21 settembre 1943: dagli armadi della vergogna le carte della rivolta di Matera

La rivolta di Matera 21.9.1943
Matera ha sempre rivendicato, giustamente, di essere stata la prima grande città del Mezzogiorno a insorgere contro i tedeschi. Napoli lo farà una settimana dopo, il 21 settembre del 1943. L’8 settembre, quando per radio arrivò l’annuncio dell’armistizio, i comandi locali delle forze armate, alcuni per pavidità, altri per volontà collaborazionista, altri ancora nella speranza del quieto vivere, ordinarono la resa. Non tutti, però, subirono: alcuni, come l’allora sottotenente Francesco Nitti, nascosero le armi. Le impugnarono di nuovo il giorno della sollevazione pressoché generalizzata.

Ma i nazisti, comandati dal maggiore von Shulemburg della divisione paracadutisti ‘Hermann Goering’, avevano già fatto 22 vittime civili in città e un numero imprecisato nella campagna, altri due morti si conteranno nella battaglia di liberazione. Dal grosso fascicolo riguardante Matera, ritrovato nell’Armadio della vergogna, fatto di lettere, rapporti, testimonianze – ma curiosamente nessuno si preoccupò di conoscere il nome di battesimo del maggiore – abbiamo tratto due documenti.

Il primo, datato 21 giugno 1945, è a firma dell’allora questore della città dottor E. Lo Nigro. è freddo, distaccato, tipico del burocrate che non vuole prendere posizione. Il secondo è di tutt’altro tipo, vi si coglie l’anima, la voce del popolo.
Il questore scrive alla ‘Commissione provinciale per i crimini di guerra presso la regia prefettura’:

La ricostruzione del questore

I fatti del 13 settembre

“Il 13 settembre 1943, verso le ore 15, improvvisamente, una compagnia di militari tedeschi, dopo aver piazzato cannoni e mitragliatrici nel centro di questa città, divisa in scaglioni, ordinò, fucili mitragliatori in pugno, che tutte le armi in possesso di un battaglione di avieri, di stanza a Matera, venissero immediatamente consegnate. Contemporaneamente i tedeschi presidiarono i punti più strategici della città allo scopo di impedire qualsiasi reazione popolare e per meglio riuscire nel loro intento.

Si seppe che nulla venne fatto dal comandante e dagli ufficiali degli avieri per evitare il disarmo e che questi, al contrario, pare avessero intimato ai loro dipendenti di obbedire all’ordine imposto dai nazisti. Si ebbe conoscenza anche che la sera del 12 settembre detto comandante e gli ufficiali degli avieri parteciparono a una bicchierata loro offerta dagli ufficiali tedeschi e che in quella occasione promisero di far causa comune contro i nazisti.

L’allora comandante di presidio, maggiore cc.rr. (carabinieri reali n.d.a.) D’Amato Angelo, venuto a conoscenza dei cordiali rapporti che intercorrevano fra i predetti ufficiali italiani e tedeschi, alcuni giorni precedenti al disarmo, diffidò nei locali della R. Prefettura i più scalmanati a tenersi a sua disposizione e a non obbedire agli ordini dei loro superiori, provvedendo a far accompagnare nella caserma dei cc.rr. alcuni avieri e un sottotenente (secondo altra versione il comandante dei carabinieri si schierò apertamente con i nazisti, n.d.a.).

La collusione degli alti ufficiali

Contemporaneamente lo stesso nell’Ufficio del V. Prefetto, comm. Moscato, presente quest’ultimo e lo scrivente, per telefono rese edotto dell’accaduto il comando di Corpo d’Armata di Bari, al quale chiese pure con insistenza rinforzi per poter fronteggiare una eventuale occupazione militare da parte dei tedeschi, gli venne risposto che nessun rinforzo poteva essere inviato e che pertanto si regolasse come meglio riteneva opportuno. Al momento del disarmo, di conseguenza, per mancanza di forza sufficiente l’Autorità militare non poté reagire, anche perché il ten. colonnello, comandante del battaglione degli avieri, come sopra è detto, aveva fatto causa comune con i tedeschi.

L’atteggiamento e il contegno mantenuto in quella occasione dal comandante del presidio venne molto apprezzato, in quanto valse a evitare inutile spargimento di sangue e forse la distruzione della città. Infatti i tedeschi, più organizzati e superiori per numero e mezzi alla sparuta guarnigione a disposizione del presidio, avrebbero facilmente travolto ogni eventuale resistenza, e avrebbero potuto, in seguito, esercitare azioni di rappresaglia in danno della popolazione.

