L’altro 16 marzo: Oreste Scalzone ferito alla Sapienza

La giornata della battaglia intorno a Giurisprudenza non doveva essere, nelle nostre previsioni, una giornata di scontri, ma un momento di crescita e di espansione orizzontale del movimento. Avevamo convocato a Roma un’assemblea nazionale degli studenti in lotta.

Nella notte c’era stato un tentativo d’incendio nella facoltà di Giurisprudenza, occupata da Primula Goliardica, gruppo pacciardiano di estrema destra. Uscii di casa la mattina presto, con la Vespa che avevo comprato per 15 mila lire dal compagno Girolami, valdese e psiuppino, e passai alla stazione a prendere Lucia che arrivava da Terni, per andare assieme all’Università.

Entriamo alla Sapienza, e arrivati sotto la facoltà di Lettere, che era il nostro luogo tribunizio naturale, il parlamentino del movimento, vediamo una situazione sconcertante: gente ferita, animazione, agitazione. I compagni ci spiegano in fretta che c’è stata una sortita di tipo militare da Giurisprudenza. Nella facoltà occupata dai nazimaoisti e da quelli di Primula, c’era stata una spaccatura tra simpatizzanti e avversari del movimento, avevano preso la situazione in mano i mazzieri del Msi, che avevano fatto venire gente da tutta Italia per portare un attacco frontale ai rossi delle occupazioni.

Nel coacervo confuso del primo gruppo c’erano probabilmente dei movimentisti sinceri, degli anarchici di destra. Infatti, quando i missini partirono all’assalto della scalinata di Lettere – quella stessa dove due anni prima era stato assassinato Paolo Rossi – c’erano anche alcuni fascisti a respingerli. A Fisica, intanto i compagni di Medicina organizzavano l’infermeria per i feriti. A questo punto io andai di corsa verso Giurisprudenza, dov’era schierata la polizia. La capitanava il commissario Mazzatosta, responsabile dell’ordine pubblico nell’Università.

Il clima è convulso, concitato. Vedo Piperno che megafona sulle scale del rettorato. Gli studenti medi e delle altre città non capiscono bene cosa accade e cosa fare. Vado ad apostrofare direttamente il commissario: “Se non sgomberate la facoltà entro 5 minuti, lo facciamo noi!”. Prendo un megafono e comincio a urlare agli occupanti: “avete aggredito il movimento, uscite! Entro 5 minuti entriamo”.

Convulsamente e senza che ci fosse un buon coordinamento tra noi, quel primo embrione di servizio d’ordine che si era cominciato a strutturare dopo Valle Giulia (erano decine di compagni che per la prima volta quel giorno avevano adottato i caschetti tipo Montedison) prende e parte. La polizia resta ferma e il servizio d’ordine corre per la scalinata davanti all’ingresso della facoltà. Cominciamo a cercare di sfondare i cancelli, che sono chiusi e barricati con catene e lucchetti. Dietro le porte a vetri, però, sono affastellati decine e decine di banchi (quando la polizia, più tardi, entrerà, solo per rimuovere questo sbarramento ci metterà mezz’ora).

L’impresa è disperata: mentre il servizio d’ordine tenta di sfondare con le aste delle bandiere, da dentro sono tirati colpi di fionda contro le vetrate, e le schegge cominciano a tagliare la faccia ad alcuni compagni. Ricordo Daniele Marfori, Jaroslav Novak, Libero Maesano feriti. Vedo nella mischia l’impermeabile verde di Roberto Gabriele. Io vado con il servizio d’ordine anche se non ho il caschetto. Sto in mezzo alla mischia con il mio inutile megafono.

Continua il lancio dall’alto di tutti i mezzi contundenti possibili: sedie, banchi, macchine da scrivere. La polizia non interviene. Dalla facoltà tirano un fumogeno che crea il panico generale. La massa degli studenti indietreggia, si disperde sotto gli alberi, nei vialetti davanti a Fisica. Vedo il basco rosso di Lucia e le urlo di andare indietro. Comportamento non proprio femminista.

Resta una zona controllata dalla polizia, poi una zona di terra di nessuno, e noi a spaccarci le mani contro le vetrate, contro i cancelli della facoltà nel tentativo di sfondare, una situazione drammatica. Da dentro vengono lanci di bulloni, schegge di vetro, e, se solo si indietreggia un po’ uscendo dal riparo della pensilina che copre la porta, si è esposti al lancio degli oggetti dall’alto.

Faccio la spola con il megafono tra la massa degli studenti e il servizio d’ordine. Quando sembra che il cancello stia cedendo, sempre con il megafono scendo di corsa la scalinata e vado ad arringare gli studenti: “Stiamo sfondando, fate forza, venite anche voi che riusciamo ad entrare”. Poi di corsa, zigzagando come se ci fosse una sparatoria, riattraverso il viale difronte alla facoltà, raccolgo una sedia per terra, la tengo alta sopra la testa e risalgo la scalinata continuando a urlare incitamenti a quelli che dovevano venire.

In quel momento sento come una tremenda legnata, mi sento proprio completamente rotto, ma senza dolore, e cado a terra. Ho visto poi molte volte il film di questa scena, che è passato anche recentemente in televisione. Si nota una panca enorme che mi cade addosso, colpendo obliquamente la sedia con cui mi copro. Fortunatamente la panca non mi è venuta addosso direttamente. Mi avrebbe spaccato in due. C’è stato invece l’effetto di un’insaccata. La botta mi ha provocato lo schiacciamento di due vertebre, settima e ottava dorsale.

Ho un ricordo molto confuso di quei momenti. C’è una foto che mia madre aveva e che io ho perso, in cui si vede che vengo portato via da alcuni compagni (tra cui credo ci fossero Roberto Massari e Victor Cavallo): non sono rimasto paralizzato per miracolo. Quando uno è ferito alla colonna vertebrale bisogna che sia steso su un piano rigido; poiché continuavano a piovere oggetti dovettero prendermi invece alla svelta, per i polsi e per le caviglie.

Mentre mi portavano via mi cadde accanto una macchina da scrivere a pochi centimetri dalla testa. Ricordo di essere stato infilato in una macchina, ricordo Lucia che esce di corsa dalla facoltà di Fisica e sale vicino a me. Andiamo al Policlinico dove trovo alcuni degli altri compagni feriti.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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