Così per Lotta Continua Azione rivoluzionaria diventa fascista

Nella notte fra il 21 e il 22, scoppia una bomba al tritolo nel luogo in cui si doveva tenere una manifestazione unitaria contro il terrorismo. L’attentato viene rivendicato, con una telefonata all’ANSA, da Azione rivoluzionaria, che aveva già realizzato gli attacchi (una bomba alla Stampa, la gambizzazione di un cronista dell’Unità) alle origini della manifestazione al Palasport. Il questore Musumeci promette che sarà tentato tutto per sgominare il gruppo. Quasi contemporaneamente, sempre a Torino, viene appiccato un incendio alla FIAT Mirafiori. Viene rivendicato dal Nucleo operaio Tonino Miccichè, un compagno di L.C. ucciso tempo fa da una guardia notturna. Il quotidiano Lotta continua prende male quest’ultima cosa e trasforma Azione rivoluzionaria, la cui matrice anarchica e ultragauchista era evidente, in un’organizzazione fascista

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18-21 settembre 1975: la grande festa di Licola, un passaggio epocale

Finalmente una settimana di musica, politica e controcultura a ridosso del mare, nel canneto, ai limiti della spiaggia. La notizia stà circolando da settimane, nelle scuole, nelle piazze; il primo festival alternativo nel meridione di un certo spessore. La gente arriverà da tutto il paese.

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21 settembre 1979: PL attacca il comando d’impresa. Ucciso Carlo Ghiglieno

Andrea Tanturli lavora all’archivio di Stato di Firenze e ha pubblicato per Derive e Approdi “Prima Linea. L’altra lotta armata. (1974-1981)”. E’ lo sviluppo della sua tesi di Dottorato in Storia contemporanea, Curriculo Storia dei partiti e dei movimenti politici, discussa nell’anno accademico 2016-2017. In quel caso lo storico si era fermato al 1979. Estrapoliamo il capitolo sulla campagna contro il “comando d’impresa” che parte il 21 settembre 1979 con l’omicidio di un alto dirigente della Fiat, Carlo Ghiglieno. Un testo prezioso perché ricostruisce il contesto del conflitto in corso e l’analisi di Prima Linea sullo scenario.

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Rossana Rossanda e l’album di famiglia della compagneria

Ero adolescente quando, per la prima volta, vidi e ascoltai Rossana Rossanda.

Stavamo in un’assemblea dell’area del giornale e del gruppo politico denominato “Il Manifesto”, precisamente nel romano cinema Jolly a pochi passi dalla Stazione Tiburtina.

Può forse un grande partito come il Partito Comunista Italiano accusarci di metterlo in difficoltà con la nascita, alla sua sinistra, della nostra piccola organizzazione? Non credo sarebbe giusto affermarlo! Un elefante non può accusare un moscerino se non riesce a muoversi!

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Pensieri e parole in ricordo di Rossana Rossanda

Ora, ovviamente, ognuno ci restituisce il “suo” pezzo di Rossanda, quello più consono. Io, in uno sforzo di estrema sintesi, sono partito dall’ “album di famiglia” evocato da Frank Cimini e rilanciato da Dario Mariani. Chicco Galmozzi, nel ricordare la sua difficoltà a connettersi, al di là dell’empatia, con il lottarmatismo non brigatista, le riconosce il merito di aver denunciato in tempo reale il massacro di via Fracchia.
C’è pure chi, invece, con un sublime paradosso, da destra adotta la tecnica staliniana del cancellino: e così, nel coccodrillo pubblicato da Il Giornale, scompare tra i soci fondatori del Manifesto proprio Massimo Caprara, che di Montanelli fu strettissimo collaboratore e firma di punta.
Vediamo, quindi che ci restituisce il nostro algoritmo facebocchiano (ovviamente mantenendomi stretto sul mio giro di compagneria)

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Addio a Rossana Rossanda, quella dell’album di famiglia

Addio a Rossana Rossanda…. testa finissima grande personalità… non si può non dirle ancora grazie per aver urlato in faccia a quel partito di merda in pieno rapimento Moro che le Brigate Rosse erano parte integrante del movimento operaio… album di famiglia…. purtroppo altre cose degli anni ‘70 non le aveva capite e altre fece finta di non capirle… pazienza… ma oggi il giornale da lei fondato e dove io feci il praticantato per diventare giornalista scrive bufale dietrologiche e non pubblica le repliche di chi le contesta….. ciao Rossanda… abbiamo litigato anche in pubblico come quando da te arrivò indicazione di votare Toni Negri alla Camera e Pci al Senato… insieme carcerato e carceriere… Amen
Frank Cimini

19 settembre 1978: i fascisti sparano nel mucchio a Monteverde. Ferito Paolo Lanari

Volevano uccidere. Dopo una settimana, alla vigilia della riapertura delle scuole, punteggiata da una escalation di aggressioni, ieri i fascisti hanno sparato. Un compagno della FGCI, Paolo Lanari, di 21 anni è stato raggiunto da un proiettile alla base del collo. E’ in condizioni gravissime al San Camillo. A tarda sera è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico. I medici gli hanno estratto il proiettile, che non ha leso la colonna vertebrale.

Il criminale raid fascista è avvenuto ieri sera poco dopo le 20.30 di fronte alla sezione del PCI di Monteverde Nuovo, in via Tarquinio Vipera. Scarse e vaghe le testimonianze: la zona, residenziale, è illuminata solo da qualche lampione e a quell’ora i passanti sono pochi. Paolo Lanari, come sempre quando il lavoro e gli studi glielo permettevano, era passato in sezione. Si era fermato con altri due giovani compagni in strada, sui gradini di una piccola rampa di scale che conduca alla porta della sezione. In quel momento nella sede comunista c’erano poche persone.