“Dopo il disarmo, tutti gli avieri, per ordine dei loro ufficiali, si sciolsero e il comandante del presidio ordinò lo stato di emergenza, mentre la popolazione clandestinamente si preparava alla lotta, che culminò il 21 settembre, con la cacciata dei tedeschi da questo capoluogo”.

La testimonianza del falegname

Vincenzo Bruno è uomo del popolo, fa il falegname. Il 16 gennaio 1945 si presenta a testimoniare spontaneamente alla Commissione per i crimini di guerra.
“Ho chiesto di mia volontà essere inteso dalla Commissione per riferire quanto appresso.

Il comandante ci parcheggia in caserma

“Il pomeriggio del 21 settembre 1943, quando già era corsa la notizia di un imminente arrivo delle truppe Alleate, e quando già echeggiavano nel paese colpi di arma da fuoco, io e un’altra decina di animosi facemmo capo alla locale caserma dei carabinieri per sollecitare la consegna delle armi, al fine di fronteggiare eventuali azioni di molestia da parte delle truppe tedesche in ritirata. Il portone della caserma era chiuso e, dopo che si fu a lungo bussato, proprio il comandante del gruppo venne ad aprirci e a chiederci cosa volessimo. Gli fu detto che volevamo le armi per lo scopo predetto: ma egli obiettò che non sapeva chi fossimo e non si fidava quindi della consegna delle armi. Aggiunse che, qualora volessimo collaborare con i carabinieri, potevamo restare nei locali della caserma. Alcuni di noi, me compreso, accettarono, altri si allontanarono.

Un’inutile permanenza in caserma

“Durante la nostra permanenza in caserma si erano infittiti i colpi di arma da fuoco, e allora lo stesso maggiore ci disse che era pericoloso restare a pianterreno e ci fece rifugiare, assieme a cinque o sei carabinieri, negli scantinati della caserma stessa. Separandosi da noi, il maggiore disse che ci avrebbe dato presto disposizioni e, per calmare le nostre impazienze, aggiunse che l’indomani egli avrebbe reso nota dell’opera da lui svolta. Sta di fatto che egli non venne più a trovarci e noi non abbiamo mai saputo che cosa in effetti egli abbia fatto. All’imbrunire ci convincemmo che era inutile la nostra permanenza in caserma e ci allontanammo”.

Il racconto dell’abate

Una delle ricostruzioni più puntuali di quegli avvenimenti, approvata all’unanimità dal Consiglio comunale, la fece l’abate Marcello Morelli.
“I tedeschi qui stanziati da padroni, dopo un momentaneo smarrimento, iniziarono una serie di ruberie sia nelle botteghe e nei negozi, come nelle campagne e nelle masserie. Automobili, gomme, orologi da polso, gioielli; e poi scarpe, borse di pelle, capi di bestiame… tutto divenne bottino per i biondi giovanottoni scorazzanti sulle loro motociclette.

Quegli omicidi in campagna

“In sospetto di spionaggio, uccisero pei campi inermi contadini e pastori. Nei locali delle scuole medie in piazza Vittorio Veneto si era da più mesi acquartierato un battaglione, allievi avieri con una trentina di ufficiali. Il 14 settembre i tedeschi li disarmano e, a umiliante dispregio, li obbligano a deporre in fila indiana i loro fucili sui camion fermi in piazza, mentre una macchina da presa scatta, a documentare la nostra sconfitta.

I fucili vennero bruciati nel campo sportivo e gli avieri si dispersero pei vicoli dei ‘Sassi’. Ne nascosi otto in Parrocchia e per vari giorni li sostentai col pane accattato di porta in porta. Le mamme offrivano pane e companatico e piangevano: ‘Così altre mamme sfameranno i nostri figli’.

Intanto i tedeschi continuavano a razziare, a minare ponti, a incendiare vagoni ferroviari; il rogo di una littorina, posta all’imboccatura della galleria prossima alla stazione, divampò sinistro tutta una notte. Il popolo, spesso obbligato a tapparsi in casa, fremeva e borbottava sia contro i predoni sia contro le nostre forze, che parevano in combutta col comando nemico.

L’esplosione della caserma

“Alle 19,05 del 21 settembre la città fu scossa da un cupo boato. Era saltata in aria la caserma dei carabinieri dell’ex Milizia, dove s’era insediato il comando tedesco. I nazisti l’avevano fatta esplodere con dentro tutti i prigionieri, perlomeno 13.

Da più giorni vi erano stati avviati e trattenuti, come ostaggi, civili e soldati: il 18, cinque militari in borghese del Genio telegrafisti, tutti della provincia di Lecce, provenienti da Torre del Greco; il 19, l’avv. Mario Greco, l’ufficiale giudiziario Edmondo Semeraro e due testimoni, giunti qui da Taranto, per una causa da discutere in tribunale.

