Il processo del Circeo e le rivendicazioni femministe

Durante la notte tra il 1º e il 2 ottobre 1975, a Roma, nella via di un elegante quartiere borghese, due donne vengono trovate nel bagagliaio di una macchina, avvolte in un sacco di plastica.

Una di loro è morta, l’altra è gravemente ferita. I carabinieri sono arrivati sul posto un po’ per caso, chiamati da una persona che, non riuscendo ad addormentarsi, aveva sentito il rumore dei lamenti provenire da un’automobile parcheggiata sotto casa.

La sopravvissuta, Donatella Colasanti, ha diciassette anni. Ricoverata d’urgenza all’ospedale, racconta il calvario che ha vissuto insieme all’amica, Maria Rosaria Lopez, una ragazza di diciannove anni.

Un’indagine facile

La polizia può rapidamente identificare i responsabili. Si tratta di Giovanni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, tre ragazzi della Roma bene. Figli dei quartieri chic, Parioli e Trieste, i giovani sono dei neofascisti viziati e corrotti che pensano che tutto sia lecito fin tanto che a subirne le conseguenze siano le donne. Andrea Ghira, il leader del gruppo, aveva addirittura teorizzato il crimine come mezzo legittimo di affermazione sociale.

A prima vista, Giovanni, Angelo e Andrea sono giovani per bene come tanti. L’incontro con Donatella e Maria Rosaria, ragazze di umili origini, è casuale: due chiacchiere scambiate all’uscita di un cinema, una bibita in un locale alla moda dei Parioli, un invito ad andare con loro a una festa a Lavinio. Le ragazze si lasciano convincere facilmente. Chi avrebbe avuto dei sospetti d’altronde, davanti a tanta ipocrisia e messa in scena?

L’incubo dura 24 ore

Ma quando, qualche giorno dopo, salgono in macchina con Giovanni e Angelo, tutto cambia. Invece di essere a Lavinio, si ritrovano in una villa del Circeo. I due ragazzi chiedono a Donatella e Maria Rosaria di mettersi nude per fare l’amore. Di fronte al rifiuto, dopo aver proposto loro dei soldi, le minacciano con una pistola e le chiudono a chiave nel bagno.
Quando Andrea Ghira li raggiunge, l’incubo è appena cominciato. Per più di ventiquattr’ore, le ragazze sono violentate, seviziate e massacrate. Maria Rosaria Lopez viene uccisa. Donatella Colasanti si salva in extremis solo perché, a un certo punto, si finge morta.

La violenza che irrompe nel privato

Quando gli italiani scoprono sui giornali e alla televisione questo fatto di cronaca nera restano sconvolti. Il crimine del Circeo simbolizza l’irruzione della violenza nel privato, ma obbliga anche a riflettere che sarebbe potuto accadere a chiunque: «Potevano essere i nostri figli, i nostri nipoti» dice in un’intervista il sociologo Ferrarotti. La questione è complessa. Non si tratta solo di una contrapposizione di quartieri o di classi sociali.

Ciò che emerge è soprattutto il disprezzo che questi giovani hanno nei confronti delle donne, un’indifferenza glaciale per la loro condizione, la loro sofferenza, il loro destino. Si sono accaniti senza pietà sul loro corpo, come se si trattasse di un giocattolo da «smontare»!

Il processo e le rivendicazioni femministe

L’anno successivo, nel 1976, quando comincia il processo a Latina, diverse associazioni femministe si costituiscono parte civile. Gli imputati vengono riconosciuti colpevoli, ma quello che vogliono le femministe non è solo una condanna per omicidio: le rivendicazioni vertono anche sulla necessità di cambiare le leggi. All’epoca, lo stupro non era ancora considerato un crimine contro la persona. Si esitava quasi a pronunciare questa parola. Si preferiva parlare di violenze sessuali, intese come un delitto contro la morale e il buon costume.

Vent’anni per la nuova legge

Ci sono voluti vent’anni di manifestazioni e proteste perché, nel 1996, fosse finalmente approvata una nuova legge e lo stupro venisse chiaramente definito come un crimine contro la persona. Il «declino dell’impero patriarcale» sembra ormai inesorabile. Eppure, la strada da percorrere per il rispetto delle donne è ancora molto lunga.
Nel febbraio del 1999, la Corte di Cassazione stabilisce che è «impossibile» commettere violenza carnale su una ragazza che indossa i jeans e assolve così un istruttore di scuola guida che era stato condannato in primo e in secondo grado.

Nel febbraio del 2006, sempre la Cassazione decide che una quattordicenne non può aver subito violenza dal patrigno, perché non «illibata»: avendo già avuto delle esperienze, sarebbe dovuta essere in grado di «dominare» un rapporto di questo genere.
La presa di coscienza sul piano sociale e giuridico di fronte alle violenze sessuali e fisiche contro le donne, con la possibilità, per le donne, di sporgere denuncia contro le violenze sessuali, comprese quelle coniugali, è una delle conquiste delle lotte femministe.

FONTE: Michela Marzano, Sii bella e stai zitta

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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