7 luglio 1973: muore Pietro Secchia. Convinto di essere stato avvelenato dalla Cia

“L’uomo che sognava la lotta armata” è il titolo della biografia che Miriam Mafai dedica a Pietro Secchia. Giovanissima partigiana, poi funzionaria del Pci, uscita a 30 anni dal partito per lo choc del rapporto Krusciov, Mafai racconta la storia del leader che aveva conteso la leadership comunista a Togliatti per poi finire ai margini del Partito dopo lo “strappo” del suo braccio destro. Giulio Seniga anima una scissione di sinistra nel 1954 e ne schianta la carriera politica. Qui le ultime pagine del volume ricostruiscono gli ultimi 18 mesi di vita di Secchia, dalla malattia misteriosa alla morte. Al centro del racconto la sua convinzione di essere stato vittima di un complotto della Cia. Tesi che il Pci rifiuta. Significativi alcuni passaggi narrativi: il legame personale con Feltrinelli, il freno tirato alle iniziative per Lazagna, partigiano secchiano nei guai per i rapporti con le Br.

Gennaio 1972: la malattia

Secchia riparte da Santiago la mattina del 10 gennaio 1972, arriva a Roma all’una del giorno dopo. A Fiumicino lo viene a prendere, come di consueto, Marcello. Secchia gli appare tranquillo, di buonumore, anche se un po’ stanco. Il giorno dopo – è il 12 – dorme a lungo, per recuperare il disagio del fuso orario; nel pomeriggio scrive il rapporto da consegnare alla sezione esteri del partito; la sera cena con Vladimiro. La mattina dopo va al Senato, passa dal partito a consegnare il rapporto: nel pomeriggio, all’improvviso: si sente male. E’ giovedì 13.

Il giorno dopo chiama il medico (è un altro Spallone, Dario, : fratello minore di Mario) che lo visita e non riesce a capire bene di che si tratta. La febbre è altissima. Il malato è scosso da un affanno incontrollato e sragiona. Dario teme il blocco renale e ordina il ricovero. Nella clinica, in fondo a via Tuscolana al margine della campagna e quasi a ridosso dell’antico acquedotto romano, Secchia riceve le prime cure dallo stesso Dario e dalla moglie Angelina, anch’essa medico. Ci vuol poco a capire che le sue condizioni sono allarmanti. L’azotemia è altissima. Sembra in coma. Poi si risveglia e comincia a parlare, in un delirio senza fine che dura ore intere. La bocca è invasa da una patina verdastra, nella stanza: ristagna un nauseante odore di fradicio.

I primi sospetti: avvelenato

Si fanno una serie di esami senza alcun esito chiaro. Viene diagnosticata, comunque, un’intossicazione ma sulla natura di questa intossicazione i pareri sono discordi. Al capezzale del malato vengono convocati i più illustri clinici italiani: c’è Giunchi, c’è Fegiz, c’è Biocca, c’è Visco. Nella stanza, occupata da Moscatelli e da un gruppo di partigiani che hanno l’ordine di non lasciare il malato solo nemmeno un momento, si scambiano pareri, sospetti, incertezze.

Un paio di mesi prima Secchia era stato in Africa, il che può rendere credibile l’ipotesi di una preesistente infezione tropicale che abbia silenziosamente attaccato il fegato. È un’ipotesi. Ma Biocca, legato a Secchia da un rapporto di amicizia e solidarietà politica respinge nettamente questa diagnosi e getta sul tavolo, per primo, la parola “veleno”.

“Secchia,” dice con sicurezza “ha ingerito del veleno preparato in laboratorio ad alto livello. Si tratta di un attentato della Cia.” Nell’incertezza e nella incredulità degli altri si decide di far ricorso a uno specialista francese, il professor Thomas, che, convocato a Roma con urgenza, parla senza mezzi termini di “un fegato da vecchio cirrotico” sul quale è andata a inserirsi con effetti devastanti una normale influenza. Biocca reagisce con irritazione: “Secchia non è mai stato cirrotico…” Ma Thomas alza le spalle: “Ci sono cirrosi latenti che non vengono individuate nemmeno da un medico attento, e all’improvviso esplodono”. La conclusione non convince del tutto né Spallone né Giunchi né Visco né tanto meno Biocca.