La mattina del 21 i soldati Natale Farina, e Pietrantonio Tataianni tornavano a casa stanchi e polverosi. Adocchiati da una pattuglia tedesca, furono accompagnati in caserma. Poco dopo vi finiva il commerciante Francesco Farina, detto il Siciliano, padre di Natale, andatovi per riscattare a prezzo il figlio. Nel pomeriggio dello stesso 21 il sedicenne Vincenzo Luisi, sorpreso a gridare sulla via Lucana in vista della Caserma ‘Vengono gli americani!’, è acciuffato e rinchiuso. Niente pane, niente acqua per tutto il tempo della cattura. Chi ne chiese s’ebbe ceffoni.

Il tentativo del giudice

“La mattina del 20 il dott. Antonio Bronzini, giudice di questo tribunale e buon conoscitore del tedesco, per tentare di liberare gli ostaggi, va alla caserma. Alla richiesta di libertà, il capitano nazista risponde: ‘Ma se non ancora ha avuto luogo l’interrogatorio?’ Intanto è introdotto in una stanza dove un contadino ferito a una gamba si contorce dal dolore e basisce: ‘Acqua, acqua!’ Alla rimostranza del giudice il tedesco risponde. ‘L’acqua basta appena a noi, non possiamo darla ad altri’. Il ferito fu portato a braccia al lontano ospedale da due suoi compagni di sventura.

A sera, presente il Bronzini, ebbe luogo il primo interrogatorio. I prigionieri vengono incolpati di connivenza col nemico. Negano energicamente. Il capitano urla inviperito e insiste senza costrutto; li rimanda nella loro gabbia, terrorizzati. La mattina seguente il giudice è richiamato per assistere all’interrogatorio dei quattro lì capitati con l’avvocato Greco. Il capitano li incrimina di spionaggio. Gli infelici negano.

Egli impugna la rivoltella, la punta e urla: ‘Mentite!’ Le grida echeggiavano spaventose nella stanza. All’osservazione del Bronzini che, se fossero spie, non sarebbero venuti in quattro e comodamente seduti in macchina, il tedesco non ascolta ragioni e ordina che i quattro, depressi e inebetiti tornino alla loro stanza, che fra poco sarà la loro tomba.

Uno solo si salva in caserma

“Verso sera alcuni tedeschi irrompono nella stanza dove sono i destinati al sacrificio e gridano: ‘Materani tirare sui nostri’. Sbattono l’uscio e via. Gli ingabbiati odono tonfi sordi, come di oggetti pesanti messi dietro all’uscio e un po’ dovunque. Intuiscono: mine! Scoppiano in pianto, si abbracciano e si gettano a pregare: Santa Maria, madre di Dio…. D’un tratto un rombo, una fiammata… il crollo. Dei 12 catturati solo uno: il militare Giuseppe Calderaro di San Donato di Lecce, proiettato in un orticello attiguo, fu raccolto sull’alba orribilmente bruciacchiato, in coma. Nell’ospedale guarì e narrò. Prima di questo in città era scoppiata l’insurrezione.

Il conflitto a fuoco in via San Biagio

“In via San Biagio, nell’oreficeria di Giuseppe Coltella gestita dalla moglie Michelina Caione (il marito era soldato), due tedeschi erano intenti a scegliere anellini e orologi da polso da portare in ricordo alle loro donne. Sopraggiungono i due nostri militari Vassalli e Zaffaroni seguiti dal capitano Cozzella, tutti in servizio nella locale Sottozona: poco dopo giungono i finanzieri tenente Prospero Giangrasso e brigadiere Gabriele Gargano e tre agenti di P.S.

I due tedeschi, circondati da tanta forza che sentono nemica, assumono un atteggiamento minaccioso. Fu allora che il Vassalli e lo Zaffaroni estrassero le pistole e fecero fuoco. Uno dei rapitori cadde; l’altro da una pistola mitragliatrice fece partire due colpi, fortunatamente andati a vuoto, e fuggì. Cadde sulla via, raggiunto da una bomba a mano scagliatagli dietro. Fu calata la saracinesca del negozio con dentro il morto; l’altro venne trasportato da due militari e adagiato sul pianerottolo all’imbocco della via detta della ‘Scaricata’.

Un moto disorganizzato ma unanime

“Fu un moto spontaneo non premeditato, disorganizzato ma unanime, scaturito dal fierissimo sdegno lungamente represso di tutta la cittadinanza. A sentir dell’uccisione dei tedeschi, il tenente prof. Francesco Nitti raccolse e armò i suoi soldati, che appostati nei pressi degli uffici della Sottozona in via San Biagio, iniziarono il fuoco contro i tedeschi.