I compagni erano a un incontro organizzato nella vicina sezione socialista. « Non ricordo neanche di cosa stavamo parlando — racconta Francesco Pasquale, anche lui della FGCI, che era vicino a Paolo Lanari al momento dell’aggressione — Non abbiamo sentito neanche un rumore che potesse farci intuire cosa stava accadendo. Solo tre colpi di arma da fuoco, secchi. E ho visto Paolo cadere a terra ».

I colpi sono partiti da dietro un palazzo, che fa angolo fra via Vipera e via Cerisi, a 10-15 metri dalla sezione. Ancora non si sa da quante persone sia stato composto il commando fascista. I compagni fuori della sezione non sono stati in grado di fornire alcun elemento. Fino ad ora gli investigatori hanno raccolto una sola, vaga testimonianza. Una signora, che si è affacciata alla finestra appena ha udito gli spari, ha visto allontanarsi in via Cerisi un ragazzo con un ciclomotore.
Le condizioni di Paolo Lanari sono apparse subito gravi. Senza perdere tempo i compagni usciti dalla sezione lo hanno caricato su un auto e accompagnato al pronto soccorso. Qui. dopo un primo esame clinico, è stato sottoposto a un intervento chirurgico. L’intervento si è concluso a tarda sera.

Gli unici elementi in mano agli investigatori, oltre al racconto della donna, sono solo i tre bossoli trovati a terra, e un proiettile che ha forato una gomma di una Mini Minor parcheggiata poco distante dalla sezione. Niente altro. Il segno che i fascisti avevano organizzato nei minimi particolari l’aggressione. fidando nell’oscurità nella zona. Né ci sono dubbi che abbiano sparato con freddezza, per uccidere, per alimentare quella stessa spirale di violenza che lo scorso anno, portò all’assassinio di Walter Rossi.

Paolo Lanari non è molto conosciuto nel quartiere. Orfano della madre è stato costretto a trasferirsi a casa della zia. Per continuare gli studi nella facoltà di Economia e Commercio, dove è iscritto, ha dovuto anche trovarsi un pasto, in una ditta di spedizioni. «Il lavoro, lo studio e probabilmente una difficile condizione familiare – continua Francesco Pasquale — non gli permetteva di svolgere, come voleva, l’attività politica». Non era fra i compagni più conosciuti nella zona, insomma, non era stato mal minacciato dal fascisti. Uno a «caso», insomma. Ancora vaga, dunque, la ricostruzione dell’aggressione.

La cronaca dell’Unità sottolinea come da alcuni giorni fosse ricominciata la presenza attivistica nel quartiere dopo che i missini erano stati costretti a chiudere la sezione. Il giorno dopo la manifestazione antifascista è allietata dalla notizia che Paolo Lanari non corre pericolo di vita. Spunta un altro testimone, che descrive lo sparatore come un sedicenne biondo. Una settimana dopo ci sarà un’altra sparatoria davanti una sezione del Pci. All’alberone, ma questa volta ci sarà il morto, Ivo Zini

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18 settembre 1981: l’omicidio Rucci chiude la lotta a San Vittore

Il 18 settembre 1981 poco prima delle ore 8, mentre si recava in macchina per raggiungere la Casa circondariale di Milano San Vittore dove prestava servizio al primo raggio, il Brigadiere Francesco Rucci rimase vittima di un attentato rivendicato da “Nuclei comunisti”, un nucleo riconducibile a “Prima Linea”. All’omicidio parteciparono almeno quattro terroristi, che prima costrinsero il Brigadiere a fermarsi e poi gli spararono. L’attentato fu collegato al clima di tensione allora esistente nell’istituto penitenziario milanese. La validità della pista seguita venne confermata anche da un volantino nel quale si diceva che il brigadiere era stato “giustiziato” per l’attività «al primo raggio di San Vittore … braccio famigerato per le torture a cui i boia costringono le avanguardie comuniste prigioniere». Il primo raggio di “massima sicurezza” di San Vittore era utilizzato durante lo svolgimento dei processi per tenere i detenuti provenienti dalle carceri speciali.

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17-18 settembre 1977, Torino: Azione Rivoluzionaria attacca la stampa

Tra il 17 e il 18 settembre 1977, il nucleo armato di AR “Rico e Attilio” ha proceduto a colpire la sede della “Stampa” di Torino e il cronista de “L’Unità” Nino Ferrero. Presso la sede del giornale di Agnelli è stato deposto un ordigno che si proponeva di provocare gravi danni alle strutture, senza tuttavia mettere a repentaglio l’incolumità delle persone; il giornalista de “L’Unità” è stato azzoppato. Con questi due interventi armati Azione Rivoluzionaria ha inteso sanzionare precise responsabilità collettive e personali in ordine alla gestione delle notizie relative alla morte dei nostri compagni Aldo Marin Pinones “Rico” e Attilio Di Napoli, caduti mentre a propria volta si accingevano a colpire la sede del giornale Fiat, nel quadro di un’azione complessiva purtroppo tragicamente interrottasi.

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18 settembre 1956: nasce Claudiana Bernacchia, il “casco d’oro” della Magliana

Ci fu persino chi si ricordò di un film del 1952, interpretato da Simone Signoret, quando vide Claudiana Bernacchia, e gli venne in mente di chiamarla «casco d’oro». Come il titolo del film, appunto, perché diceva che per fascino e autorevolezza somigliava alla protagonista. Lei, Claudiana, giovane, minuta e carina, era diventata la donna di Claudio Sicilia, finendo per condividerne ogni traffico e ogni affare.

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