Rossano Cochis, un bandito d’altri tempi

La testimonianza di Rossano Cochis al processo 7 aprile

E’ morto ieri Rossano Cochis, amico e sodale di Renato Vallanzasca, bandito di lungo corso, carcerato per decenni. Come ha più volte sottolineato Vallanzasca, nulla avevano a che vedere con rivendicazioni sociali o politiche. Eppure Rossano Cochis si è trovato invischiato in due maxiprocessi per terrorismo, rosso e nero. Per aver incrociato nel suo percorso “criminale” veramente cattivi soggetti. Per le frequentazioni con Carlo Casirati e Carlo Fioroni lo hanno accusato di aver partecipato al sequestro Saronio ed è stato perciò imputato nel processo 7 aprile.

In realtà aveva rifiutato l’invito avendo ben valutato gli organizzatori. Gli incroci con la banda Concutelli (che costò l’arresto non solo a lui ma anche a Vallanzasca) lo mandano alla sbarra anche per Ordine Nuovo bis. Per poi finire in semilibertà in una comunità per tossicodipendenti in cui il responsabile, Cecco Bellosi, era stato uno dei capi della guerriglia rossa.
Le storie ce le raccontano, nell’ordine Antonella Beccara (“Pentiti di niente”), Nicola Rao (“Il piombo e la celtica”) e lo stesso Cecco Bellosi, sulla sua pagina facebook

Il sequestro Saronio

Ma c’è un altro personaggio della mala lombarda di cui Fioroni fa il nome: è Rossano Cochis (1), un “comune” che appartiene alla banda dei bergamaschi e che inizialmente – dice il politico – avrebbe dovuto partecipare al sequestro. Lo ha conosciuto nel luglio 1974 e, a detta questa volta di Casirati, è come lui nel pieno di un’evoluzione politica: va dunque “recuperato” ideologicamente, aggiunge. Ma poi non se ne fa più nulla: Cochis e Casirati litigano, il primo non si fida del secondo. Anzi ne ha una considerazione piuttosto bassa e così i loro contatti si interrompono: ognuno si mette a lavorare per proprio conto.(…)

Nella prosecuzione delle indagini gli inquirenti decidono di sentire Rossano Cochis. Del resto testimonianze a suo carico non mancano: Fioroni dichiara che, pur appartenendo alla criminalità comune, gli era stato indicato da Casirati come un soggetto da utilizzare a scopi politici, anche se poi non se ne sarebbe fatto più nulla. Inoltre si sarebbe incontrato di frequente sia prima che dopo il pagamento del riscatto con Gennaro Piardi, la cui posizione nel frattempo si aggrava: i suoi presunti complici lo indicano infatti come colui che ha ucciso materialmente Carlo Saronio.

Cochis ammette: ne abbiamo parlato

In un primo momento si decide di convocare Rossano Cochis come testimone e non come indiziato perché farebbe parte del gruppo dei bergamaschi che si chiama fuori dal sequestro: in questo caso diventerebbe un teste dell’accusa e potrebbe dare un contributo determinante nel lavoro di ricostruzione dell’intero organigramma della banda. Alla peggio aiuterà a comprendere le reali ragioni che hanno spinto Fioroni a sequestrare l’amico e compagno Saronio.

Se intercettare Cochis non è affare semplice per gli investigatori, ecco che arriva un colpo di fortuna: viene fermato per gioco d’azzardo e intanto meglio fargli qualche domanda in più prima che scompaia di nuovo. Così Cochis ammette di conoscere Casirati e di aver discusso con lui di Saronio e del suo rapimento, un “grosso affare” avrebbe aggiunto il malavitoso di origine bergamasca, ma di non poter aggiungere altro: nutriva scarsa stima per Casirati e così gli ha dato retta fino a un certo punto finendo per declinare l’offerta. (…)

Per Cochis scatta l’arresto

Se la proposta di collaborare al “grosso affare” viene fatta a Cochis la sera stessa del sequestro, il malavitoso sfodera un alibi per dimostrare che non vi ha preso parte: aveva un appuntamento per cena con una ragazza sarda, una certa “Giusy” (ma di lei – assicura – non sa nient’altro), quando viene improvvisamente colto da un mal di denti bestiale e inizia a girare per Milano alla ricerca di un dentista che lo curi oltre il normale orario.

