8 settembre 1974, Renato Curcio ricostruisce l’arresto suo e di Franceschini

L’8 settembre 1974, grazie all’infiltrazione di Silvano Girotto, accreditatosi come frate guerrigliero in America Latina, i Carabinieri arrestano Renato Curcio e Alberto Franceschini, due dei leader più importanti dell’organizzazione combattente. Anni dopo Franceschini ne farà il perno di una campagna di discredito nei confronti di Mario Moretti, che non era riuscito a trasmettere loro il preallarme lanciato dai compagni sul fatto che fosse un appuntamento trappola. Renato Curcio nel libro intervista con Mario Scialoja “A cuore aperto” ricostruisce così la vicenda

Domenica 8 settembre 1974, al passaggio a livello di Pinerolo, i carabinieri ti arrestarono assieme a Franceschini. Eravate caduti nella trappola di un infiltrato, Silvano Girotto, alias «Frate Mitra». Come è successo e di chi fu la colpa?

La maggiore responsabilità credo sia stata mia: un po’ di ingenuità, un po’ di disattenzione e una certa sfortuna. Se avessi osservato le regole di sicurezza che avevamo stabilito le cose non sarebbero andate in quel modo.

Il clamore del sequestro Sossi ebbe due conseguenze. Da una parte, la polizia si decise a darci la caccia più seriamente e con metodi più sofisticati. Dall’altra, il successo di immagine ottenuto con quell’azione ci fece arrivare valanghe di richieste di adesione alle Br. Decidemmo così una pausa delle attività armate e alcuni di noi partirono per allargare gli orizzonti dei nostri collegamenti in giro per l’Italia.

In quel clima di euforìa e di baldanza ricevetti da ambienti sindacali di fabbrica insistenti richieste di stabilire un contatto con Girotto. Il quale, nelle interviste concesse a vari giornali, non si limitava a vantare le sue esperienze di frate guerrigliero in Sud America, ma lasciava trapelare un’esplicita ammirazione per la nostra organizzazione. In un primo tempo non diedi peso alla cosa. «Frate Mitra» era veramente l’ultimo dei miei problemi. Le pressioni però continuarono e alcuni amici mi dissero: «Guarda che gli devi parlare, gli devi dire di non fare l’apologia delle Br in pubblico, perché crea imbarazzo…».

Consultai gli altri. Margherita, confermando il suo sottile intuito, era decisamente diffidente: secondo lei c’era puzza di bruciato e incontrare Girotto poteva essere pericoloso. Franceschini era esitante. Io, francamente, non percepii nulla di sospetto. Decidemmo che avrei visto Girotto assieme a Moretti, in modo che anche lui potesse rendersi conto di che tipo era.

Allora vai con Moretti all’appuntamento: dove?

In Piemonte, nella zona di Pinerolo. Ma non andai solo con Moretti. Per sicurezza portammo una quindicina di compagni bene armati che presidiarono il luogo dell’incontro. E quella prima volta non ci furono problemi. Lui arrivò come prestabilito, lo caricammo in macchina e lo portammo in montagna. Ci disse che voleva lavorare con noi e offrì di mettere a nostra disposizione la sua pratica di guerrigliero andino. Gli rispondemmo che le sue esperienze potevano anche interessarci, ma soprattutto lo invitammo a una maggiore cautela. E fissammo un secondo appuntamento per l’8 settembre, sempre a Pinerolo, dove ero stato da bambino e di cui conoscevo ogni angolo e sentiero.

Da quell’incontro Moretti trasse l’impressione che Girotto fosse sincero e che, forse, avrebbe potuto esserci utile. Io non avevo nessuna idea precisa, ma neanche particolari sospetti. Stabilimmo di non introdurlo nell’organizzazione, ma di aprire con lui un rapporto interlocutorio proponendogli di affittare per suo conto una casa sicura dove avrebbe potuto esporre con calma a qualcuno di noi le conoscenze che sosteneva di avere acquisito nella pratica della lotta armata.

Hai fatto questa proposta a Girotto?

No, perché quella domenica 8 settembre il nostro incontro dura due o tre minuti. Sentivo che c’era qualcosa che non andava, mi avevano insospettito alcune macchine, certe facce… Insomma, appena arriva, gli dico che ho fretta e che ci saremmo rivisti a Torino. Lui non discute e ci salutiamo.

Riprendo l’auto e passo a prelevare Franceschini nel bar dove lo avevo lasciato. Non era previsto che Alberto venisse all’incontro: gli avevo chiesto io di accompagnarmi nel viaggio in macchina per poter continuare a discutere del documento a cui stavamo lavorando. Quella è stata una mia imprudenza: se fossi andato da solo ovviamente non ci avrebbero preso in due, ma probabilmente la trappola non sarebbe neanche scattata. E un’altra mia leggerezza è stata quella di non farmi scortare a distanza da un gruppo di compagni, come era successo nel primo incontro.

Fatto sta che uscendo dall’abitato di Pinerolo imbocco una stradina di campagna ritenendola più sicura della provinciale. A un certo punto arrivo a un passaggio a livello chiuso e mi devo fermare dietro a un camioncino. Per qualche attimo non succede niente. Poi sopraggiunge veloce una macchina che ci tampona leggermente. Io mi incavolo: «Ma guarda questi stron…». Non ho il tempo di finire l’imprecazione che in un baleno saltano fuori dieci-quindici uomini in civile con le pistole in pugno. Siamo circondati. Dal finestrino aperto uno mi punta l’arma alla testa e sibila: «Non muoverti, siamo carabinieri». Io metto le mani bene in vista sul volante e non fiato. Franceschini invece riesce ad aprire uno sportello e comincia a urlare «i fascisti, i fascisti…», ma viene messo a tacere con un paio di cazzotti.

