Le due verità del “Freddo” sull’omicidio del “Negro”

«Franco aveva un vizio. Il vizio del gioco», racconterà Abbatino in Corte d’Assise. Infatti, Giuseppucci scommetteva regolarmente sui cavalli, sia agli ippodromi che alle sale corse. E anche se er Negro «pagava sempre puntualmente i propri debiti, quale ne fosse l’ammontare», capitò che una volta, agli inizi di quel settembre dell’80, Giuseppucci aveva perso 30 milioni e per mancanza di liquidi non era riuscito a saldare il conto. «Ma aveva intenzione di pagare e non aveva difficoltà a pagare», spiegherà ancora Abbatino.

Le tre citazioni sono tratte da verbali di interrogatorio, la prima in un’udienza del 1996, le altre due in interrogatori all’epoca del pentimento, nell’autunno del 1992. Le riporta Angelo Camuso nel capitolo sull’omicidio del “Negro”, nel suo bel libro sulla storia della Banda della Magliana, “Mai ci fu pietà”.

Venticinque anni dopo sull’onda del successo della saga di “Romanzo Criminale” Crispino, ormai identificandosi nel “Freddo”, decide di affidare le sue memorie a Raffaella Fanelli. Ma le racconta tutta un’altra storia. Che ricalca il plot complottista della fiction, in cui è il killer fascista, coinvolto nella strage di Bologna, a uccidere il boss.

«Franco era l’unico testimone di importanti rapporti. L’unico a conoscere i mandanti di omicidi commissionati alla banda. Incluso quello di Mino Pecorelli. Franco sapeva tanto. Troppo. Anche del sequestro Moro. Il suo è stato un omicidio strano. Che i Pesciaroli non avrebbero mai commesso se non su richiesta. E altrettanto strana, due anni dopo, è stata la morte di Danilo Abbruciati. Franco e Danilo avrebbero potuto fare nomi e rivelare scomode verità.»

La ricostruzione della Camuso

Annientarli. Ucciderli tutti. Comprese le mogli e i loro bambini, se capitava. O anche uno a caso dei loro amici. Un mucchio di cadaveri da utilizzare a testimoni della punizione esemplare. Maledetti pesciaroli. Erano stati loro a uccidere er Negro. Povero Giuseppucci. Il più intelligente. Il mito. Il padre giusto e severo dei suoi figli maledetti.
Ne erano sicuri, ormai, gli altri capi della banda: chi aveva osato sparare al Negro erano loro, i fratelli Proietti, quelli del grosso banco di pesce al mercato rionale di piazza San Giovanni di Dio, quartiere Monteverde.

L’odio dei pesciaroli

Di giorno aiutavano il padre pesciarolo. Di notte bazzicavano le bische e gli ippodromi e avevano messo su un bel gruppetto per il controllo del racket delle scommesse clandestine. Er Negro, però, anche grazie all’omicidio di Franchino er Criminale, che scomparendo gli aveva lasciato la «piazza», da qualche tempo li aveva relegati in un angolo: un ruolo secondario che all’inizio i Proietti, in passato legati proprio al Criminale, avevano finto di accettare. Fino a quando non ebbero il pretesto per ribellarsi.

Il pretesto della vendetta

Fu er Negro a trovarsela, quella scusa per morire ammazzato. Rimase vittima dell’orgoglio e della sua presunzione di onnipotenza. Gli spararono a Trastevere, in piazza San Cosimato, quando era appena salito in macchina all’uscita di un bar dove si giocava a carte. Era il 13 settembre, di sabato sera, anno 1980. I killer, scesi da una moto Honda, erano due, uno armato di pistola e uno di fucile a canne mozze, ma Giuseppucci morì in sala operatoria per un solo colpo di revolver che lo raggiunse al torace, perché il fucile si inceppò e lui non diede tempo ai suoi sicari di sparare ancora.

Innescò la retromarcia e riuscì persino a guidare per poche decine di metri, fino all’ospedale Nuovo Regina Margherita da cui si accedeva sulla stessa piazza. Per non farsi riconoscere, i due assassini indossavano parrucche bionde e gli «amici» del Negro in quel momento in strada, come pure il fratello di Giuseppucci, Augusto, anche lui a San Cosimato quella sera, non riuscirono a farsi un’idea seppur vaga sulla loro identità.