Alla fine riesce a trovarlo, uno studio che rimane aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, in una traversa di via Torino, via dell’Unione, in pieno centro. Ma Cochis non schiva l’arresto: di fronte a una serie di domande sui suoi rapporti con Piardi e con Fioroni, si ostina a non rispondere anche dopo aver incontrato il suo difensore di fiducia, Santo Giuffrida.
Per gli investigatori, di fronte alla situazione di stallo che si è venuta a creare, il primo accertamento da compiere è a carico della fantomatica “Giusy” e in seconda battuta occorre arrivare all’abitazione di Cochis.

In tre giorni giungono i primi risultati: la ragazza in realtà si chiama Anna Mazzau e non è un’estranea, ma è la compagna del bandito ormai da alcuni mesi, tanto che i due vivono insieme. Lei però nega malgrado le perquisizioni portino alla luce parecchi oggetti suoi a casa di Cochis.

A suo carico vengono poi rinvenute alcune agende: su di esse la giovane ha scritto del suo legame sentimentale con il bandito bergamasco. Falsa testimonianza, l’accusa che viene formulata a suo carico e arresto immediato. Ma mettere insieme ulteriori elementi che leghino la coppia al sequestro Saronio è difficile, tanto che, da successivi controlli, emerge che il denaro prestato da Cochis a Piardi aveva una fonte diversa, non legata al rapimento, e in parte arrivava dalla madre dell’uomo che lo raggiunge in Sardegna e gli allunga un altro po’ di contanti.

Difendeva solo la sua ragazza

Del fatto ne viene a sapere Cochis che, pur non modificando le dichiarazioni in precedenza rese agli investigatori, ammette di aver voluto nascondere l’identità della ragazza. Per proteggerla, dice lui. Per far sparire prove e denaro, sostengono gli investigatori, incuriositi dalle disponibilità economiche superiori alla norma dell’uomo. E tanto basta per modificare i capi di imputazione che diventano concorso in sequestro di persona e in omicidio. Ma Cochis non attende che il cappio giudiziario si stringa intorno a lui: poco tempo dopo evade e si dà alla macchia cementando negli investigatori la convinzione che sia coinvolto.

  1. Rossano Cochis è un nome noto della mala milanese: è stato infatti uno
    stretto collaboratore del bandito Renato Vallanzasca, soprannominato il bel René, e negli anni Settanta faceva parte della sua banda, quella della Comasina. In carcere ha trascorso 27 anni prima che gli fosse concessa la semilibertà per lavorare in una comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Ai tempi d’oro della sua attività criminale, era soprannominato “Mandingo” ed è diventato il protagonista di un documentario uscito nel 2005, Nanun, scritto e girato da Fabrizia Mutti, in cui l’ex-criminale rievoca atmosfere e suggestioni della vecchia malavita meneghina.

La banda Concutelli

L’attentato a Vigna viene scoperto dalla polizia romana l’11 febbraio. Alle 12, in via XX Settembre gli agenti fermano una Porsche. I tre occupanti sono armati e tentano di reagire, ma vengono bloccati. Sono il neoacquisto dei Gao, Paolo Bianchi, e i milanesi Rossano Cochis (evaso poco prima dal carcere di La Spezia) e Gianni Ferorelli. Questi è uno dei ras di San Babila, ultimamente legato alla banda di Renato Vallanzasca, a sua volta superricercato per il rapimento di Emanuela Trapani e per alcuni omicidi.
Bianchi sbraca subito. Racconta del tentativo di uccidere Vigna e soprattutto indica il nascondiglio del «comandante». Lo rilasciano per «coprirlo». Ma a quel punto sia «Lillo» che il boss della Comasina, che si è trasferito con la sua banda a Roma, hanno le ore contate.

Il ruolo di Paolo Bianchi

A mettere in contatto i due gruppi era stato qualche giorno prima proprio Bianchi, attraverso il chiacchierato avvocato nero Giorgio Arcangeli, nel cui studio lavorava la fidanzata di Bianchi.
Essendo venuto a conoscenza che egli, Bianchi, era in contatto con il latitante Pierluigi Concutelli, l’avvocato gli aveva chiesto se, per il suo tramite, vi fosse la possibilità di combinare un incontro.

