Oreste Scalzone: dal sogno dell’89 alla catastrofe dell’intellighentsia di sinistra

Nel mio piccolo, vorrei ricordare il poster che nell’89 – dopo Tienanmen e la caduta del Muro – chiedemmo a Mario Schifano di illustrare (e lo fece, con una bellissima faccia di Marx che era confusa con la cartografia di un globo terracqueo). Lo slogan stampigliato sopra era: «Marx 1989, finalmente libero!». Certo che la previsione era sognante e quella riapertura che ci sembrava di intravedere e speravamo non si è prodotta. Ma come arrivare a dire che la partita sia chiusa? Non è forse idea da «fine della Storia» alla Fukujama? Il comunismo non l’ha inventato nessuno, è una virtualità, che c’è, come la potenza di vita. Non è un articolo di fede, una giaculatoria. Ma forse il comunismo potrà riemergere solo quando, e se il suo “doppio” mostruosamente contraffatto avrà finito di esser dimenticato per sempre.

Una nuova rubrica: il cascione

Così Oreste Scalzone, concludeva sulle colonne dell’Altro, il suo ricordo del ventennale della rivolta cinese e della Caduta del Muro. Quel manifesto ce l’ho da qualche parte. Uscì come giornale murale, a due facciate, uno dei due numeri di Iris, foglio di liberazione, io direttore responsabile, Oreste direttore d’orchestra e capocantiere. Quello che pubblico a seguire è uno scritto d’occasione dei primi anni Novanta che parte da una riflessione sulla caduta del Muro e fa i conti con il ceto politico della . Si inaugura così la nuova rubrica: il Cascione, cose ritrovate tra vecchie carpette, hard disk risuscitati e messaggi nelle bottiglie restituite dalle tempeste di internet… Un bellissimo testo ancora profondamente attuale.

La notte del Muro si compiva la mia rivoluzione

La primavera della Tien An Men, lo sterminato ‘remake’ delle fragole e sangue, sangue che esce dallo schermo e scivola vischioso fino agli spettatori, schizzandogli le scarpe (“ma vedi il fango che ci sta alle spalle, e i bambini che piangono…”), poi la bella estate dell’ottantanove, la linea di fuga, fuga senza fine di genti dell’Est che ha trasformato la Cortina e il Muro in cancelli nel mare, fino alla notte delle brecce nella muraglia e degli abbracci al Check Point Charlie mentre i Vopos sembravano paralizzati da un’incantesimo e una ragnatela di fili d’acciaio si sfarinava d’un colpo come d’improvviso svuotata.

Così, per coincidenza, la notte del Muro si compiva la mia “rivoluzione” personale, nel senso ellittico dell’astronomia, si chiudeva il cerchio di uno che era entrato nell’ambigua epopea del comunismo storico sull’onda del rumore degli spari della polizia di Tambroni, e subito dopo si era trovato a voler spiegare ai suoi compagni di classe il plusvalore, l’Ottobre e il Muro. Vennero anni di volantini a vecchia classe operaia d’altoforno che otto volte su dieci chiedeva se fossero soldi, e raccomandava di lasciarla dormire, e chiamarla quando si fosse fatto sul serio, quando gli Sten dei partigiani avessero ripreso a cantare.

Il treno dei desideri e la curva di Lenin

L’uscita per amore di Ingrao, il pellegrinaggio tra canzoni di Joan Baez, facoltà occupate e uova marce e sassi alle ambasciate, la resistenza a sirene sinocratiche e versetti maoisti. Poi, nel ’68 ritrovarsi “the Voice”, soprattutto per un regalo di squadristi almirantiani: due vertebre rotte e gli onori della clinica e della prima pagina dell’Unità.

E il tempo libero per salire sul treno del desiderio ed arrivare in una Parigi in cui si girava uno splendido ‘remake’ di John Reed con la colonna sonora della Varsovienne e il piccolo dettaglio di aver dimenticato la pellicola a casa.