A cosa pensavi mentre ti catturavano?

Per qualche attimo ho avuto una certa paura di rimetterci la pelle perché al giovane che mi puntava la pistola tremava pericolosamente la mano. Poi mi sono reso conto che quelli erano davvero carabinieri e che ci avevano fregato: non c’era più niente da fare.

Lì per lì non capii che Girotto era stato l’artefice del tranello. Guarda che sfortuna, per colpa di quello scemo che si è fatto seguire ci hanno beccato, pensai. Mi arrabbiai con me stesso per aver sottovalutato le norme di sicurezza e non aver dato ascolto alle sagge intuizioni di Margherita.

Ma subito mi entrò in testa un chiodo fisso: tentare in qualsiasi modo di tagliare la corda.

Hai più rivisto Girotto?

No, ma diciotto anni dopo, nell’estate ’92, mi ha scritto una lunga lettera in cui mi diceva di essere molto colpito dal fatto che stessi ancora in galera. Spiegava che lui veniva dal Cile con un fortissimo astio nei confronti dei «rivoluzionari» e che riteneva suo dovere contribuire a sconfiggere ciò che in Italia le Br rappresentavano. Ma aggiungeva che, dopo tanto tempo e dopo che la lotta armata è ormai definitivamente sepolta, la mia interminabile carcerazione gli creava qualche problema di coscienza.

Questo vostro arresto ha suscitato polemiche all’interno delle Br. Franceschini sostiene che «poteva essere evitato» perché qualcuno tentò di avvertirti che l’appuntamento con Girotto era un tranello. E l’episodio ha anche suscitato pesanti sospetti nei confronti di Moretti che si sarebbe comportato in modo ambiguo non avvisandoti del messaggio di pericolo. Hai un’idea chiara di come andarono davvero te cose?

Negli anni successivi ho condotto una serie di indagini per capire la meccanica della vicenda e mi sono convinto che Moretti non è responsabile di colpe più gravi di quelle da addebitare a una certa sbadataggine e smemoratezza.

I fatti che ho accertato sono i seguenti. Cinque giorni prima della nostra cattura, il lunedì 2 settembre, Enrico Levati, un medico di Novara molto ingenuo che aveva rapporti periferici con le Br, riceve una misteriosa telefonata: «Avverti Curcio di non andare all’appuntamento con Girotto, è una trappola…». Levati, che non ha modo di entrare in contatto diretto con noi, va a Milano e comincia a battere il tam-tam negli ambienti della Pirelli e della Siemens. Il messaggio arriva a Moretti tra giovedì e venerdì. Ma lui non ritiene necessario agire subito perché sa che io e Franceschini stiamo lavorando a un certo libricino in una casa di Parma e che da quel posto non mi sarei mosso fino a sabato notte o domenica mattina. Pensa dunque di venire ad avvertirmi nella giornata di sabato.

Di che «libricino» si trattava?

Avevamo compiuto un’incursione negli uffici milanesi di Edgardo Sogno impadronendoci di centinaia di lettere e elenchi di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e dei carabinieri: insomma tutta la rete delle adesioni al cosiddetto «golpe bianco» preparato dall’ex partigiano liberale con l’appoggio degli americani. Giudicavamo quel materiale esplosivo e lo volevamo raccogliere in un documento da rendere pubblico. Purtroppo avevamo tutto il malloppo con noi al momento dell’arresto e così anche quella documentazione preziosa finì in mano ai carabinieri.

Qualche anno dopo, al processo di Torino, chiesi al presidente Barbaro di rendere noto il contenuto del fascicolo che si trovava nella mia macchina quando mi arrestarono e lui rispose imbarazzato: «Non si trova più… Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari». E la cosa finì lì. Sarebbe stato interessante invece sapere qualcosa di più su quella sparizione.

Torniamo al giallo della tua cattura: perché Moretti non ti avverte del pericolo?

Tenta di farlo, ma non ci riesce. Arriva a Parma sabato pomeriggio quando noi eravamo già partiti. Infatti io, che dovevo essere a Pinerolo domenica mattina, non avevo voglia di fare tutta una tirata in macchina e avevo preferito tornarmene a Torino nel pomeriggio di sabato. Da lì sarebbe stato più agevole raggiungere il luogo dell’appuntamento la mattina seguente. E avevo chiesto a Franceschini di accompagnarmi.

Moretti dunque non ci trova e non sa più bene che fare. Tenta di rintracciarmi nella mia casa di Torino, dove era venuto una volta, ma non ricorda l’indirizzo e neppure come fare ad arrivarci. Allora prova a ripescare Margherita, che doveva trovarsi in un’altra casa, ma anche lei era appena partita per non so dove. Come ultima possibilità convoca, in piena notte di sabato, un gruppo di compagni di Milano e gli dice di creare dei «posti di blocco» sulle strade tra Torino e Pinerolo: per fermarmi e avvertirmi. Sapeva che ero su una Millecento targata Bologna. Non sapeva però che non viaggiavo sulle strade statali, ma su strade bianche e percorsi miei che non rivelavo a nessuno.

Dunque tutti i tentativi di raggiungermi vanno a vuoto. Così la trappola annunciata scatta e finisco nelle braccia dei carabinieri.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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