Una rapida controinchiesta

La banda, però, si mise a indagare nell’ambiente delle bische e scoprì che tra i Proietti e il Negro, di recente, sopra ai vecchi contrasti per ragioni di interesse era stato versato altro veleno. Ma fu la polizia, questa volta, ad arrivare per prima. I fratelli Fernando e Maurizio Proietti, due degli undici figli del pesciarolo, vennero arrestati di lì a meno di due ore: il giorno dopo l’agguato, in un garage di Fernando, furono ritrovate pure la moto Honda e una parrucca bionda, insieme a proiettili, passamontagna e pistole.

«Franco aveva un vizio. Il vizio del gioco», racconterà Abbatino in Corte d’Assise. Infatti, Giuseppucci scommetteva regolarmente sui cavalli, sia agli ippodromi che alle sale corse. E anche se er Negro «pagava sempre puntualmente i propri debiti, quale ne fosse l’ammontare», capitò che una volta, agli inizi di quel settembre dell’80, Giuseppucci aveva perso 30 milioni e per mancanza di liquidi non era riuscito a saldare il conto. «Ma aveva intenzione di pagare e non aveva difficoltà a pagare», spiegherà ancora Abbatino.

La lite al bar dell’Eur

La sera successiva, però, al bar Fermi, si presentò dal Negro Fernando Proietti con una brutta faccia, pretendendo il denaro. Giuseppucci se ne ebbe a male e s’impuntò, si rifiutò di pagare, dicendo peraltro a Fernando Proietti che lui e i suoi fratelli non gli facevano affatto paura. Passarono un paio di settimane. Ci fu l’agguato di piazza San Cosimato. E i poliziotti della squadra mobile, col fiuto giusto, quella sera stessa andarono a farsi un giro all’ippodromo vestiti in borghese, per tentare di capirci qualcosa.

Erano le 22:30 circa. Franco Giuseppucci era morto sotto i ferri alle 20. Il brigadiere in missione a Tor di Valle non fece a meno di notare uno dei fratelli pesciaroli, Fernando Proietti, che si aggirava tra la folla con fare sospetto. Classe 1936, con precedenti per furti aggravati e ricettazione, lesioni e favoreggiamento personale nonché lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, già sorvegliato speciale, Fernando Proietti detto il pugile attirò l’attenzione del brigadiere e dei due agenti che erano con lui quando a un certo punto, dopo alcuni giri a vuoto nella sala corse, si soffermò esattamente nel punto dove di solito sostava la «paranza», per dirla in romanesco, ovvero il gruppo, che faceva capo a Franco Giuseppucci: allibratori, strozzini, malavitosi vari che gestivano il racket delle corse truccate.

La caccia all’uomo all’ippodromo

«Quella persona non c’è», disse Fernando Proietti a un altro che lo stava aspettando fuori in macchina, una Giulietta, ferma con il motore acceso davanti all’uscita secondaria dell’ippodromo. Il pugile, dopo aver atteso per un po’, aveva appena lasciato la sala corse attraverso la porta riservata ai fantini e questo suo comportamento – e ancor più la Giulietta stranamente in attesa con il motore acceso – fece ritenere ai suoi segugi che era arrivato il momento di intervenire.

La polizia intimò l’alt. E quello che guidava la Giulietta mise mano alla cintola dei pantaloni. Era il ventottenne Maurizio Proietti, detto il pescetto, fratello minore di Fernando e in tasca aveva una pistola automatica, con il colpo in canna. I poliziotti furono più veloci di lui, lo immobilizzarono. Un altro colpo in canna ce l’aveva l’arma trovata indosso al pugile Fernando. Anche il pescetto Maurizio aveva la sua sfilza di precedenti penali: furti, tentata rapina, minacce aggravate.

Dopo l’agguato al Negro, senza perdere tempo, i due fratelli si erano precipitati all’ippodromo per completare l’opera: volevano ammazzare quello che faceva il braccio destro di Giuseppucci alle sale corse, Mimmo Zumpano, che però quella sera a Tor di Valle non si fece vedere.

Per approfondire


Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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