La misteriosa curva della retta di Lenin che arrivava dritta sino a Mirafiori si svelò nel viaggio di ritorno, in ritardo come spesso accade ai provinciali, e fu subito salario/orario, lotta contro il lavoro, la Fiat come ‘punto medio’ tra Putilov, Csepel e domani Detroit.

La curva della traiettoria dentro la rivolta operaia indipendente del ‘Vogliamo tutto e subito’ approdò, nell’autunno caldo a Milano, all’idea che, per una concentrazione straordinaria di particolarità, l’intreccio denso di contraddizioni potesse fare dell’Italia un laboratorio dove la virulenza sovversiva della ‘jacquerie’ potesse essere rovesciata contro i moderni “kombinat” dell’impresa multinazionale, e contro i fili d’acciaio del dominio del capitale multinazionale, padrone del tempo e signore di un’immensa città fabbrica dove tutto il tempo di tutti gli esseri umani, la loro energia vitale, la forza muscolare e nervosa, la capacità creativa, l’intero “territorio dell’uomo” fino ai sogni e ai desideri, sarebbe stato aspirato nell’immenso dispositivo produttivo di una sterminata macchineria mondiale.

L’idea – forza era che là, nel cuore delle metropoli, a Detroit come a Torino, lo sviluppo della potenza combinata del lavoro sociale e il grado di “operaizzazione” della società tutta fosse giunto a un grado tale per cui non più di un foglio di carta velina ci separasse dal comunismo. Scrivemmo che il comunismo era attuale nelle metropoli del mondo e non nelle sterminate campagne del “Terzo Mondo”, per le quali non ci sarebbe stato riscatto se la rivoluzione non fosse cominciata di qui.

Quel comunismo a portata di mano

Fossimo nati in una delle immense periferie del mondo, la voglia di protagonismo rivoluzionario e di menar le mani per “qualcosa che valga” ci avrebbe – forse – spinto a costruire una teoria contraria, ma esser cresciuti in quegli anni in Italia ci sembrava una grazia. Alla possibilità di sentire il comunismo a portata di mano, un comunismo di cui era pregna – senza saperlo – quell’America che Ginsberg sentiva tossire tutta la notte sotto le sue lenzuola e che non lo lasciava dormire, si aggiungeva l’occasione di unire alla condizione “americana” per cui la classe operaia era socialmente più forte, alcuni tratti da “anello debole”: l’inadeguatezza “arretrata” del regime politico e una massa operaia non ancora sussunta nei meccanismi della sindacalizzazione e della rappresentanza, non ancora strutturata come grande ‘lobby’ riformista.

Operai, ma con la memoria dell’occupazione delle terre, l’odio per la divisa dei carabinieri l’estraneità alla modernità alienata della metropoli e lo spontaneo illegalitarismo degli immigrati, “arabi a Torino” senza il ricatto dell’espulsione, la barriera della lingua che impedisce di cospirare col vicino alla catena di montaggio, senza la paura negli occhi delle “notti blu” e lo spettro del viaggio di ritorno, col “buon diritto” di essere formalmente cittadini, formalmente soggetti di diritto uguale, “italiani” per l’anagrafe quanto Giovanni Agnelli, e detentori – malgrado tutto – della possibilità di scegliere se e chi votare.

Una generazione senza fari

Nelle Piazze Rosse o Celesti non vedemmo mai alcun faro, perché pensavamo che l’abiura del comunismo secondo Marx fosse cominciata con i primi passi della fondazione dello Stato sovietico, la costituzione di quel regime coincidendo evidentemente con il ripudio del comunismo giudicato dai costituenti obiettivo storicamente inattuale.