La prudenza di Bufalini

Il povero Secchia in pochi giorni era diventato sempre più gonfio e delirava. Gridava, straparlava. Aveva gli occhi sbarrati, la bocca impastata. Mormorava, a fatica, discorsi appena comprensibili: “E’ il sistema… E’ il sistema…” balbettava. Gli erano vicini Moscatelli e i suoi, Bera, Vladimiro, Marcello. Il delirio continuava implacabile. Venne avvertito il partito, l’entità suprema che sovraintende non solo alla vita, ma anche alla malattia e alla morte dei suoi esponenti. Secchia non contava certo molto ormai, nel Pci. Ma la sua morte, quando fosse sopravvenuta, non poteva certo considerarsi un fatto privato. E il partito arrivò nella clinica, entrò nella stanza del malato. Il partito aveva la faccia pallida di Paolo Bufalini, un dirigente che, in anni lontani, era stato legato a Secchia da affettuosa solidarietà ma che non era sospettabile di simpatie politiche per le attuali posizioni del vecchio dirigente.

Bufalini si trattenne un po’ al capezzale del malato, gli toccò la mano umida, poi scese a piano terra nello studio di Dario Spallone e si incontrò con Biocca, che gli espose la sua tesi: Secchia era stato avvelenato dalla Cia. Senza nascondere il suo scetticismo, Bufalini replicò: “Ma scusa, Biocca, perché dovrebbero aver avvelenato proprio lui?”. Biocca lo guardò in silenzio per un istante, e, secco: “Questo lo dovreste sapere voi. Può essere un avvertimento per altri: la Cia esiste, funziona, sa quali avversari sono più pericolosi”. Pericoloso Secchia? E perché? Nessuna delle attività che conosciamo fa pensare ad una particolare pericolosità del vecchio dirigente comunista.

Un leader ai margini

All’epoca Secchia era un signore di quasi settant’anni, che viveva solo, che conservava un paio di cariche rappresentative (vicepresidente dell’Anpi, vicepresidente dell’Istituto Storico della Resistenza), senatore, membro del Comitato Centrale del Pci, dedito essenzialmente a studi storici. Un personaggio cioè la cui incidenza nella vita politica italiana e internazionale era pressoché nulla. L’idea che la Cia lo avesse messo tra i suoi obiettivi, avesse deciso di eliminarlo, risultava abbastanza inverosimile. E, per la verità, alle Botteghe Oscure nessuno diede credito a questa versione della malattia; anzi, la convinzione di Secchia di essere stato avvelenato venne considerata un’ulteriore prova del suo decadimento, un’altra manifestazione di quella mania di persecuzione di cui si erano avuti già, in passato, alcuni segni.

Sottoposto a un trattamento intensivo, a un controllo attento, a continue analisi pian piano Secchia migliora. Nessuna delle prove tossicologiche dà esito positivo e Dario Spallone cura i sintomi della malattia senza riuscire a individuarne le cause. Ma il risultato è ugualmente positivo: dopo alcune settimane Secchia può lasciare il letto, ma non ancora la clinica. Passa le sue giornate leggendo, parlando con Moscatelli, guardando la televisione, ascoltando la radio, ricevendo alcuni amici. Ma è ancora debole.

“Quello è Feltrinelli”

Marcello viene regolarmente, almeno due volte al giorno a portargli i giornali del mattino e del pomeriggio, la posta. Una sera – è il 15 marzo – gli consegna i giornali del pomeriggio. C’è la fotografia di un certo Maggioni, rimasto ucciso a Segrate, alle porte di Milano, ai piedi di un pilone della corrente ad alta tensione. Secchia getta uno sguardo sulla fotografia, sbiadita e incerta come tutte le fotografie formato tessera pubblicate dai quotidiani; poi, quasi esitando, copre col palmo della mano la parte inferiore del viso dello sconosciuto. Sembra guardarlo negli occhi. E, rivolto a Marcello, dice: “Questo è Feltrinelli”. Era proprio Feltrinelli come venne riconosciuto, in modo ufficiale, ventiquattr’ore dopo. Tutta la sinistra milanese intellettuale e studentesca insorge affermando che “Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato” e trasforma i suoi funerali in una manifestazione politica, di condanna dell’imperialismo e dei metodi della Cia.

