Renato Curcio: Così Mara mi liberò. Ma non eravamo Bonnie e Clyde

Mario Scialoia Per liberarti, il 18 febbraio ’75, i brigatisti guidati da tua moglie hanno conquistato manu militari il carcere di Casale Monferrato: probabilmente la più clamorosa azione di guerriglia urbana compiuta in Italia, per di più senza sparare un colpo. Come è stata ideata e organizzata quell’evasione a mano armata?

Renato Curcio Dopo qualche settimana a Casale riuscii a stabilire un contatto con i compagni esterni…

In che modo?

Non lo posso dire perché il canale passava attraverso persone che non sono state inquisite. Comunque le comunicazioni funzionavano bene. Da fuori mi scrissero che volevano liberarmi e mi chiesero di studiare le diverse possibilità. Il carcere era molto ben attrezzato contro le evasioni classiche, dall’interno: muri spessi, sbarre impossibili da segare, serrature multiple, allarmi. Ma non era altrettanto sicuro rispetto a un attacco dall’esterno: solo tre cancelli per arrivare alle celle, poche ronde armate. Trasmisi queste osservazioni a Margherita aggiungendo che l’ora migliore per un blitz era tra mezzogiorno e l’una, quando mi trovavo all’aria, fuori dalla cella.

La direzione strategica discusse a lungo se fosse opportuno avventurarsi in un’operazione militare così rischiosa. Alcuni compagni, tra cui Fabrizio Pelli, erano contrari: ritenevano più conveniente consolidare l’organizzazione seguendo le vie tradizionali legate alla fabbrica e ai movimenti sociali dei quartieri. Moretti esitava. Margherita si impose spalleggiata da buona parte della colonna di Milano e di quella veneta.

L’azione viene decisa. Con un telegramma in cifra mi comunicano il giorno stabilito: «Il pacco con le maglie di ricambio arriverà domani…». Ma avevano letto male il mio messaggio e, invece di attaccare alle 13, arrivano alle 16: il momento peggiore, quello del cambio di turno, quando le guardie sono il doppio del numero normale e i carcerati chiusi in cella per il controllo. Questa volta però la fortuna mi aiuta.

Quando un detenuto arriva trafelato in corridoio gridando che giù nella rotonda ci sono uomini armati, il controllo nel mio braccio è appena finito e il sorvegliante ha riaperto da pochi istanti la mia cella. Alla notizia le guardie rimangono impietrite, forse temono uno scontro a fuoco generale e non hanno nessuna voglia di rischiare la pelle. A me salta il cuore in gola. Ci siamo, penso, in ritardo, ma ci siamo…

Hai paura?

In momenti così non c’è spazio per la paura. II corpo si carica di adrenalina e l’eccitazione prevale su tutto. Scatto subito – sei mesi di galera mi avevano consentito di raggiungere una forma fisica apprezzabile – mi precipito lungo i venti metri di corridoio, piombo giù dalle scale e mi trovo di fronte al cancello chiuso.

Dall’altra parte vedo Margherita con una bellissima parrucca e cinque o sei compagni vestiti con le tute blu degli operai Sip, i mitra imbracciati e le bombe a mano pronte. Margherita ordina a un appuntato di aprire. L’uomo trema e non riesce a infilare la chiave. Dalle sbarre mi passano una pistola, casomai arrivasse qualcuno alle mie spalle. Finalmente il cancello si spalanca e mi butto fuori. All’esterno dell’edificio ci sono diversi nuclei di compagni che hanno tagliato i fili del telefono e presidiano la strada. Tre macchine sono pronte a partire. Mi infilo nella prima e tutti si disperdono in direzioni diverse. L’operazione si è svolta in modo perfetto, senza nessun incidente e non c’è stato neanche bisogno di sparare un solo colpo.

Quanti brigatisti sono stati mobilitati per questa azione?

Una ventina. E furono usate una quindicina di automobili rubate. Si è trattato di un’organizzazione molto complessa. Ricordo che con il gruppo che mi ha accompagnato nella fuga ho fatto sei cambi di macchina. E ogni punto in cui avveniva il cambio era presidiato da compagni armati.

Quando hai visto tua moglie al di là del cancello che, armi in pugno, guidava il commando venuto a liberarti, cosa hai sentito? 

Una grande felicità, non c’è dubbio. Ma in quegli istanti tutto era mirato all’azione. Bisognava operare rapidamente e con ordine: c’erano tantissime cose urgenti a cui pensare. Alla fine della giornata, con Margherita e un nostro compagno, arrivammo al rifugio prestabilito, una casa sul mare ad Alassio. Allora, finalmente, la tensione si sciolse e potei dare libero sfogo alla mia gioia. E anche alla commozione.

Bonnie and Clyde, o qualcosa del genere, uno scenario da romanzo che nel tuo caso era realtà: il legame con tua moglie è cresciuto ancora dopo averla vista rischiare la vita per te?

Era difficile che potesse crescere perché nel mio immaginario amoroso Margherita è sempre stata collocata molto in alto. Vorrei però che fosse chiara una cosa. Quell’azione può anche essere considerata sotto l’aspetto personale e romantico, ma in sostanza è stata un’azione politica in applicazione di uno dei principi cardine della lotta armata: la liberazione dei prigionieri. E il mio caso non è stato unico: anche Ulrike Meinhof ha liberato il compagno Andreas Baader. D’altronde, il piano studiato da Margherita e dalle Br non prevedeva solo l’assalto alla prigione di Casale, ma anche l’evasione di Franceschini dal vecchio carcere di Cuneo. Doveva avvenire la sera prima e svolgersi nel modo più tradizionale. Lui, dopo aver segato le sbarre del cancello, avrebbe trovato un’auto con tre compagni ad aspettarlo. Purtroppo un detenuto diede l’allarme quando la strada era già aperta e il povero Franceschini fu bloccato sul più bello.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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