Il nostro grado di identificazione con quei regimi e tutte le loro filiazioni era nullo. Dieci anni prima che le sinistre vecchie e nuove, riformiste e rivoluzionarie, scoprissero l’uomo di marmo, in occasione delle rivolte di Danzica e Ursus contro Gomulka (nella foto), titolammo il numero di Potere Operaio “Insurrezione comunista degli operai in Polonia”, prendendoci l’accusa di provocatori anticomunisti e gli assalti a sprangate degli squadristi rossi (significativamente capitanati da Capanna e Cafiero, e da traumatologhi stalinisti oggi “strizzacervelli” craxiani), che avanzavano a ranghi serrati al grido di ‘Stalin, Beria, GPU…’

Eravamo allora antistalinisti e anticarristi unicamente per operaismo, per rifiuto della transizione e del socialismo di Stato in nome della maturità del comunismo. Eravamo meno attenti all’irriducibilità della persona , alla questione delle regole.

Tanto santi da poterci carico dell’abiezione necessaria

La coppia “schmittiana” dell’ amico/nemico era costitutiva della nostra inimicizia assoluta. Partecipavamo all’idea che il compito di “realizzare la libertà comunista”, la libertà reale interdicesse lo star là a civettare coi lacci e lacciuoli delle garanzie, impregnati come eravamo della cultura dell’ emergenzialismo rivoluzionario, variante emancipativa della vecchia dottrina secondo la quale la necessità fonda la legittimità.

Partecipavamo anche noi, pur essendoci estranea, all’altra idea, del “peggiorismo rivoluzionario”, così diffusa nel movimento, a quel tentativo di ‘quadratura del cerchio’, di gestione del rompicapo giacobino e hegeliano della dittatura della libertà e della inevitabile fondazione di ogni rottura emancipatrice sul terrore.

Era anche nostro l’alibi brechtiano – e per altri versi di Sartre, Malraux, di Durrenmatt – della necessità di essere cattivi per essere buoni. In fondo all’animo eravamo convinti di avere l’eroismo e la santità necessari all’abiezione di farsi repressori in nome del bene degli altri, anche contro la loro volontà, per costringerli alla virtù e alla libertà.

Da Camus ad Hegel tra peccati ed erranza

Pensavamo – con Camus – che gli unici peccati sono d’omissione. L’astensionismo delle “anime belle” non costituiva una risposta; perché la passività complice può produrre altrettanto guasto, altrettanto ‘male di vivere’ dell’interventismo. D’altra parte, questo paradosso non ha segnato solo la straordinaria epopea di eroismi e abiezioni del movimento comunista storico ma distingue antropologicamente il “comunista”, al tempo stesso sovversivo e uomo d’ordine.

Non occorre andare indietro ai grandi massacri salvifici o ai processi del Grande Inquisitore, che si appoggiavano sul fulcro esterno di una metafisica ragione superiore e di un Disegno imperscrutabile: massacrare i corpi per salvare le anime. Non senza focalizzarsi solo sullo sterminio modernista e industrialista di Stalin o fare un travelling in avanti fino al genocidio bucolico-ecologistico dei Khmer rossi. Basta pensare allo smarrimento di Hegel di fronte alla provocazione intellettuale rappresentata dall’invocazione delle catene da parte degli spagnoli invasi dalle “armate della libertà”.

In pochi ci siamo salvati dal destino di tanta parte dell’intellighentzia di sinistra: un destino di erranza fra diversi e opposti servilismi. E tra i pochi la nostra singolarità è il continuo tentativo di parlare -“in terra infedelium”. E chi frequenta la “terra del rimorso” e del pentimento, è pronto ad andare a Canossa rispetto ai vincitori dell’oggi, non sopporta di ammettere il “torto” rispetto ad altri, che avevano combattuto i potenti e i forti in modo diverso, e per questo erano stati sconfessati da chi si era accaparrato in regime di monopolio il potere di decidere sulla Norma della rivoluzione.

Ma non possiamo pentirci dei loro errori e peccati

Non pretendiamo che il più “rinnegato” o ravveduto riconosca non già la ragione, ma quantomeno uno straccio di legittimità a chi esprime un approccio diverso che mantiene
autonomia e antagonismo nei confronti del potere costituito. Questo sarebbe troppo lesivo della narcisistica convinzione di esser stato “il migliore di quelli che hanno avuto torto”, e troppo suscettibile di attentare al suo interesse di dimostrare che se lui rinuncia non c’è altro da fare pretendendo di incassare così il salario del servilismo senza pagare lo scotto della vergogna.