Secchia non firma quel manifesto, non partecipa a quel moto di pubblica indignazione anche se ne condivide il senso e l’allarme. Non c’è dubbio, secondo Secchia: Feltrinelli è rimasto vittima di una macchinazione della Cia; “certi organismi cosiddetti di sicurezza internazionale non indietreggiano” scrive a Giuseppe Del Bo, allora presidente dell’Istituto Feltrinelli “davanti ad alcun delitto e alle più tenebrose macchinazioni”. Ed egli stesso del resto, non è forse vittima di una di queste macchinazioni? Mentre il Pci prende rapidamente e prudentemente le distanze dall’avventata protesta intellettuale, Secchia ammonisce: “Stupisce che dopo tante documentate denunce sull’operato della Cia e di analoghi organismi, dalla Grecia, al Brasile, all’America stessa,… vi sia chi le dimentica proprio nel momento in cui dovrebbe ricordarsene e crede di poter liquidare il tenebroso affare parlando di fantapolitica…”

Il freno su Lazagna

Nella seconda metà di marzo, dopo due mesi di degenza, esce dalla clinica. La malattia, quale ne sia stata l’origine, lo ha segnato. Lo ha segnato la morte di Feltrinelli. Lo preoccupa la divaricazione crescente tra il Pci e i gruppi e gruppetti alla sua sinistra. Longo, che nel 1968 aveva voluto incontrare Scalzone e i rappresentanti del movimento studentesco romano, è ormai irreparabilmente malato. Lo ha sostituito Berlinguer, così prudente, lamenta Secchia, che “di fronte a lui persino Amendola è uno di sinistra”.

Se Berlinguer e il Pci sono prudenti, dall’altra parte – dopo la morte di Feltrinelli – si accelerano i tentativi di dar vita ad una struttura clandestina, o semiclandestina, armata. Questa struttura ha bisogno di una qualche sponda legale e la cerca insistentemente in vecchi personaggi ormai mitici della Resistenza e nell’Anpi. Così quando Lazagna verrà arrestato, nel corso delle indagini sulla morte di Feltrinelli, molti si mobilitano per chiederne indignati la immediata scarcerazione. Si promuovono manifestazioni di solidarietà, raccolte di firme, incontri. Enzo Nizza è tra i più attivi in questa azione. Ma a un certo punto viene chiamato alle Botteghe Oscure da Bufalini e Cacciapuoti che lo mettono in guardia: se continua a frequentare troppo certi personaggi rischia l’espulsione dal partito.

Nizza, come molti altri comunisti in quei tempi, vorrebbe fare qualche passo di più, ma non vuole rischiare l’espulsione. È convinto però che se Secchia prendesse una posizione più esplicita di sostegno, almeno alle azioni di solidarietà con gli arrestati, il Pci non potrebbe sconfessarlo, senza sconfessare anche se stesso e la propria storia. E in questo senso lo sollecita ripetutamente. “Molti anche nel partito” gli dice “si rendono conto ormai che tu avevi ragione.” Secchia ascolta volentieri, come sempre, queste voci che gli giungono non solo da Nizza, ma da varie parti d’Italia, da molti compagni comunisti di Milano, di Sesto, di Biella, di Pisa, di Siena. Tuttavia non se ne lascia convincere.

Comunque nel partito

Terracini fa parte, in qualche caso, dei collegi di difesa per gli imputati di atti di violenza. Ma Terracini è un personaggio diverso, ha un’altra storia. Lui, preferisce non esporsi con dichiarazioni pubbliche di solidarietà. “La scelta migliore per un comunista” ripete “è sempre quella di restare nel partito.” E ci resta infatti, malvolentieri, amareggiato, offeso, umiliato. Ma non c’è altra strada. Uscire, per che? per cosa? Forse, pensa di tanto in tanto, potrà venire il momento in cui anche questo gesto sarà necessario. Ma solo allora, solo in questo caso estremo, quando sarà indispensabile, solo allora lo farà. Né un momento prima né un momento dopo. E il quando sarà lui a deciderlo. Scorrono così i giorni.

“Loro”, gli altri, quelli che comandano alle Botteghe Oscure, lo ignorano. Non lo fanno scrivere più e non lo mandano nemmeno a fare comizi. Qualche discorso in Senato sì, che l’Unità resoconta in spazi sempre più avari. Qualche intervento in Comitato Centrale che viene ascoltato in modo sempre più distratto. Alcuni giovani però lo cercavano ancora, salivano le scale che, portavano all’attico di Largo Boccea. Erano giovani attratti dalla leggenda che circolava attorno al suo nome, alla sua figura, al suo ruolo nazionale e internazionale. Come tutte le leggende, anche quella di Secchia si alimentava di allusioni, cose non dette mai esplicitamente, sottintesi, intuizioni, ammiccamenti. Dai giovani che lo venivano a trovare e che pensavano alla Rivoluzione o la preparavano, lo separava una distanza di mezzo secolo. Da questa lontananza sono possibili anche, da una parte e dall’altra, fraintendimenti.

