Rileggere i Promessi Sposi per capire la strage di Piazza Fontana

di Andrea Carancini
Membri del futuro Circolo 22 marzo

 

Devo assolutamente raccontare una storia che mi è capitata mesi fa. Eravamo all’inizio dell’anno: un amico – che è un noto giornalista d’inchiesta – mi invia per email le foto, fino ad allora inedite su Internet, dei locali romani del famigerato Circolo 22 marzo (quello dei finti anarchici Merlino e Valpreda) . “È un regalo”, mi dice: “pubblicale pure sul tuo sito”.
Il regalo in questione mi fa tornare in mente che avevo da diversi mesi nel cassetto un – importante – articolo di Vinciguerra proprio sul detto Circolo, che mi ero dimenticato di pubblicare.
Riguardo alle foto inedite, una su tutte mi colpisce: l’ultima, quella col disegno sul muro di quello strano personaggio sul cui cappello è stampata la lettera A (anarchia) e che reca in mano una bomba. Quello accompagnato da un fumetto con il seguente messaggio: “NO ALLA CULTURA”.
Un particolare, soprattutto, non cessa di intrigarmi: il fatto che il detto personaggio indossi, oltre al poncho, anche una gorgiera[1], il tipico colletto pieghettato indossato dagli aristocratici del ‘500-‘600.
Che c’entra la gorgiera con un bombarolo (presuntamente) anarchico?
Ne riparleremo tra breve.
Curiosamente, proprio in quel periodo, mi rivedo in dvd I promessi sposi[2], lo storico sceneggiato RAI del 1967: uno dei grandi sceneggiati della grande RAI dell’epoca.
Mentre guardo l’episodio su Renzo che, a Milano, viene condotto all’osteria dopo l’assalto ai forni del pane, sobbalzo: è l’episodio (corrispondente al capitolo 14° del romanzo) in cui Renzo viene circuito da Ambrogio Fusella, il falso spadaio – e vero bargello (sbirro) – che lo invoglia a bere per carpirne le generalità.

 

Renzo trascinato all’osteria da Ambrogio Fusella

 

Ma questo, mi dico, sembra l’antenato dei Merlino e dei Valpreda di Piazza Fontana: a quanto pare, già nella Milano del ‘600 esisteva la figura dell’agente provocatore (oltretutto, nello sceneggiato Ambrogio Fusella è barbuto proprio come Mario Merlino)!
Mi vado a rileggere il romanzo, e verifico che la somiglianza con il modus operandi dei finti anarchici sessantottini non solo c’è ma è addirittura sconcertante.
Chi ha letto il capolavoro del Manzoni, Ambrogio Fusella se lo ricorderà certamente: è quello che accosta Renzo, dopo il discorso in piazza tenuto dal giovane, con le fatidiche parole:
«Son qui io a servirvi, quel bravo giovine … Conosco appunto un’osteria che farà al caso vostro; e vi raccomanderò al padrone …».
Quello stesso che, una volta all’osteria, per farlo parlare, si mette a fare quel discorso che oggi si direbbe “di sinistra”:
«Eh! Se comandassi io,» disse, «lo troverei il verso di fare andar le cose bene … vorrei che ci fosse pane per tutti; tanto per i poveri, come per i ricchi … Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero campare. E poi, distribuire il pane in ragione delle bocche: perché c’è degli ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa raffa, pigliano a buon conto, e poi manca il pane alla povera gente.»
Quello che poi lo fa arrestare dagli sbirri come pericoloso delinquente …
Sembra il ritratto, con tre secoli di anticipo, dei Merlino e dei Valpreda, che accostano i compagni con discorsi “di sinistra” e poi li mettono nei guai[3]!
Confrontate, ad esempio, il detto capitolo manzoniano con i passaggi riguardanti Mario Merlino da me già pubblicati nel post Mario Michele Merlino, l’infiltrato per antonomasia:
e in particolare l’ultimo, quello sulla manifestazione di piazza del 1964, in cui Merlino era “impegnato nell’indicare alla polizia gli studenti da inseguire e manganellare”.

