A proposito di Stato & Potenza, un contributo di M.L. Andriola

(umt) Matteo Luca Andriola è un giovane studioso da tempo impegnato sul complesso intreccio tra destra identitaria, fascisteria e neodestra: partendo dallo specifico italiano è andato a scoprire interessanti nodi anche in Francia e Germania. Mi ha aiutato a dare forma per la pubblicazione accademica del mio contributo al convegno di Pavia del novembre 2013 dedicato all’Europa e l’allarme nero, arricchendolo di una sezione sul tema che gli sta a cuore. Dopo numerose discussioni informali (ne facciamo tante, avendo lui inopinatamente deciso di eleggermi a suo Virgilio negli inferni della destra radicale italiana), ha deciso di dare forma al suo dissenso nei miei confronti sulla natura di “Stato e Potenza”, una formazione atipica che spesso viene ricondotta alla galassia rossobruna, laddove invece, a mio giudizio sono prevalenti i tratti neostalinisti e di “destra comunista”, con elementi che addirittura affondano nel “socialismo prussiano” e in Lassalle. Qui di seguito il suo dotto contributo che offro alla riflessione e alla discussione. 

Su Stato & Potenza e sulle «piccole ombre rossobrune»

 Matteo Luca Andriola 

Una delle più intriganti diatribe fra coloro che si occupano per lavoro o per sfizio di “fascisteria”, riguarda la natura del “rossobrunismo” e di Stato & Potenza, nato nel 2011 attorno all’omonima rivista online, o “periodico di informazione socialista” (http://www.statopotenza.eu). Del movimento se ne è occupato il pasdaran dell’antifascismo militante con contratto a tempo indeterminato Saverio Ferrari, il romanziere Valerio Evangelisti, il giornalista-studioso Ugo Maria Tassinari – un carissimo amico che definisco, sempre col suo permesso/consenso, mio personale «maestro» e Virgilio nella tortuosa discesa negli oscuri meandri degli inferi della “fascisteria” –, il blogger antimperialista Stefano Zecchinelli, contatto/amico su Facebook, e la Rete dei comunisti attorno al periodico online Contropiano (http://www.contropiano.org). Le posizioni sono diverse, ma la domanda, in sintesi, è la medesima: Stato & Potenza di Stefano Bonilauri è un movimento fascista o no? Stato & Potenza è un «nuovo nucleo politico e militante» impegnato «nel tentativo epocale di individuare in modo preciso e inequivocabile una nuova teoria del socialismo». Saverio Ferrari porta come prova della natura fascista di Stato & Potenza alcuni brani del loro Manifesto Politico:

 Riguardo le “nuove teorie socialiste” di Stato e potenza, basterebbe limitarsi a qualche proposta presente nel suo «Manifesto politico». «Va prima di tutto recuperato» sostengono i nostri «il primato della scienza e della tecnica al servizio della politica […] Parliamo di innovazioni e di capacità di crescita, a partire dalle fondamenta di ogni moderna economia di sviluppo: l’energia. Tornare al nucleare – anche se – sconfiggere la rete delle ong ambientaliste non sarà facile sul piano comunicativo». Oltre a ciò, sempre secondo Stato e potenza, bisognerebbe «avviare nuove reti di viabilità ferroviaria ad alta velocità destinate principalmente al trasporto commerciale, in modo da restringere i tempi di percorrenza tra Nord e Sud della Penisola». Andrebbe anche riformata la leva, ripristinando «il vecchio servizio obbligatorio, eliminando l’arruolamento professionale facoltativo, per preparare tutti gli uomini e le donne idonei al servizio – almeno per un anno – alla capacità di difesa e alla mobilitazione totale in caso di attacco, nel quadro della formazione di nuove milizie popolari». Nucleare più alta velocità più una società militarizzata. Questo il suo programma. Eppure Stato e potenza vanta relazioni con alcuni movimenti comunisti dell’Europa dell’est, come in Bielorussia e in Romania. Evidentemente da quelle parti c’è chi non si pone troppe domande.[1]

Stato & Potenza, nazionalista come lo sono i veterostalinisti russi, si definisce socialista ma non «di sinistra», e questo dovrebbe farci riflettere, dato che ciò implica il disconoscere tali etichetta politologica, una costante anche della destra radicale. Tassinari ha precisato, il 18 maggio 2012, con queste parole:

 Posizioni queste [espresse da Stato & Potenza. Ndr] che più che fasciste sono proprie di quelle che un tempo chiamavamo la “destra” del movimento comunista internazionale (da Stalin in giù: e infatti i nostri di S&P si richiamano oggi alle posizioni del Pc cinese e russo): l’esercito di massa nasce nella fase giacobina della Rivoluzione francese. E quindi è una piacevole sorpresa che arrivino a una critica radicale del socialismo reale e dei suoi miti coloro che, a suo tempo, ebbero l’epico coraggio di interrompere le trasmissioni della loro radio per trasmettere per ore musica sacra in occasione della morte del leader sovietico Cernienko.[2]

Mi duole dissentire – solo questa volta, sia ben chiaro – col caro Ugo, che di neofascismo italiano ne sa molto, ma molto più di me. Perché ha ragione da vendere quando sottolinea che queste posizioni sono proprie della «destra» comunista filostalinista e del giacobinismo francese. Chi ha ragione? Tassinari, che sostiene che Stato & Potenza è veterostalinista, o Ferrari, che dice, papale, che il gruppo è neofascista? Partiamo dal presupposto che l’articolo di Ferrari ha due pecche non indifferenti: nell’elenco delle organizzazioni cosiddette rosso-brune vengono inclusi fenomeni estranei e diversissimi, come l’Arianna Editrice di Eduardo Zarelli e la Rete dei circoli comunitaristi, «inizialmente una corrente interna al Fronte nazionale di Adriano Tilgher poi legatasi al Partito Comunitarista Nazional-Europeo (fondato nel 1984 dagli epigoni di Jeune Europe), per finire all’Unione dei comunisti nazionalitari, tra il 2002 e il 2003, a Socialismo e liberazione e ora a Comunismo e comunità».[3] Puntualizziamo: 1) la prima è una casa editrice bolognese vicina all’ala ecolocalista della Nuova destra di Tarchi e de Benoist; 2) la seconda è un laboratorio politico-culturale animato da un mio caro amico con un passato a destra (N.B. passato, non presente), Maurizio Neri, avvicinatosi all’estrema sinistra marxista e a certi temi del comunitarismo previano. Neri, in sintesi, è comunista e marxista in tutto e per tutto. Il suo non è un «camuffamento» strumentale ma vera, sofferta (per via delle infamanti calunnie che girano in rete a cui, purtroppo, prestai ascolto tempo addietro) e sentita. Per Ferrari ed Evangelisti quella di Neri è una «conversione strumentale». Ferrari, che contesta la conversione di Neri, dovrebbe però spiegare al lettore perché utilizza la testimonianza dell’ex nazi-maoista Claudio Orsi come fonte da lui intervistata nel libro I denti del drago per confermare i successivi «camuffamenti» di Claudio Mutti, specificando, poi, che Orsi è ormai lontano dai vecchi camerati, dato che è diventato un animalista e militante nelle organizzazioni di sinistra. E se fosse un «camuffamento» anch’esso? E se Orsi stesse utilizzando Ferrari per calunniare Mutti? Se è consentito all’ex rosso-bruno Orsi il beneficio del dubbio, perché non concederlo pure a Neri? Equità e onestà intellettuale, caro Saverio, non la politica dei “due pesi e due misure”, altrimenti, per citare il vangelo, “Con la misura con la quale misurate sarà misurato anche a voi”![4] La citazione ferrariana – impropria – “scagiona” Maurizio Neri, facendo però aumentare i sospetti su Stato & Potenza. Perché Neri & compagni, a differenza di Bonilauri e dei suoi, non solo si rifanno alla tradizione marxista, operaista e internazionalista (esaltando, come i redskin di Patria socialista, l’epopea antifascista degli Arditi del popolo e un concetto di patriottismo mutuato dai partigiani… strano modo di esser “fascisti camuffati” salutando militarmente i caduti partigiani il 25 aprile e scazzottandosi coi “camerati”, non vi pare?), ma non si sono fatti alcuno scrupolo nel criticare – come fatto anche dal trockijano-guevarista Moreno Pasquinelli del Campo antimperialista, anch’esso annoverato fra i correi di rosso-brunismo visto che fa suo il motto guevarista “Patria y muerte!”, contestando l’Unione europea neoliberista ed elogiando figure socialiste come Lenin, Castro e Chàvez – le scelte editoriali e “politiche” di Preve (come quella di “votare” virtualmente per la Le Pen):