Un rapporto ambiguo

“Ah, se fossi più giovane; se fossi ancora nel pieno delle mie forze…” si lamentava. Ma quei giovani gli rispondevano che non era l’età il problema né le forze. La situazione andava, dicevano, rapidamente cambiando… Giungevano da ogni parte i segni di una crescente protesta, i proletari erano in rivolta… Era giunto il momento di dare un segnale, di battere il piede per terra e farne uscire armati a migliaia… Egli scuoteva la testa. Era davvero stanco o civettava con la sua stanchezza, l’età, le delusioni? Il vecchio sapeva cose che altri non sapevano. A chi avrebbe rivelato i suoi segreti? Egli si lasciava andare, poi si ritraeva, diceva e non diceva, prometteva e non manteneva. Alle volte appariva rassegnato, alle volte minaccioso.

Tornava, dopo questi incontri e questi discorsi, alle sue carte, a quella attività intellettuale che sembrava l’unico succedaneo ormai alla lotta politica e che costituiva anche l’unica garanzia di sopravvivenza oltre la morte fisica. Garanzia di sopravvivenza ma anche atto politico estremo, perché le sue disposizioni testamentarie sarebbero state l’ultimo e quindi il più alto, irrevocabile gesto polemico nei confronti di un partito nel quale si era, in tanti diversi modi, sempre identificato. Così realizza in punto di morte quella rottura che aveva sempre evitato in vita.

Marzo 1943. Diagnosi: avvelenato

A marzo del 1973, nel corso di una visita di controllo chiede a Giunchi di mettergli nero su bianco la sua diagnosi. E Giunchi lo fa: “A proposito della sua malattia” gli scrive “sento il dovere di chiarirle il mio pensiero, interpretativo sul piano clinico dei fenomeni morbosi gravissimi che l’hanno tenuta per un mese tra la vita e la morte e l’hanno costretta a letto per molti mesi, nel corso dell’anno passato. Si è trattato di una singolare malattia, nel corso della quale sono stati colpiti in maniera improvvisa, violenta e gravissima il fegato – onde la grave itterizia -, il rene – e quindi l’elevatissima azotemia -, ed il sistema nervoso – da cui il delirio protratto e lo stato amenziale.

Se per quest’ultima sintomatologia si poteva supporre che fosse secondaria alla intossicazione, derivante dalla grave disfunzione del fegato e del rene, per questi due organi invece non vi è dubbio alcuno che la malattia si sia insediata in essi primariamente. Esclusa una epatite virale, la quale decorre con un quadro clinico ben diverso, e la sindrome epatorenale della leptospirosi, la cui presenza è stata ripetutamente ricercata presso i laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità con esito negativo, l’unica interpretazione attendibile circa i fattori causali della sua malattia resta quella di una gravissima intossicazione. Ritengo ch’ella abbia ricevuto una buona dose di un potente veleno e di certo sarebbe deceduto se non fossero intervenute con molta prontezza tutte le intense cure alle quali è stato sottoposto presso la Clinica Nuova Latina…”

Le istruzioni al figlio

Anche questa lettera, autografa, viene chiusa da Secchia nel cassetto in cui tiene i documenti riservati, il rendiconto sempre aggiornato dei suoi diritti d’autore, il testamento e la lettera al figlio. Le sue disposizioni sono precise: al Partito dovrà andare solo una copia dei documenti, lettere, diari, scritti che egli ha conservato gelosamente per anni. Ma “loro” chiederanno di più, “loro” chiederanno di avere tutto, di avere gli originali. A questa richiesta, scrive Secchia al figlio, bisognerà resistere.