 

Mario Merlino in ona foto d’epoca

 

A questo punto sorge una domanda: ma perché, nel romanzo manzoniano, un acuto osservatore (e delatore) come Ambrogio Fusella se la prende proprio con Renzo, che era un bravo ragazzo, e trascura le eventuali frange violente del movimento?
Anche in questo I promessi sposi si rivelano di un’attualità sconcertante: perché, ancora oggi, il potere si comporta esattamente così. Non solo – da piazza Fontana in poi – nei cosiddetti “anni di piombo”, ma anche in episodi molto più recenti, come nel G8 di Genova o nella manifestazione romana degliindignados di due anni fa …
A essere prese di mira sono innanzitutto le frange non socialmente pericolose: i veri delinquenti, invece, vengono allevati e tendenzialmente protetti. Li si sbatte dentro solo quando non se ne può più fare a meno (e, quando si può, li si “redime” e recupera: vedi la storia di pluriergastolani come Mambro e Fioravanti o di certi esponenti delle Brigate rosse e di Prima Linea …).
Perché l’esempio dei contestatori civili, come il Renzo manzoniano, potrebbe essere contagioso …
Torniamo ora all’enigmatico disegno di cui parlavamo all’inizio: Paolo Cucchiarelli mi dice essere opera di “Anna Bolena”, un famigerato informatore/provocatore dell’epoca.

 

L’emblematico “murales” del Circolo 22 marzo
La sua caratteristica è quella di essere composto di elementi eterogenei solo all’apparenza, ma che in realtà costituiscono una sorta di ideogramma del perfetto provocatore: il poncho, la gorgiera e il cappello.
Il poncho, indumento tradizionale dell’America latina, è da sempre emblema dei colonizzati e degli sfruttati del medesimo continente (e, per estensione, dei poveri di tutto il mondo): in questo caso costituisce l’apparenza di “sinistra” del provocatore.
La gorgiera invece sta a significare: a parole stiamo con gli sfruttati, ma nei fatti lavoriamo per mantenere (e per estendere) i privilegi dei dominanti.
Certo, è curioso che i neofascisti dell’epoca abbiano pensato proprio alla Spagna coloniale, come simbolo del potere (anche se è noto che la Spagna di Franco fu un punto di riferimento per tutti costoro): non escludo che “Anna Bolena” si sia ispirato proprio allo sceneggiato di Bolchi, che in quegli anni ebbe un enorme successo!
Da notare anche il cappello, che assomiglia proprio al tipico cappello a punta del mago: ecco, tra i corsi e i ricorsi della storia, proprio la magia e l’esoterismo potrebbero essere visti come l’elemento – il valore aggiunto – che differenzia i moderni agenti provocatori dal manzoniano Fusella. È ben noto infatti, seppur solo agli addetti ai lavori, l’importanza dell’esoterismo nella formazione dei neofascisti atlantici “di servizio” (come li ha definiti Vinciguerra).
Quanto al messaggio “NO ALLA CULTURA”, è chiaro che uno degli strumenti per mantenere (e estendere) i privilegi dei dominanti è proprio quello di impedire la crescita culturale complessiva della nazione, che renderebbe evidenti (e insopportabili) a tutti i detti privilegi.
Questo è, purtroppo, il lascito più persistente dei vecchi arnesi della strategia della tensione, come si vede dalla politica dei tagli alla cultura dei governi degli ultimi decenni, anche dei più recenti.

 

Rimane da dire della “A” (anarchia) che campeggia nel detto cappello: erano davvero “anarchici” personaggi come Merlino e Valpreda?

La domanda non è retorica: certo, non erano anarchici nel senso comune (e onesto) che si da al termine in questione ma, sia pure a modo loro, lo erano. In che senso? Nello stesso senso in cui Pasolini definiva “anarchico” il Potere: il Potere è anarchico “perché fa quello che vuole” (compresi gli omicidi e le stragi, come quella di Piazza Fontana).
FONTE: FRAMMENTI DI REALTA’
BY SCOOP.IT
Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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3 comments on “Rileggere i Promessi Sposi per capire la strage di Piazza Fontana
  1. giulio ha detto:

    scusa ugo, ma c’è una cosa nella ricostruzione di carancini che mi lascia perplesso: il personaggio raffigurato nel murales esaminato nel dettaglio non è anarchik (http://ita.anarchopedia.org/Anarchik), il fumetto nato sulle pagine di “a – rivista anarchica” ?

    guardando in questa galleria http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/?nr=305&pag=anarchik.htm quella che è la sua prima apparizione ufficiale (la copertina dell’opuscolo “chi sono gli anarchici”, stampato nel ’66, quindi circa due anni prima della nascita del circolo “xxii marzo”) direi che è proprio lui, e che quella che per nel murales sembra una gorgiera in realtà è la sua barba.

    • andrea carancini ha detto:

      l’osservazione del lettore è pertinente ma, per esempio, anche il cappello sembra lo stesso ma è leggermente diverso: a volte, certi personaggi possono cambiare di segno pur sembrando gli stessi (come gli agenti provocatori, che SEMBRANO compagni ma non lo sono sono..).