Vogliono che noi ci pentiamo di ciò che loro hanno ensato e in nome del quale ci hanno mazziato, calunniato e preteso di cancellare. Con la protervia svergognata di chi alla violenza morale del “fate il gioco del nemico” fondato sulla legittimità dei piani quinquennali sostituisce quella di attribuire la colpa di allinearsi alla direzione dei tempi ad antistalinisti da sempre. Della stessa razza dello spirito la variante terzaforzista di chi – a mezzo tra i due esiti – scopre oggi l’altro comunismo ma pretende di averlo inventato lui e di detenerlo in regime di monopolio.

L’estasi elitaria di certi nostri compagni

Un riflesso di ciò c’è anche nella variante più intellettuale di tanti nostri fratelli – situazionisti, consiliaristi, bordighisti, con sofisticate ascendenze francofortesi che riconoscono in Potere Operaio un fratello nobile e scialacquone, che ha fatto concessioni troppe per loro, poche per tutta la sinistra extraparlamentare – al fondo generale dell’immaginario maoista e marxista-leninista del movimento. Così oggi pensano che facciamo concessione a teorie e mode verdi-alternative, postmoderne, deleuziane-guattariste e perfino al paradosso forte di “Laboratorio politico”).

Loro, secondo noi, hanno rovesciato il dolore dell’esclusione in estasi dell’elitarismo, il ghetto in torre d’avorio fino al rischio della trappola del piacere della radicalità fino al gusto dello stile. Mente chiara ma un certo dandismo, sterilità sprezzante, giungendo per paradosso a dogmatismi che – passando per l’opposto – possono far cadere nei peggiori teoremi del pensiero poliziesco della Storia, variante intellettuale peggiorista dello Stalinismo.

Diversi sono stati gli elementi che hanno “salvato” alcune minoranze dall’essere intellettualmente complici di tanti disastri e crimini delle rivoluzioni realizzate per decreto.

A noi ci ha salvati il rifiuto del lavoro

Nel nostro caso, l’antidoto è stata la “discriminante” del rifiuto del lavoro e dell’attualità del comunismo, con la forte inibizione anche solo ad aderire a regimi che erano comunque segnati dalla permanenza del rapporto di capitale e dal “lavorismo”.
Certo, camminando sul filo di un sottile crinale tra l’internità alla tradizione comunista e la critica ultraradicale e libertaria, arrivammo anche noi al rompicapo. Alcuni di noi fino al passaggio all’atto della scelta delle armi, della critica delle armi. Sappiamo benissimo come questa esperienza sia stata prevalentemente contrassegnata da un tentativo di ricondurre a una logica “di movimento” quella che si presentava come una tendenza sociale, culturale ed ideologica fortissima. Con buona pace delle tante anime belle e pensose che non si riconoscono come cattivi maestri per aver ricevuto acriticamente e rilanciato il peggio della tradizione della variante “volontarista” e “comunista” del Movimento Operaio.

Quanto agli altri è impressionante la capacità di rimozione che rivelano tante “anime belle” compiaciute dell’eresia. Oggi in buona fede reinventano la loro storia, come se avessero attraversato levigati e soavi decenni di ‘sangre y mierda’, come se davvero non avessero il problema di spiegare , innanzitutto a se stessi, l’immane catastrofe e si dedicano semplicemente a coltivare il culto della propria incontaminata innocenza.

I voltagabbana e la sindrome di Pasquale figlio di un cane

Il fatto è che alcuni si pentono, si rinnegano salvo ripresentarsi più spavaldi e arroganti che mai, con le loro nuove certezze in similoro, e qualche sbrillocco in più perché i nuovi padroni pagano meglio; altri si sentono indenni, innocenti… Sembrano il Totò che prende gli schiaffi da uno che lo insulta chiamandolo Pasquale e lui se la ride pensando “Voglio vedere questo cretino dove vuole arrivare, tanto io mica mi chiamo Pasquale”.

