18 giugno 1956: nasce a Roma Piero Vanzi. Fu tra i fondatori delle BR-PCC

La scheda biografica che segue è stata pubblicata per la prima volta nel blog di Baruda, Polvere da sparo, una miniera di materiali per la ricostruzione della memoria storica degli anni Settante.
La scheda di polizia, invece, è stata ricavata dai faldoni della I commissione Moro. La pubblico, nella sua infinitesimale consistenza, perché è paradigmatica della sostanziale inutilità delle commissioni parlamentari d’inchiesta. Siamo a settembre 1982: la caccia al brigatista è agli sgoccioli. Grazie a numerosi pentiti è stato possibile smantellare sostanzialmente la colonna romana con una cifra di arresti.

Le storie, le relazioni, i percorsi di centinaia di brigatisti sono stati dettagliatamente ricostruiti. Eppure alla richiesta dei commissari parlamentari di fornire le schede biografiche dei terroristi (rossi e neri) il maresciallo di turno risponde con assoluta sciatteria: nella scheda di Vanzi mancano le attività romane e il principale capo di imputazione (il sequestro Taliercio). E non riesce neanche a indicare esattamente la sua provenienza politica …

Storia di un brigatista

di Davide Steccanella
Piero Vanzi, nato a Roma il 18 giugno del 1956, aveva frequentato il Liceo ginnasio statale Terenzio Mamiani di Roma nei primi anni settanta senza conseguire il diploma per poi aderire quasi subito al gruppo extraparlamentare “Viva il comunismo”(Co.co.ro.- Comitato comunista marxista leninista).
Quando verso la fine del 1975 Mario Moretti dette inizio al reclutamento romano in vista della costituzione della colonna romana delle Brigate rosse con cui organizzare la futura “campagna di primavera” uno dei gruppi che contribuì all’ampliamento della nuova colonna fu quello dei militanti del Co.Co.Ro. che non avevano aderito alla fondazione di Avanguardia comunista, nata dalla fusione di Viva il Comunismo e del Comunista, l’unico gruppo che mise insieme marxisti leninisti e trotskisti. Ne facevano parte Luigi Novelli, Marina Petrella, Stefano Petrella, Francesco Piccioni, Maurizio Iannelli e Marcello Capuano. Pietro Vanzi arrivò più tardi, nell’ondata di reclutamento successiva all’operazione Moro.

Un ergastolo per 2 rapine e un ferimento

I brigatisti “pentiti” Antonio Savasta ed Emilia Libera indicarono Vanzi come partecipante alle rapine nelle autorimesse di Via Magnaghi e Via Chisimaio (insieme a Bruno Seghetti e Piccioni), alla rapina alla Banca Nazionale delle Comunicazioni (insieme a Seghetti, Arreni, Piccioni, Pancelli e altri) e al ferimento (insieme a Iannelli e Padula) di Pericle Pirri, direttore dell’Ufficio Regionale del Lavoro, il 7 maggio 1980.

Ciò fu sufficiente, nei vari gradi di giudizio, a considerare Vanzi colpevole di “concorso morale” nell’omicidio Moro e della sua scorta, facendo parte tale evento “di un più ampio e complessivo disegno eversivo, mirante al cuore dello Stato” e questo comportò la condanna del Vanzi ad un primo ergastolo, confermato in tutti e tre i gradi di giudizio.

La ricostruzione delle Br a Roma

Alla fine del 1980, insieme a Luigi Novelli, Marina Petrella, Remo Pancelli, Emilia Libera ed altri, contribuisce alla ricostituzione della colonna romana che aveva subito molti arresti a seguito del pentimento di Peci. L’azione più clamorosa fu l’omicidio (31 dicembre 1980) del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, vice comandante dei servizi di sicurezza nelle carceri, braccio destro del generale Dalla Chiesa, che aveva avuto un ruolo di primo piano durante la repressione della rivolta nel carcere di Trani.