 Alcune scelte di Costanzo Preve di pubblicare suoi libri con case editrici di chiara matrice di destra […] di scrivere suoi pezzi su alcune riviste di analoga matrice; e infine alcune sue stesse posizioni politiche spesso espresse in termini quasi provocatori per mostrare la miseria (effettivamente tale) della sinistra italiana ed europea, fanno parte di un percorso tormentato di oscuramento e silenziamento che il pensiero di Preve ha subito nei vent’anni di maggiore produzione. Preve, ad un certo momento della propria elaborazione, è giunto ad un tale livello di mal sopportazione della chiusura teorica di certi ambienti che ha preferito accettare di scrivere dove qualcuno aveva piacere di ospitarlo, fregandosene dei contenuti prevalenti dell’ospite. Come redattori della rivista, non abbiamo mai condiviso in alcun modo tali scelte (criticandole anche aspramente), ma ciò non ha impedito in alcun modo la sintonia con il pensiero fondamentale di Preve, con il lavoro filosofico teorico e con la sua interpretazione del capitalismo e la sua lettura del comunismo come prospettiva possibile (mai abbandonata da Preve; l’abbandono, questo sì più volte enunciato concerne il comunismo nella versione nichilistica, individualistica e dissolutiva dominante nella cultura occidentale post-moderna). Anche alcune posizioni di Preve, dettate a nostro avviso più da una vis polemica esasperata che da altro, sono causa di netto disaccordo entro il gruppo ruotante attorno a Comunismo e Comunità.[5]

