Quando il giudice comprende le ragioni della traiettoria di morte

[La recensione del libro scritto dal giudice Guicciardi sul processo d'appello milanese a diversi spezzoni del partito armato]

"Alla fine del processo parlerò con il vostro linguaggio". 
ProcessoL'ammissione -paradossale ma comunque imbarazzante- è del presidente della corte di Assise di Appello di Milano, Luigi Guicciardi, che conduce gli interrogatori nel processo di secondo grado ai militanti di Prima linea, dei comitati comunisti rivoluzionari e di altre sigle minori del movimento rivoluzionario degli anni settanta. Ora una stringata silloge degli atti del processo, con una breve ma esauriente introduzione del magistrato, è stata pubblicata in un volume e si offre alla nostra riflessione in un momento di preoccupante ritorno del fenomeno terroristico.
Il rapporto tra il magistrato e gli imputati -nella stragrande maggioranza dissociati della lotta armata- è di viscerale coinvolgimento e di autentica passione umana. Il giudice si spinge a riconoscere e si impegna a voler comprendere le ragioni politiche e umane -sistematicamente negate nell'infuriare dello scontro negli anni di piombo- della traiettoria di morte che ha segnato la vita di centinaia di giovani che non avevano intenzione di costruire la nuova società sul terrore ma che pure sono stati trascinati, con gravissimi costi umani, in una tragica spirale omicida.
Nel processo inquisitoriale -della tradizione controriformistica alla variante totalitaria moderna in epoca staliniana- la dialettica del giudice-imputato non è tesa alla definizione di colpevolezza o di innocenza del reo, ma alla riconquista, da parte del potere, del dominio pieno e incontrollato della personalità dell'eretico: il reato nei processi inquisitoriali è sempre ideologico ed eventuale e non necessariamente effettuale.
Nell'Italia degli anni di piombo -ahi, Holderlin, che ti hanno fatto: il piombo dei cancelli delle carceri è diventato quello dei proiettili- questa particolare degenerazione del diritto positivo ha trovato una sua nuova ed inquietante fenomenologia nei processi d'emergenza. Qui i dissociati si consegnano -armi e bagagli- al nemico vincitore e ricostruiscono la propria vicenda politica e giudiziaria ad usum delphini.
Se infatti nel fenomeno dei pentiti il rapporto mercantile è chiaro (tradimento vs. impunità) -e del resto la figura di Giuda non è un invenzione propagandista dell'antisemitismo cristiano -la figura del dissociato è un'invenzione tipica di una cultura giuridica impregnata della tradizione gesuistica e controriformista.
In realtà il rapporto è più complicato. Ai dissociati lo Stato riconosce una dignità morale -e quindi una ratio politica- che non è possibile attribuire alle figure "infami" e impopolari dei traditori. E finisce quindi con l'ammettere proprio quella politicità del delitto che per anni si è affannata a velare.
Che poi dentro questa dialettica si confrontino persone umane, con le loro passioni, le loro convinzioni è naturale. Il giudice Guicciardi è divorato da un'autentica passione civile -ed è infatti calorosamente impegnato nell'opera di recupero sociale dei detenuti, proprio in nome di quello stesso reietto dettato costituzionale che prevede il carattere non afflittivo della pena.
Cosi` il processo è teso piuttosto -né del resto c'era gran bisogno di un effettuale accertamento dello svolgimento dei fatti trattandosi di un giudizio di secondo grado con tanti imputati ammittenti o rei confessi- alla ricostruzione della verità personale degli imputati, al loro tragitto dentro e fuori la lotta armata, a ridar loro voce e al tempo stesso speranza in un processo di comunicazione, di socializzazione, di razionalizzazione della drammatica esperienza del terrorismo.
E cosi, paradossalmente, tra le tante vicende che emergono -dall'ex tossicomane all'ex missionario- alla fine ti resta particolarmente impressa proprio la figura dell'unico dissidente, di Massimo Domenichini che resiste all'omologazione del potere e rifiuta la confessione ostinandosi a negare che la sua identità sia quella che la vicenda poliziesca e giudiziaria ha definito: il terrorista.
IL GIORNALE DI NAPOLI 26 APRILE 88
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