In seguito Vanzi partecipò (Mestre 21 maggio 1981), insieme a Savasta Francescutti e Lo Bianco al sequestro di Taliercio, direttore dello stabilimento petrolchimico della Montedison, che venne poi ucciso il 5 luglio 1981. A Savasta, esecutore materiale e leader della colonna veneta venne inflitta una condanna a 10 anni di reclusione “per l’eccezionale contributo” dato alle indagini grazie alla sua confessione, mentre a Vanzi ed altri 8 brigatisti fu comminato l’ergastolo.

La scelta del Pcc e il sequestro Dozier

Nell’ottobre 1981, a Padova, la Direzione strategica, preso atto della scissione del Partito Guerriglia, composto dalla colonna napoletana e dal Fronte Carceri, dà vita alle “Brigate rosse-Partito comunista combattente”; ad esso aderirono, tra gli altri, Barbara Balzerani, Antonio Savasta, Francesco Lo Bianco, Luigi Novelli, Remo Pancelli, Marina Petrella, e Pietro Vanzi. Dal carcere fecero pervenire la loro adesione Iannelli, Piccioni, Seghetti e Gallinari. In una successiva riunione dell’esecutivo, a Milano, venne pianificato il rapimento del generale statunitense James Lee Dozier, in servizio nella base NATO di Verona, eseguito in Lungadige Catena il 17 dicembre 1981.

42 giorni dopo, il 28 gennaio 1982, gli uomini dei NOCS fecero irruzione in un condominio di Padova in Via Ippolito Pindemonte, nel quartiere Guizza, e riuscirono a liberare il prigioniero e ad arrestare Savasta, la Libera, Di Leonardo, Ciucci e Manuela Frascella mentre Vanzi riuscì a sfuggire alla cattura e per il delitto connesso sarà condannato ad altri 26 anni e mezzo di reclusione. Il 24 giugno 1983, a Roma, in Via Silla, Piero Vanzi fu riconosciuto da un pentito, che partecipava a speciali servizi di pattugliamento organizzati dai carabinieri e arrestato.

La cattura

Dal libro “Il lungo assedio” di Domenico Di Petrillo, il comandante del nucleo antiterrorismo dei carabinieri a Roma:

Il 21 giugno, in zona Prati, venne catturato Pietro Vanzi; stava per scendere in una stazione della metropolitana, ed era armato. La cattura avvenne a seguito di un servizio di Ocp iniziato a Torvajanica, e che in realtà riguardava una giovane. La ragazza si trovava in compagnia di Pietro Vanzi, appunto. Sul luogo venne fatto confluire anche il gruppo di “acchiappo”, ma si preferì attendere che i due si separassero per poter poi procedere alla cattura dell’uomo, rinviando l’arresto della donna ad un’occasione futura. I due tornarono a Roma con un mezzo di linea e si separarono. Vanzi raggiunse la zona Prati, utilizzando tutta una serie di accorgimenti che rendevano estremamente difficile la nostra azione di pedinamento. Fu a quel punto che detti l’ordine di intervenire, dato che proseguiva il servizio era diventato insostenibile.

Dal momento della sua cattura e per tutti gli anni ’80 e i primissimi anni ’90, Vanzi prese parte a tutti i processi che hanno coinvolto le Brigate Rosse, sedendo nel settore degli “irriducibili” e in molti casi, fu incaricato dai compagni di fare da “portavoce” per la lettura dei comunicati.

Lo sport in carcere

In carcere Pietro Vanzi si avvicinerà molto alla pratica sportiva che divenne progressivamente l’esperienza centrale della sua giornatae così quando dopo 12 anni (grazie ad un irreprensibile comportamento), gli fu concesso il regime di semilibertà egli si dedicò all’arrampicata sportiva.
Nel 1997, insieme a Marcello Capuano (un altro ergastolano in regime di semilibertà) curò la pubblicazione di un volume concernente il valore umano della pratica sportiva per i soggetti condannati a lunghe pene detentive, ed in particolare sulla capacità dello sport di insegnare la disciplina interiore nel detenuto e contemporaneamente di valorizzarne la socializzazione anche all’esterno del carcere.
Pietro Vanzi è morto a Roma, a soli 47 anni, il 5 agosto 2003, dopo mesi di malattia, e le sue ossa si trovano in un ossario comune presso il cimitero di Campo Verano.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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