Strano “destino” la parabola dell’ intellighentzia di sinistra: una traiettoria che si è caratterizzata dapprima per la sistematica complicità con tutti i “cekismi” per poi divergere secondo la miserabile alternativa tra il comportarsi come tossicodipendenti da alienazione geo-politica, pronti a lanciarsi nella frenetica ricerca della prima dose di “carrismo” disponibile -anche se tagliato sempre peggio- o reagire allo stato confusionale ‘derivando’ dal disincanto al cinismo, approdando al rinnegamento e al pentimento, senza mai rimettere in discussione modelli mentali e comportamenti ma semplicemente mettendoli al servizio di nuovi dogmi.

Gli spretati e la fine della storia

Così tanti son passati “freschi come una rosa” da un “comunismo” alla “buio a mezzogiorno” a un’anticomunismo maccartista, dal mito stakanovista e zdanovista dei bicipiti proletari e della tuta blu alla negazione dell’esistenza dello sfruttamento per la manifesta incapacità di riconoscere sotto altre fattezze uno sfruttato.

Questi spretati della cultura subalterna del Canone del socialismo scientifico, a cui i norcini e imbalsamatori della socialdemocrazia tedesca avevano ridotto il pensiero critico più radicale e libertario dell’occidente – ergendosene a esecutori testamentari e a casta di sacerdoti – sono passati dai filosofemi tra fine della preistoria e fine della storia del Marx più influenzato da Hegel al dozzinale paralogismo del signor Fukuyama spazzato via dall’orizzonte livido e catastrofico di questo fine-secolo dalla forza degli eventi, nello spazio del mattino, dopo aver avuto il tempo di rivelarsi per l’ideologia di legittimazione di uno Stato Mondiale che nasce dalla rottura dell’ordine bipolare di Yalta.

Questa strana terza guerra mondiale

Questa rottura si è manifestata, in prima istanza, in una strana terza guerra mondiale, mondiale per la composizione delle Coalizioni, per le legittimità rispettivamente invocate (l’ operazione di polizia delle Nazioni Unite contro un regime ‘al bando’ della comunità internazionale da una parte, la rappresentanza della rivolta della nazione araba, e più in generale dei popoli del Sud, all’altra parte), anche se combattuta su un teatro ‘regionale’. E il terzo dopoguerra si presenta dominato da una tendenza e da una pulsione. La tendenza è quella al nuovo ordine mondiale, del costituirsi di uno Stato planetario che, come tutti gli Stati, nasce dalla guerra, chiama diritto la forza, e attribuisce ad un inesistente contratto il rapporto di forza.

Il totalitarismo del nuovo villaggio globale

Questo modello normativo di democrazia planetaria di cui l’Assemblea dell’ ONU prefigurerebbe il Parlamento, il Consiglio di Sicurezza l’Esecutivo, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale e il Vertice dei “Sette” il super-ministero economico, svela la verità del “migliore dei mondi possibili” che si prepara come fine della storia: un “totalitarismo” ancora mai visto sulla faccia della terra, la vita della specie compressa dentro una immensa giornata lavorativa mondiale, regolata negli spazi di “tempo libero” dal gigantesco panottico del “villaggio globale”, con gli esseri umani che comunicano con i linguaggi universali del denaro, dei ‘bit’ d’informazione e delle schede elettorali. Il definitivo dominio del quantitativo, del seriale, del ‘computo’. La pulsione è quella del convulso scatenarsi di una microfisica della guerra.


La storia del dibattito in occasione della guerra del Golfo su interventismo o pacifismo, ha costituito un rivelatore straordinario. Con pervicace ‘continuismo’ l’intellighentzia – un tempo unita nel gruppone nazional-popolare e post-resistenziale – si è divisa, accapigliandosi, in due schiere, i cui dispositivi intellettuali rivelano l’omologia della matrice. Alcuni hanno teorizzato la guerra giusta, con un servilismo ignoto persino a Malaparte, pronti a mandare i ragazzi a morire, in nome di una miserabile mistificazione contrattualista che copriva il rapporto di forza del nuovo ordine mondiale con la bandiera dell’ONU.