Non mi sembrano frasi fasciste! E Stato & Potenza? Il gruppo di Bonilauri s’ispira al pamphlet di Gennadij A. Zjuganov Stato e potenza (riferimento al globo terrestre, simbolo del potere imperiale in era zarista), edito dalle Edizioni all’insegna del Veltro di Mutti. Il disfacimento dell’Urss e il bando del Pcus dopo il tentato golpe dell’estate del 1991,[6] rappresentarono una cesura ideologico-programmatica nella storia del comunismo. Il Partito Comunista della Federazione Russa, nell’opporsi alla deriva neoliberista imposta da Boris Eltsin, si aprì in ogni direzione, instaurando contatti proficui con la destra nazionaleuropeista – con Jean Thiriart, Robert Schneider della rivista Nationalisme et République e i rappresentanti dei mensili nazionalbolscevichi Orion (cioè Carlo Terracciano e Marco Battarra) e Lutte de peuple, di Christian Bouchet – e quella russa – il filosofo Aleksandr Dughin, teorico neoeurasiatista – della Nouvelle droite – cioè Alain de Benoist e Robert Steukers – e altre realtà nazionaliste e patriottiche russe, aggregate attorno al Fronte di salvezza nazionale, alleanza dell’opposizione antieltisiana sconfitta militarmente dal presidente nell’ottobre del 1993. Zjuganov e i suoi assimilano il “nazionaleuropeismo” di Thiriart, cantore dell’impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino. Non solo: fu lo stesso Dughin a collaborare alla stesura del libro. L’apporto di Dughin – traduttore di Guénon e Evola, al cui tradizionalismo egli si ispira tutt’oggi – è stato fondamentale per la formazione d’una identità patriottica in seno al Pcfr, e per diffondere lo studio della geopolitica tra i suoi quadri.[7] Zjuganov ha dimostrato eclettismo e la capacità di innestare nel suo partito apporti di pensatori e teorici dalla multiforme appartenenza politico-ideologica, tanto da rendere inapplicabili le categorizzazioni dicotomiche destra-sinistra, assunto quest’ultimo sempre valido in Russia ma in maniera ancor più netta nel caso dei neocomunisti, mutuando dal nazionalbolscevismo la stessa Weltanschauung. Alla fine del socialismo è stata contrapposta la continuità del sistema valoriale del vecchio Partito comunista rispetto ai valori storici fondanti l’identità russa. Nel fare questo il Pcfr rinnega i postulati ideologici del marxismo-leninismo, proponendo la restaurazione della Potenza e dello Stato russo, ripudiando la dottrina socialista dello Stato – esposta da Lenin in Stato e rivoluzione o da Marx ed Engels in altri loro scritti –, il materialismo storico, tipico di tutto il periodo sovietico, scindendo in due la storia del Pcus: da un lato esistono i “bolscevichi buoni”, interessati alla grandezza della patria, a partire da “papà” Stalin, dall’altro ci sono i “comunisti cattivi”, allogeni (cioè “cosmopoliti”, e quindi di etnia ebraica) e dediti a funeste sperimentazioni sociali (come ad esempio la collettivizzazione delle terre, che cancella le tradizioni contadine del popolo russo, fondate sulla comunità di villaggio, l’obščina, e sull’assemblea contadina, il mir, che ogni anno ridistribuiva terre e proventi) e alla scristianizzazione della Russia (citando Berija e di Trockij), posizioni, più che comuniste, simili a quelle della corrente più arcaica della cultura russa, cioè i monarchici «slavofili», critici verso la modernizzazione della Russia e fautori di un’idealizzazione della comunità contadina come eletto rifugio dello spirito russo, e che dei social-populisti russi di metà ‘800, che laicizzarono tale concetto vedendo nell’obščina e nel mir gli embrioni del socialismo nazionale russo, un mezzo per bypassare la fase borghese e animare una sorta di socialismo agrario, autocratico e feudale.[8] Zjuganov, inoltre, traccia una continuità fra lo zarismo e lo stalinismo, suggerendo che la grandezza panslavista deve essere la ricetta della grandezza russa. Il comunismo zjuganoviano, modello per gli altri partiti comunisti dell’Est, tutti antieuropeisti e antioccidentali – e qui comprendiamo che l’osservazione di Ferrari su Stato & Potenza che «vanta relazioni con alcuni movimenti comunisti dell’Europa dell’est, come in Bielorussia e in Romania» perchè «da quelle parti c’è chi non si pone troppe domande», non tiene conto del fatto che quei partiti, come nella Bielorussia di Lukashenko, il Partito del lavoro turco o gli Hezbollah, non si ispirano al libertarismo sessantottino di Rifondazione comunista, e quando pronunciano il nome Vladimir, questo evoca la figura di Lenin, non quello/a di Luxuria!!! – pone al centro del suo discorso non più la lotta di classe (auspicando ad un’alleanza patriottica capace di conciliare i comunisti con i “patrioti” di ogni ideologia e con la gerarchia ortodossa, di cui già Stalin aveva compreso l’irremovibile importanza per la nazione, specie durante la Grande Guerra Patriottica, elogiando la centralità della famiglia tradizionale),[9] ma la geopolitica, considerata a lungo in Urss una «scienza nazista», riportata in auge da circoli militari dell’Armata rossa che durante gli anni ’70 erano favorevoli ad una politica estera in linea con il dettato del tedesco Karl Haushofer, favorevole ad un’alleanza eurasiatica fra la Berlino nazionalsocialista e la Mosca sovietica, un’idea geopolitica che contrapponeva il kontinentalblock (le potenze continentali, viste, nell’accezione russa, con la nascita di un’asse Mosca-Pechino-Nuova Delhi, ora nel BRIC) a quelle occidentali, revival dell’eterno duello fra le potenze telluriche e talassocratiche (cioè Cartagine, Inghilterra e gli Usa, tutte potenze marittime), tutte idee della «rivoluzione conservatrice» dughiniana, base della politica estera della Russia di Putin. Questo partito «comunista» sui generis, di nome ma non di fatto, non può esser concepito come un «partito fascista», come alcuni hanno fatto, e questo perché i suoi quadri e i suoi referenti storici sono nel Pcus e nell’Urss. Un partito comunista, senza dover essere a tutti i costi libertario, non-violento, cannaiolo e radical-chic come quello del “subcomandante” Bertinotti, deve predicare il marxismo, la lotta di classe, l’antimperialismo, il materialismo storico e il desiderio di superare gradualmente la forma Stato e la morale borghese (e la cosa, come spiega Pasquinelli, non va in contrapposizione con la ricerca della sovranità nazionale, da cui partire per animare serio e pragmatico antimperialismo, visto che ora l’Ue, disseminata di basi Nato, è la base dell’imperialismo statunitense. La sinistra radicale – come scrive Preve – confonde l’internazionalismo con l’europeismo dell’Ue, che si regge, però, sulla libera circolazione dei capitali…), parte integrante della sovrastruttura vigente, come ribadito in Stato e rivoluzione, tutti perni del pensiero comunista.

