di Pl assume una certa nitidezza: al vertice operano i militanti di maggiore esperienza (Galmozzi, Scavino, Solimano, la Ronconi) a comporre di fatto un “comando”, seppure informale. Tutti tranne Scavino, che mantiene un ruolo pubblico e guida l’intervento nelle fabbriche, ma con l’aggiunta di Iemulo, formeranno il gruppo di fuoco dell’organizzazione in cui presto verrà cooptato anche Sandalo. Al di sotto esiste una fascia intermedia di quadri (fra cui Donat Cattin), che fa da cuscinetto fra il vertice e le costituendi squadre, della cui formazione sono spesso promotori.

Le squadre diventano operative – alle tre già ricordate se ne aggiunge un’altra composta da studenti dell’istituto Pininfarina provenienti dalla Valsusa – ben prima della loro effettiva stabilizzazione, per cui bisogna aspettare l’aprile 1977. Se è vero che già prima del congresso di Firenze le squadre conoscono la loro formalizzazione, tanto da eleggere al proprio interno un responsabile delegato a partecipare all’assemblea, bisogna anche ricordare che il tutto avviene in un clima molto instabile, di «andirivieni» continuo fra dentro e fuori Pl.

Si passa all’attacco

A questo iniziale assestamento organizzativo, e al crescente ruolo del gruppo nei cortei e nelle assemblee del movimento, segue anche il varo delle azioni militari. La prima in ordine di tempo non è né la ricordata azione contro gli ex uffici della Singer né l’esordio della sigla “Prima Linea” in città, ma un modesto attentato con bottiglie molotov contro la caserma dei carabinieri di via Bagetti. Avvenuta il 9 settembre, si lega alla repressione di una rivolta di detenuti presso il carcere de “Le Nuove”; una rivolta, peraltro, che inibisce il tentativo di evasione di Fabrizio Pelli, ex brigatista interessato al progetto di Pl. Il 13 ottobre vengono incendiate alcune automobili della Sip, mentre il giorno successivo a subire un’irruzione armata è il Centro studi Donati, sede della corrente democristiana di Carlo Donat Cattin.

Compaiono le squadre

Dopo il primo attentato firmato “Prima Linea”, il 14 gennaio del ’77, sono le “squadre” (ma la composizione del nucleo è mista) a rivendicare l’irruzione all’interno dell’Istituto autonomo case popolari delle Vallette, in cui viene distrutta la certificazione dei debiti degli affittuari. Il richiamo al tema dell’autoriduzione è lampante, e palesato nel documento di rivendicazione, così come il tentativo di mettere in campo un’azione armata non fine a se stessa, ma legata direttamente ai bisogni popolari. Passano pochi giorni e le squadre tornano in azione con il lancio di bottiglie molotov contro tre diverse sedi della Dc il 28 gennaio; stavolta l’obiettivo è sanzionare il potere politico e la linea dei sacrifici.

Si tratta ancora di operazioni di piccolo calibro, che però tendono a intensificarsi. Il 2 febbraio a essere oggetto di una nuova, e nutrita, irruzione è lo studio dell’avvocato, ed esponente di destra, Andrea Galasso. L’azione dimostra che l’antifascismo sarà pure un terreno di retroguardia, ma è ancora un tasto su cui vale la pena di battere, specie, come insegna il caso di Pedenovi, se si sta mettendo in conto di colpire direttamente le persone e non più soltanto strutture materiali.

Errori pericolosi

Due giorni dopo è lo stesso gruppo di fuoco di Pl a entrare in azione con un blitz all’interno dell’Associazione piccola industria (Api) . Il susseguirsi di simili operazioni preannuncia la scelta di obiettivi e modalità di azione più impegnativi e serve a oliare gli ingranaggi dell’organizzazione armata: automatismi che però ancora zoppicano se si pensa ai numerosi incidenti di percorso che costellano questi episodi. Non si tratta della particolare violenza di cui parla il magistrato Giancarlo Caselli in una relazione di qualche anno dopo – «si nota in talune di queste azioni una certa precipitazione e irruenza che in non pochi casi determina rischi gravissimi per le persone coinvolte anche al di là dell’obiettivo perseguito e dichiarato dal gruppo eversivo» – ma di grossolani errori che, se debitamente sfruttati dagli investigatori, porterebbero allo smantellamento della formazione armata.

Durante l’irruzione nel centro studi Donati a una delle giovani cade un paio di guanti su cui è indicata la sua matricola presso il collegio che la ospita: guanti che sarà proprio uno degli altri “aggressori” a consegnare, con un ingenuo gesto di cavalleria, a una delle impiegate dell’ufficio al termine dell’operazione. Inoltre, in occasione dell’attacco alla sede dell”Api, le molotov utilizzate sono incartate dentro dei volantini dei Comitati comunisti per il potere operaio, rappresentando un’involontaria firma . La striscia di attentati dimostrativi si interrompe il 18 febbraio quando a essere ferito gravemente alle gambe è il caporeparto Fiat di Mirafiori Bruno Diotti; in questo caso opera per l’appunto la squadra composta da operai, alcuni dei quali conoscono bene il caporeparto.

Il bis di Pedenovi

Proprio mentre il movimento del Settantasette prepara il suo culmine a livello nazionale e influenza in parte gli obiettivi della lotta armata, spostandoli dalla fabbrica e dal mondo del lavoro verso i partiti di governo e le istituzioni repressive, la tradizionale centralità operaia reclama un suo spazio privilegiato nell’azione di Pl. Scorrendo la lunga lista di attentati, irruzioni, ferimenti, le analogie con quanto accaduto a Milano nella primavera del ’76 appare notevole. Non è quindi casuale che, a seguito della morte di Francesco Lorusso, studente bolognese ucciso da un carabiniere durante scontri di piazza l’11 marzo, Galmozzi spinga per operare una nuova azione giustizialista come era stata quella di Pedenovi poco meno di un anno prima. A essere ucciso, ancora una volta senza una firma di rivendicazione chiara, sarà il poliziotto Giuseppe Ciotta

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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