Una “camera delle Corporazioni” in cui sono esclusivamente rappresentate quelle concentrazioni di genocidio e deportazione che sono le forme-Stato; dimentichi del fatto
che l’Esecutivo registra un rapporto geopolitico talmente autoritario e arbitrario, che perfino i due Paesi economicamente più dinamici del mondo, le “locomotive” tedesca e giapponese ne sono esclusi. Una macchina che crea delle “mine vaganti” costruendo dei “mastini” da guardia regionali, incroci mostruosi tra dispotismo tradizionale – ‘meno’ il requisito della prossimità e ‘più’ le protesi dell’artifizio – petrodollari nelle banche svizzere, televisione ed Exocet, e poi sulla necessità di annientarli costruisce il precedente di una legittimazione di operazioni di polizia e
di tribunali planetari.

La terribile protervia dei voltagabbana

I trombettieri che nel 1989 intonavano peana alle “magnifiche sorti e progressive” della società civile mondiale della libertà & del mercato, e guardavano con il ribrezzo degno di uno scarafaggio chiunque si permettesse di parlare di conflitto, nel 1990 hanno aggredito quanti osassero mettere in dubbio l’inevitabilità della guerra riesumando gli stessi termini usati contro chi si permetteva di rompere lo smalto della pace sociale con l’atto criminale di spaccare una vetrina.

Dall’altro lato, altri si dedicano alla ritorsione caricaturale degli anatemi dei primi con lo stesso grado di mistificazione e di gagliofferia. Appellandosi agli stessi valori e “principi” ma reclamandone un uso rovesciato, avendo la velleitaria pretesa di piegarli al proprio ‘particulare’ (che in questo caso non ha la forza dell’interesse, ma l’aspetto di chiacchiera
dell’ideologia).

Cosicché, alle economie politiche dei “padroni del mondo” (quella che si esercita sulla materia “produttiva-mercantile-finanziaria”, come quella che si esercita sul terreno delle relazioni di potere e della volontà di dominio ) oppongono il surrogato “plebeo” e debole di un mercato povero dei buoni sentimenti pelosi, delle idee balbettate e incongrue; alla grande corruzione intellettuale dei maestri della mistificazione la copia caricaturale di piccole porcheriole che non hanno la forza per farsi valere; alla “produttività criminale” dei veri contendenti il demone meschino della loro impotente gagliofferia. Anche solo mantenendoci al livello degli enunciati, ci troviamo di fronte ad un quadro desolante: l’impianto intellettuale si rivela sempre più povero, subalterno, fondato sull’equivoco.

Il pacifismo e il disastro del logos della sinistra

Il pacifismo è un bell’esempio dell’implosione del logos della sinistra, rivoluzionaria o riformista, progressista o bucolica. I ciarlatani che devono vendere al mercato della rappresentanza e della rappresentazione; i narcisi moralisti che devono poter sentirsi rispondere dallo specchio delle brame che sono i più belli del reame; le anime belle che hanno bisogno di addormentarsi in pace, con la coscienza di aver fatto la buona azione del giorno. Per la giusta causa del momento.

Hanno bisogno di cercare il pelo nell’uovo degli altri, di condannarli, di attribuire loro maligne intenzioni, facendo l’agiografia di se stessi. Se è il caso in chiave vittimistica, rovesciando la sicumera dei vincitori in elegia dei perdenti, la ragionevolezza implacabile dei sicuri di sé nella passionalità revanchista dell’autocommiserazione irrazionalistica. Non avendo più dalla loro la forza o il senso della storia o il domani invocano il monopolio del bene e del giusto. I rivoluzionari, i sovversivi preferiscono ragionare sulle proprie deficienze piuttosto che imprecare contro il destino, gli usurpatori, il Dio maligno. Non c’è peggior nemico di se stessi.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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