E Stato & Potenza? Che origini ha il movimento? “Stato & Potenza” è una rivista web “lanciata” nel 2011 dall’associazione Strade d’Europa. Gli elementi che l’animano derivano tutti dal “Coordinamento Progetto Eurasia” (http://www.cpeurasia.org). Addetto stampa di Strade d’Europa è Lorenzo Salimbeni – figlio del più noto docente universitario Fulvio, a sua volta spesso impegnato nelle attività dei settori revanscisti istriani e dalmati, egemonizzati dall’immediato secondo dopoguerra dall’estrema destra neofascista. Salimbeni, fece più incontri a Trieste con esponenti della destra nazionale locale: il 15 novembre 2011, ad esempio con Fausto Biloslavo, noto giornalista filo-An, che su il Giornale si occupa dell’irredentismo fiumano, giuliano e dalmata. Il gruppo esaltava l’epopea dei cetnici e la Serbia ortodossa, e un qualunque comunista – e i titini all’epoca erano stalinisti, quindi includo anche loro –, sulla questione del confine orientale ha posizioni diversissime da Stato & Potenza, che la pensa invece come gli irredentisti locali, quasi tutti filofascisti.[10] Contrastano l’idea che l’irredentismo pan-albanese sia nato dietro impulso fascista. Il nazionalismo puro (da non confondere col “patriottismo” del movimento partigiano, modello “Patria y muerte”) è indubbiamente di estrema destra, da inserire nel blocco geopolitico dell’”Eurasia”, dove paradossalmente la Serbia cristiano-ortodossa di Mihailovic diventa oggetto di culto, strumentalizzando la regione del Kosovo-Metohjia con le sue “minoranze” serbe (una posizione predicata in Francia dai neofascisti filoleghisti del Bloc Identitaire, animatori dell’associazione Solidarité-Kosovo, che sostiene le enclavi serbe), a scapito della resistenza comunista. Stato & Potenza gravita attorno a Eurasia – Rivista di studi Geopolitici (http://www.eurasia-rivista.org), una risposta eurasiatista a LiMes, animata dal 2004 da due intellettuali di area frediana e ideologi su Orion e Origini dell’idea eurasiatista, e cioè il defunto Terracciano e il prof. Mutti, ex dirigente Giovane Europa, sezione italiana di Jeune Europe dell’ex Waffen-SS belga Jean Thiriart, «un’organizzazione nazional-rivoluzionaria e poi nazional-comunista», scrive Jean-Robert Debbaudt, ex del Rex di Léon Degrelle, «alla perenne ricerca di un’alleanza con gli Arabi nasseriani, i palestinesi, i Cinesi di Chu En-lai, i Romeni di Ceausescu ecc.».[11] Le classi sociali nel discorso di Stato & Potenza non esistono, dato che i rapporti di forza sono esclusivamente “geopolitici”, e la Russia di Putin, la Cina o il Vietnam che ora promuovono il neocapitalismo, l’Iran teocratico ecc. sono oggettivamente oppositori del sistema globale. Le classi, però, nel discorso zjuganoviano-bonilauriano escono completamente dal quadro, e nel loro discorso si parla solo ed esclusivamente di “nazioni”, “etnie” o “popoli” come surrogato delle classi, ormai “estinte”. Va bene inserire la lotta di classe nel contesto antimperialista (cfr. Vietnam e Algeria su tutti), il tutto in un contesto geopolitico, va bene appoggiare strumentalmente quei governi che si contrappongono all’imperialismo statunitense, ma l’assenza di un discorso classista, in tal caso, puzza di marcio lontano un miglio. È attraverso il confronto coi partiti comunisti classici e con le evoluzioni di tali soggetti in era postsovietica che comprendiamo se il movimento Stato & Potenza è comunista o meno. Stefano Zecchinelli, come Ugo Maria Tassinari, non accetta l’etichetta «neofascisti» per classificare Stato & Potenza. Questo perché tale movimento presenta, secondo lui, un

 … programma politico socialdemocratico (socialdemocratico nel senso di Olof Palme) […] rapportato ad una organizzazione tradizionalista della società (mentre le socialdemocrazie classiche, post-marxiste, erano progressiste e si battevano per i diritti civili). Questo ha favorito il loro incontro con alcuni intellettuali che effettivamente vengono da destra come Claudio Mutti o Dugin; […] nelle loro analisi scompare la lotta di classe a livello nazionale (quindi non si presta attenzione alle mobilitazioni operaie) e, per quanto ne dicano, a livello internazionale viene sopravvalutata di molto la diplomazia. (Il Punto 2 mi sembra abbastanza grave e li riconduce ad una concezione elitaria dei rapporti sociali cosa che gli fa prestare il fianco all’accusa di neofascismo).[12]

Come giustamente dicevo prima, giudico Stato & Potenza non per il passato, ma per il suo programma e per l’interpretazione data al socialismo reale. Zecchinelli ha ragione da vendere nel ritratto fatto del geopolitismo:

‘In estrema sintesi penso che i caratteri del geopoliticismo siano questi: (1) sovrapposizione del concetto di STATO NAZIONALE al concetto di CLASSE; (2) il nemico da combattere è solo il capitalismo americano mentre abbiamo l’esaltazione del modello capitalistico russo; (3) la NAZIONE non viene più definita sulla base dei RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE ma sono elementi sovrastrutturali – come la religione, l’ideologia di stato o l’ordinamento giuridico – a renderla ‘nemica o amica’; (4) la LOTTA DI CLASSE viene sostituita con la TEORIA BORGHESE DEL COMPLOTTO; (5) disprezzo per le masse ed esaltazione dell’uomo forte, l’uomo della provvidenza con il pugno di ferro che prende in mano la situazione. (S. Zecchinelli, Antimperialismo o geopoliticismo, Osservatorio Anticapitalista). [13]

Che parentela c’è fra lo stalinismo marxista e un movimento che si rifà alle tesi sopra citate, magari strizzando l’occhio ai Protocolli dei Savi di Sion, spacciandosi per antisionista? Senza dilungarmi sulla collaborazione di Bonilauri alle Edizioni all’insegna del Veltro di Mutti, dove dirige la collana editoriale “Gladio e Martello”, lo stesso simbolo dello Schwarze Front e della Deutsche soziale union, i due partiti della sinistra nazionalsocialista fondati da Otto Strasser, “eretico” ma sempre nazista,[14] pubblicando libri sul “socialismo islamico” di Gheddaffi e sull’antisemitismo in Russia, sono ben altre le argomentazioni in merito. Si rifanno all’Urss? Analizziamo l’accusa sulla xenofobia. L’Urss, dopo la nascita dei regimi fascisti in Europa, divenne rifugio per tutti quei comunisti europei, molti dei quali ottennero, applicazione pratica dell’internazionalismo, la cittadinanza, divenendo cittadini sovietici – come gli “autoctoni” – a tutti gli effetti, con relativi diritti e doveri. Cittadini vuol dire che diversi di loro – italiani compresi – si arruolarono nell’Armata rossa, facendo carriera nell’esercito sovietico, come nel caso di Delio Gramsci, cittadino sovietico, figlio del filosofo italo-marxista e maggiore della marina sovietica nei primi anni ’50, in piena epoca stalinista.[15] Altri si iscrissero al Pcus, militando nell’Internazionale comunista. Altri – la lurida legge del contrappasso – furono purtroppo epurati dallo stalinismo alla pari di altri cittadini sovietici con l’accusa di trockijsmo.[16] Vigeva, nel bene e nel male, l’uguaglianza giuridica. In un’intervista rilasciata a Libero, dove Bonilauri sostiene che lui e i suoi «compagni», da buoni e coerenti socialisti, non vogliono immigrati nell’esercito «Perché non siamo americani. Non vogliamo un esercito di mercenari, disposti a partecipare a Missioni estere per conto della NATO in cambio di un pezzo di carta. Poi vi è un altro bellissimo precedente storico: i Romani arruolarono i Barbari per proteggere i loro confini, sappiamo come è andata a finire». Bonilauri va oltre: lui non solo gli immigrati non li vuole nell’esercito, ma neanche per le strade. Infine, in barba al motto leninista «Tutto il potere nelle mani dei soviet!», Bonilauri propone la «Presenza costante dei militi nelle città e se necessario nei luoghi di lavoro, per garantire il corretto svolgimento dell’attività lavorativa. Presidio costante delle Forze Armate lungo i confini nazionali compre le coste e gli aeroporti […] Con la crisi economica in cui versa il Paese, l’immigrazione va immediatamente fermata. Vanno espulsi tutti i clandestini e va resa più complicata la modalità per ottenere la cittadinanza».