I motivi di tale richiesta erano sostanzialmente due. Quello di farsi rilasciare da Concutelli «una sorta di attestato di benemerenza» sollecitatogli da Delle Chiaie. Voleva così placare il risentimento degli ordinovisti all’estero scaturito dal suo sconsiderato atteggiamento di ostilità nei confronti di Concutelli, che si sarebbe spinto al punto di non volerlo aiutare né incontrare. E quella sua legittimazione ad entrare nel Movimento Politico di On che, per la sua elevata qualifica, Concutelli avrebbe potuto conferirgli.

I mediatori: Arcangeli e Ferorelli

Forse proprio per accreditarsi […] si era reso promotore di una iniziativa intesa a «dimostrare la propria efficienza»: quella di stabilire un contatto con la più agguerrita banda operante in Lombardia, la banda Vallanzasca, bisognosa in quel periodo di trasferirsi con urgenza a Roma da Milano, divenuta ormai terra bruciata. Il primo esponente di detta banda, da lui contattato, Giovanni Ferorelli, gli era stato presentato nel suo studio dall’avvocato Arcangeli. Proprio Ferorelli gli aveva accennato alla possibilità di una collaborazione. La banda milanese aveva l’esigenza di reperire armi ed appartamenti, nella prospettiva di un trasferimento nella Capitale.

Gli arresti dei due capi

Inizia così una serie di incontri, per iniziativa soprattutto di Bianchi (portavoce del gruppo dei «politici» romani) e Ferorelli. Quest’ultimo rappresentala banda Vallanzasca ma è forte della sua immagine di ex militante di peso della piazza milanese. Mentre questi contatti si intensificano, arriva l’arresto degli sherpa e l’operazione salta.

Intanto Vallanzasca, ferito a un gluteo dopo una violenta sparatoria a Milano in cui sono morti due agenti di polizia, ha fatto in tempo a rifugiarsi a Roma. In un appartamento trovato dagli ordinovisti, in via Volusia. Ha «pagato» il favore con alcuni milioni ottenuti dal rapimento di Emanuela Trapani, I «soldati politici» consegnano diligentemente i soldi a «Lillo» nel covo di via dei Foraggi. La polizia decide di arrestare Concutelli poche ore dopo la «soffiata» di Bianchi.

Il ricordo di Bellosi

Oggi pomeriggio è morto a Vieste Rossano Cochis. Rossano è stato un grande bandito senza tempo. Incarcerato ingiustamente (in seguito sarebbe stato prosciolto dall’accusa per cui era finito in prigione) era evaso dal carcere di La Spezia, unendosi e diventando uno dei principali protagonisti della banda Vallanzasca. Dopo Pinella, se ne va un pezzo di storia della Milano degli anni Settanta: Rossano era benvoluto e amato dagli amici, temuto e stimato dai nemici come un uomo coraggioso e leale. Autentico, anche nella sua ingenuità. L’ho conosciuto in carcere, a Rebibbia: per uno strano scherzo dei pentiti, era capitato nel processo 7 Aprile. Abbiamo condiviso due anni di cella, anche con Draga, riuscendo persino in certi momenti a divertirci nonostante il regime duro dell’articolo 90 nella sezione di massima sicurezza. Dopo un mese di sciopero della fame contro quelle condizioni di detenzione (uno dei pochi risultati ottenuti dalle lotte in carcere), si era passati a un regime meno restrittivo. Dovevo essere ricoverato all’ospedale San Camillo per lo stato di denutrizione, ma il medico del carcere nicchiava: Rossano lo aveva inseguito per tutta la sezione, finché le guardie erano riuscite a metterlo in salvo. Sarà un caso, ma la stessa sera ero al San Camillo. La nostra era diventata una vera amicizia, fatta ancora di alcuni passaggi in cella comuni e del reincontro fuori. Rossano è venuto a lavorare al Gabbiano, prima in semilibertà e poi in liberazione condizionale, rimanendo quasi quindici anni, fino alla pensione. L’ho visto e abbracciato, l’ultima volta, due settimane fa al funerale di mio fratello Paolo, perché Rossano era molto legato a tutta la mia famiglia e voleva bene a mio fratello. Ciao, vecchio Ros, cuore generoso e animo gentile dalla risata sonora e dal sorriso triste.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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