Altri, militari e civili, armati in gran parte dal Nitti, si diedero a sparare dal vico Umberto I, tra il palazzo delle Poste e l’edificio dell’Ina; prodigi di destrezza e di precisione fece l’ex bersagliere Nicola Di Cuia issato sul campaniletto di Mater Domini; nei pressi del pastificio Andrisani s’acquattò, sparando all’impazzata, Giulio Nicoletti, mentre altri facevano fuoco sulla via del Duomo.

L’assalto alla caserma della finanza

“Emanuele Manicone, esattore della società elettrica, un uomo semplice e pacifico, eccitato dalla sparatoria, adocchia un sottufficiale tedesco che si fa sbarbare nel salone Campanaro all’angolo di piazza Vittorio Veneto, gli è sopra e gli conficca nel fianco un coltello a serramanico (il ferito guarì in ospedale e fu consegnato ai canadesi); poi, agitando il coltello insanguinato e urlando, si lancia verso via Capelluti per dar l’allarme alla caserma dei finanzieri.

Ne escono ufficiali e soldati e col Manicone si appostano all’angolo di via Torraca. Colpiti da una pattuglia nemica, che mitraglia a ventaglio, il Manicone e il finanziere Vincenzo Rutigliano cadono e poco dopo muoiono. Intanto dalla caserma, divenuta un fortilizio, parte nutrita e fitta la sparatoria.

La risposta dei tedeschi

“I tedeschi rispondono e uccidono il farmacista dottor Benedenti, che resta penzoloni sul parapetto della sua finestra in via Toccara; un rivolo di sangue arrossa la parete e cola fino a terra. Più in là, presso il giardino pubblico, dove si sono appostati tedeschi con mitragliatrici, sparano agenti di P.S., menando strage. Nell’Officina Elettrica, intanto, si svolgeva un altro luttuoso episodio. Vi si erano rifugiati gli ingegneri Raoul Papin e Mirko Cairola con la signora, oltre ad altri ingegneri. Sopraggiungono tedeschi per minare il macchinario e lasciare al buio la città.

‘Via di qua!’, fanno ai nostri. Sulla strada colpiscono alle spalle la piccola comitiva: uccidono l’ingegnere Papin, Pasquale Zicarelli e Michele Arancione, figlio diciannovenne di Salvatore Arancione, impiegato della società, e feriscono gravemente l’ingegner Cairola e lo stesso Salvatore Arancione che muore all’ospedale. La signora Cairola si salvò buttandosi faccia a terra. A notte alta morti e feriti furono raccolti dall’ambulanza. Nell’atrio dell’ospedale confortai dell’olio Santo i moribondi, benedissi i morti e li baciai! Martiri.

La ritirata tedesca nella notte

“Annottava quando i tedeschi si ritiravano, traendo con sé morti e feriti, mitragliando a ventaglio case e finestre e colpendo (la freccia del Porto!) il buon maestro muratore Francesco Lo Perfido. Ma prima d’allontanarsi ci regalarono un ben nutrito bombardamento. Mirarono alla Cattedrale, all’ospedale civile, alle case del ‘Sasso barisano’, alla rinfusa, a casaccio.

Nell’atrio dell’ospedale caddero bombe, fracassando i vetri, schegge di bombe sfregiarono il bassorilievo di S. Teopistia sulla facciata del Duomo; una bomba attraversò il tetto della canonica di San Giovanni e restò inesplosa sul pavimento che dà sulla cappelletta della Pietà, e altre scoppiarono sul capo dei miei avieri appiattati con me in un rifugio della Parrocchia, uccidendo alcune bestie nel giardino Rotunno.

E all’alba arrivarono gli americani

“In sospetto del ritorno offensivo dei tedeschi, la notte nessuno dormì. Giovani e vecchi, contadini e artigiani, armati delle bombe a mano, fornite dal solerte tenente Nitti, di fucili da caccia e di forconi, con carri agricoli e masserie barricarono le vie d’accesso ai ‘Sassi’, pronti a ricominciare la lotta.
“Mentre il mattino del 22 la cittadinanza si riversava nei ‘Sassi’, giungeva una staffetta delle avanguardie del Reparto ‘Il gatto nero’ dell’VIII Armata britannica. Fu sollevata sulle braccia e portata a trionfo”.
La liberazione!…

Di von Shulemburg non si è saputo più niente. Ma tra le carte nascoste nell’Armadio ci sono varie lettere di magistrati e di commissioni d’inchiesta che sollecitano la testimonianza del sottotenente Nitti, l’ufficiale che non abdicò al proprio dovere.

Fonte: Franco Giustolisi, L’armadio della vergogna

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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