“Di fronte ad una eventuale domanda perché non consegni loro tutto, devi rispondere: perché voi metterete tutto in una cantina o brucerete tutto, comunque seppellirete tutto. E tutto finirà con lui nella tomba. Ora, questo non deve avvenire. Non crediate che di lui non se ne parlerà più. Di lui se ne parlerà ancora come si parlerà delle lotte da lui combattute, dell’azione da lui compiuta, delle sue posizioni rivoluzionarie, del contributo che egli ha dato alla fondazione del Pci ed a fare di questo partito un grande partito. Diverso certo da quello che ne avete fatto voi in questi anni…

Personalmente conosco i miei limiti, non pretendo di essere né un genio né una grande personalità e neppure uno storico o uno scrittore. Ma so di aver dato un contributo di primo piano alla costruzione di un grande Partito, a mantenerlo attivo e in azione negli anni della illegalità, so di aver dato un notevole contributo all’organizzazione ed al successo della Resistenza in Italia ed anche nel dopoguerra a sostenere un determinato indirizzo in seno al Pci. Sono convinto che se le mie posizioni fossero state seguite, noi non ci troveremmo nelle condizioni di oggi. Non dico che si sarebbe potuto fare la rivoluzione. Ma certo si poteva fare molto di più mantenendo il carattere rivoluzionario al partito…”

Di nuovo ammalato

La primavera del 1973 è mite. Dal terrazzo della casa, dove cominciano a fiorire gerani e oleandri, si vede in lontananza il verde della campagna, le nuove strade che si vanno disordinatamente disegnando nel quartiere. Il fegato non gli ha dato più fastidio, anzi ha ripreso un certo gusto per il mangiare e il bere; Marcello si ferma spesso con lui a gustare i manicaretti che gli vengono ammanniti da una compagna che gli tiene in ordine la casa e gli fa un po’ da governante.

Alla fine di aprile si lamenta di un’influenza che sembra volgere in bronchite. Niente di grave, continua a lavorare e scrivere lunghe lettere a Nizza, con le quali ripete le cose consuete: non intende uscire dal partito, non intende aderire a nessuno dei gruppi e gruppetti di contestatori, ma deplora che questi vengano considerati dal Pci dei “nemici” o, anzi “i peggiori nemici nostri, come qualcuno li ha definiti proprio in questi giorni”. “Non mi chiedere” scrive “di dire ancora di più del molto che già dico, non pretendere che mi comprometta ancora di più.”

Il 14 giugno si sente male. Viene preso da un improvviso attacco di vomito e Dario Spallone questa volta lo fa ricoverare immediatamente in clinica. I segni sono quelli classici dell’epatite cronica. Le sue condizioni sono gravi, ma apparentemente non drammatiche. Marcello gli porta sempre la posta e i giornali. Lui continua, per quanto può, a leggere e scrivere. A Nizza che gli annuncia la ormai prossima pubblicazione di una sua raccolta di saggi sui giovani, raccomanda di scegliere con grande attenzione la fotografia. “La fotografia di un vecchio a me non piace.” E allega, nella lettera datata 2 luglio, una vecchia fotografia di tanti anni prima che lo ritrae al tavolo di una conferenza assieme a Moscatelli ed altri partigiani. Lui sta al centro, con i capelli irsuti e disordinati, lo sguardo vivace e un gran sorriso allegro. Ci scrive sopra a penna: “Questa è quella che mi piace”.

La morte e i funerali

Cinque giorni dopo, sabato 7 luglio 1973, muore, nel pomeriggio. L’Unità ne dà notizia col dovuto rilievo, pubblicando un documento del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di Controllo. Lunedì 9 luglio, in terza pagina, il quotidiano del Pci pubblica il brano di un suo articolo nel quale si afferma che “in effetti per le condizioni in cui si sviluppò la guerra di Liberazione, noi il potere non l’abbiamo mai avuto né fummo mai in grado di conquistarlo”.

Il discorso funebre fu pronunciato in Piazza della Consolazione, sotto il Palazzo del Campidoglio da Giancarlo Pajetta che ricordò: “La sua vita conobbe anche la durezza degli anni difficili, l’amarezza dell’errore e il turbamento che lasciano il segno”. Furono una celebrazione e un funerale un po’ sottotono.. con paure, imbarazzo e allusioni. Diversamente il vecchio rivoluzionario venne celebrato a Milano. Migliaia e migliaia di giovani si riunirono alla Statale, sventolando bandiere rosse e striscioni con la scritta W Secchia, W Stalin, W Beria. Mario Capanna fece un grande discorso in memoria del rivoluzionario scomparso. “Non sarai dimenticato”, gridarono in coro migliaia di voci adolescenti. E sventolando le bandiere rosse, cantarono l’Internazionale.

Sulla figura di Secchia

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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