  2. glianni70 ha detto:

    Ci sono molte inesattezze e alcune menzogne belle e buone nell’articolo. Una tra tutte tanto per capire com funziona la disinformazione di cui Carancini è maestro:
    “Anna Bolena” non ha nulla a che fare con il disegno sul muro del 22 marzo: fu eseguito materialmente dal compagno Emilio Bagnoli, ispirato da alcuni disegni già da anni circolanti in volantini e stampe anarchiche. Anche due emeriti cretini come Cucchiarelli e Carancini avrebbero potuto fare una semplice ricerca in internet per sapere la storia di quel personaggio raffigurato.

    Ad esempio andando a http://anarchicipistoiesi.noblogs.org…leggiamo questa storia:

    “Anarchik, figura auto-ironica, nata a Milano (e Torino) alla metà degli anni Sessanta ha avuto un notevole successo d’immagine, negli ambienti libertari, dapprima come fumetto e poi come personaggio di volantini, T-shirt…soprattutto in Italia e negli anni Settanta ma anche in altri Paesi e sporadicamente fino ai nostri giorni. Questa è la sua veridica storia, scritta dal suo primo autore, responsabile del personaggio fino ai primi anni Settanta, sostituito poi da autori anonimi più o meno fedeli nell’immagine e nello spirito.

    Anarchik è forse il primo tentativo di dare alla propaganda anarchica un tono meno paludato e serioso di quello tradizionale, almeno dal dopoguerra in poi. Sua madre quindi è certa, l’anarchia. Il disegnatore è Roberto Ambrosoli, anarchik nasce all’epoca del depliant “Chi sono gli anarchici”, prodotto nel 1966 dal gruppo Gioventù Libertaria di Milano. Qui, a corredo dello scritto, compare un tizio già dotato di quegli elementi che poi caratterizzeranno il personaggio, cappellaccio a falda larga e ampio mantello, il tutto rigorosamente nero, come nera è la mise (non chiaramente definita) che sta sotto.

    Lo stile del disegno è di evidente derivazione fumettistica, sintetico ed essenziale nel tratto, molto contrastato, un po’ “americano” ma ancora tendenzialmente “naturalistico”, nel drappeggio del mantello, nei pantaloni spiegazzati, nelle scarpe deformate da piedi fuori misura. L’approccio è comunque caricaturale, e ironizza sullo stereotipo anarchico della vulgata reazionaria: sotto il cappellaccio il tizio esibisce un nasone e una barba mal curata (altri elementi destinati a rimanere, in seguito) e guarda il lettore con un sorrisetto complice, estraendo dal mantello parzialmente aperto il gadget tipico dell’anarchicità banalizzata, la bomba. Una bomba “classica” e dunque antiquata, sferica, anch’essa nera, con tanto di miccia già pericolosamente accesa e relativo filo di fumo.Dopo l’esordio su Il Nemico dello Stato, Anarchik, vive nel 1968 e nel 1969 una vita precaria su volantini e opuscoletti (ma anche su manifesti seriografati), per approdare poi, nel 1971, sulle pagine di A-Rivista anarchica, dove rimane più a lungo, con una presenza all’inizio relativamente stabile e la funzione, nelle intenzioni del disegnatore, di fare del semplice “umorismo libertario”. L’impostazione del fumetto si fa leggermente più complessa, evolvendo dalla singola striscia al modello a nove vignette (tre file di tre) e grazie alla maggiore disponibilità di spazio le storie diventeranno meno verbali e più dinamiche. Vi compare, a volte, un tipico “antagonista-vittima”, il prete, grasso e un po’ patetico (niente a che vedere con gli omoni grotteschi e bestiali de L’Asino), che fugge con la tonaca alzata di fronte alla minaccia della bomba di Anarchik.

    Tale periodo spensierato termina presto. Il maggio ’68, la strage di Stato e tutto ciò che ne segue, impongono un atteggiamento più consapevole e il nostro si dedica, sempre a modo suo, a commentare o sottolineare aspetti considerati importanti di quanto va accadendo. Si sveglia da un incubo in cui alcuni leader rivoluzionari svelano le proprie intenzioni autoritarie (allusione a certe componenti marx-leniniste delle lotte studentesche e operaie), oppure si presenta alla polizia munito di certificato medico, per giustificare con motivi di salute l’esigenza di essere interrogato a finestre chiuse (allusione al volo di Pinelli dalla finestra della Questura milanese).

    E’ la fase certamente più intensa della vita pubblica di Anarchik, durante il quale l’accresciuto impegno politico determina la scomparsa della bomba, dimenticata in giro, o nascosta nell’attesa di tempi migliori, come preferite. In un momento segnato dalla ricorrente presenza di altre bombe, non anarchiche e assolutamente non umanitarie, l’uso di un simile strumento per scopi ludici appare inopportuno.”

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