[17] Ergo, niente più diritti sindacali, lavoratori irreggimentati come nell’Arbeit Front di hitleriana memoria per il bene della gloriosa patria italiana ecc. Sull’immigrazione e sulla storia dell’esercito nelle fabbriche e nelle strade sembra di sentire il nazi-leghista Borghezio o un deputato di An/Pdl qualunque che loda la razzistissima Bossi-Fini a Porta a porta e chiede (non so voi, ma a me viene in mente Ignazio La Russa) la massiccia presenza dei carabinieri nelle strade delle città (e magari le ronde, perché quando ce vo ce vo! E digiamogelo!, come direbbe il buon vecchio Ignazio), non tanto per garantire la sicurezza del cittadino ma per reprimere ogni dissenso sociale, armonizzando (in senso interclassista, e che diamine! E sempre nel rispetto della tradizione ecclesiastica di Santa Madre Russa!) la società, proponendo una sorta di caserma a cielo aperto. La scelta stalinista di allearsi col clero ortodosso – infiltrato da agenti dell’Nkvd, per manovrarlo meglio, a patto che vi fosse l’appoggio al disegno stalinista – con lo scoppio della Grande Guerra Patriottica (ci si soffermi sul contesto storico) era strumentale al mantenimento di un consenso che poteva scemare dopo l’eliminazione dei dissidenti interni fra i quadri del Pcus e dell’Armata rossa e dopo i fallimenti delle politiche di collettivizzazione forzata, specie di fronte all’attacco nazista e per paura dell’isolamento da parte delle democrazie liberal-borghesi. Idem per lo sdoganamento di scelte “conservatrici” in ambito familiare, come sul divorzio, sull’aborto, ecc. Tutto fa brodo pur di mantenere il potere, anche elogiare lo zar Pietro il Grande e finanziare i film di Eisenstein su Ivan il Terribile. Specie se poi si predica l’ateismo e il materialismo storico subito dopo aver sconfitto Adolf Hitler. Ecco perché Stato & Potenza, proponendo questo ibrido “socialismo” depurato da Marx, si autosmaschera da sola, dato che socialismo è sinonimo di uguaglianza, di giustizia sociale, di “messa in comune” dei mezzi di produzione («“Comunismo” – scrive Preve – significa, […] in primo luogo “mettere in comune”, ossia mettere in comunità il sapere, il potere e quindi anche il reddito e il consumo»),[18] di fine dell’accumulo di capitale con l’eliminazione del concetto di plusvalore, di sano internazionalismo, di lotta di classe anticapitalista e antimperialista, altro che i militari “socialisti” che pattugliano le fabbriche «per garantire il corretto svolgimento dell’attività lavorativa»! Dove sono questi punti nel programma bonilauriano? Voler sembrare «compagni» a tutti i costi: questo è l’ironico. Loro deprecano l’imperialismo solo ed esclusivamente quando è targato star & strips e quando fa sventolare la bandiera con la stella a sei punte di David. Confondere l'”antimperialismo” con l'”antiamericanismo” è fuorviante o è segno di voler mistificare e cambiare le carte in tavola, specie se si ignora che l’imperialismo, come scriveva Lenin, è “una fase del capitalismo” globale, tout court, e non un paese più aggressivo e guerrafondaio di altri. L’appoggio a realtà antiamericane come la Russia di Putin, la Siria di Assad o la Corea di Kim Il Sung (che ormai è comunista come io sono marziano) non dev’essere – come avviene coi gruppi realmente rosso-bruni – fine a se stesso, ma dev’essere strumentale alla logica antimperialista e anticapitalista. Lenin non rientrò forse in Russia, facendo così la Rivoluzione, con l’appoggio dei tedeschi? Non andò al governo facendo l’alleanza fra trono, altare, partito e tradizioni cristiano-ortodosse, magari baciando le icone e sollevando le sottane ai pope!


[1] S. Ferrari, Crescono in Italia piccole ombre rossobrune, in il manifesto, 15 maggio 2012.

[3] S. Ferrari, Crescono in Italia piccole ombre rossobrune, cit.

[4] Cfr. S. Ferrari, I denti del drago. Storia dell’Internazionale nera tra mito e realtà, Pisa, BFS edizioni, 2014, p. 72.

[5] http://www.comunismoecomunita.org/?p=3197. Il corsivo è mio. Cfr. anche Elezioni in Francia e in Grecia. L’Europa, la sinistra e il neo-liberalismo; l’estrema destra e il fenomeno Marine Le Pen (alcune note critiche in risposta alle recenti valutazioni di Costanzo Preve sulle elezioni francesi), in http://www.comunismoecomunita.org/?p=3221. Moreno Pasquinelli su tale argomento scrive: «Qual’è l’asse del ragionamento di Preve? Come giustifica la sua pittoresca posizione? Lo si può solo evincere (dal suo scritto) poiché, come a Preve capita spesso, in preda ad un malcelato narcisismo filosofico, la tira per le lunghe e finisce per dimenticare il punto di partenza, e quindi di arrivo. Questo punto è presto detto: la sovranità nazionale. Contro la globalizzazione imperialistica Preve, giustamente, difende una prospettiva sovranista. Il sovranismo nazionale di per sé, se non è una convenzione semantica, è solo un concetto che, calato nella pratica, può assumere diverse forme, e alle forme corrispondono diversi contenuti. Il sovranismo può essere revanchista, reazionario, sciovinista, razzista, fascista e imperialista, come appunto quello del Fronte Nazionale francese, o può essere, al contrario, antimperialista, socialista, internazionalista e rivoluzionario. Tra i più accaniti sovranisti, ad esempio, si annoverano nord-americani e israeliani, di cui speriamo Preve non nutrirà alcuna ammirazione — e che non vorrà, per una tarda infatuazione di matrice idealistica dello Stato-nazione, porre sullo stesso piano dei patriottismi cubano o palestinese. Ma tant’è. Ingabbiatosi da solo nell’astratto teorema ideologico della “fine della dicotomia destra-sinistra”, Preve commette il grave errore di non fare più alcuna distinzione qualitativa tra il nazionalismo di un popolo oppresso e quello di un popolo oppressore (Lenin). Finisce per cancellare ogni differenza, non diciamo di classe, ma anche ideale e culturale. Chiuso nel suo universo concettuale, egli non vede più il poliverso reale, e finisce per cancellare l’opposizione antagonista tra sovranismo imperialista (alle Le Pen) e sovranismo antimperialista (per capirci alla Castro, alla Chavez o alla Hezbollah). Finisce insomma per confondere la cacca con la cioccolata. Finisce anzi, e ciò aggrava la sua posizione, col patetico tentativo di spacciare il letame sciovinista imperialista e islamofobo lepenista, come fosse un chavismo alla francese». M. Pasquinelli, Marine Le Pen e le pene di Costanzo Preve, in http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2020:francia-votare-per-il-front-national&catid=125:francia. Il corsivo è mio.

[6] Cfr. G. Chiesa, Cronaca del golpe rosso, Milano, Baldini & Castoldi, 1991.

[7] C. Mutti, dichiarazione rilasciata a M. Montanari, Parma, 23 dicembre 1996, ora in G. A. Zjuganov, Stato e potenza, a cura di M. Montanari, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 1999, p. 12.

[8] Cfr. F. Venturi, Il populismo russo, 3 voll., Torino, Einaudi, 1952.

[10] Cfr. C. Cernigoi, Fenomenologia di Lorenzo Salimbeni, in La nuova alabarda, dicembre 2012.

[11] J.-R. Debbaudt, intervista pubblicata in Aa. Vv., Léon Degrelle fascista per Dio e per la patria, Cusano Milanino, Società Editrice Barbarossa, 1999, p. 57.

[13] Cfr. inoltre Stato e Potenza esalta la Grande Russia e il tradizionalismo ortodosso, http://www.fascinazione.info/2012/06/stato-e-potenza-esalta-la-grande-russia.html

[14] Su Strasser rimando a M. Ingrassia, La sinistra nazionalsocialista. Una mancata alternativa a Hitler, Siena, Edizioni Cantagalli, 2011 e O. Strasser, Hitler segreto. Le rivelazioni del capo del Fronte Nero, Roma, De Luigi, 1944. Cfr. inoltre l’articolo del nazionalbolscevico Ch. Bouchet, Otto Strasser, portrait d’un résistant allemand, http://www.voxnr.com/cgi-bin/cogit_print/pf.cgi.

[15] Cfr. A. Gramsci jr., I miei nonni nella Rivoluzione. Gli Schucht e Gramsci, Roma, Edizioni Riformiste, 2010, foto a p. 147.

[16] E’ il caso del napoletano Edmondo Peluso, vittima dello stalinismo accusato ingiustamente di trockijsmo, lui, cittadino del mondo nel senso più internazionalista possibile, che fu uno dei fondatori del Pcd’I, amico della Rosa Luxemburg, di Karl Liebknecht, di Jack London, di Lenin (che lo lodò in alcuni suoi scritti), di Laura Marx, di Kautsky, ecc., antifascista militante e antimilitarista. Cfr. D. Gnocchi, Odissea rossa. La storia dimenticata di uno dei fondatori del Pci, Torino, Einaudi, 2001.

[18] C. Preve, Elogio del comunitarismo, Napoli, Controcorrente, 2006, p. 60.

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Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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2 comments on “A proposito di Stato & Potenza, un contributo di M.L. Andriola
  1. andrea carancini ha detto:

    testo interessante, dove leggo solo una cosa su cui dissentire immediatamente: che Otto Strasser era “nazista”. no! era socialista e finì col diventare antifascista (anche se proveniva dalla sinistra nsdap).

  2. Christian0 ha detto:

    Volendo installare anche un climatizzatore in camera da letto devo necessariamente richiedere l aumento di potenza da 3 a 4,5 kw?

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