18 maggio 1895: nasce Sandino, un genio rivoluzionario

Augusto César Sandino nasce il 18 maggio 1995, figlio illegittimo di un politico liberale in un villaggio del Nicaragua occidentale e di una sua serva india. Visse i primi anni con la madre, con poco denaro e sempre in grande difficoltà (passò un periodo in prigione per i debiti della donna). A 9 anni Sandino tornò a vivere con il padre e ricevette un’istruzione.

Il leader rivoluzionario, sfuggito per sei anni all’esercito del Nicaragua e ai marines americani, sarà assassinato a tradimento il 21 febbraio del 1934, nonostante la firma di un accordo di pace con il governo. Nei decenni successivi, Sandino divenne uno dei modelli più importanti per i rivoluzionari dell’America Latina. Da lui prese il nome il movimento guerrigliero che, dopo 20 anni di guerriglia, rovesciò il regime della famiglia Somoza. Erano i discendenti del dittatore che, quasi mezzo secolo prima, ne aveva ordinato l’assassinio.

All’epoca il paese era diviso tra i liberali (anticlericali e democratici) e i conservatori (religiosi e autoritari). Il padre di Sandino era liberale e spesso litigava con i notabili più conservatori del paese. Nel 1921 Sandino fu costretto a fuggire in Messico dopo aver tentato di uccidere il figlio di un conservatore che aveva fatto insinuazioni sulla madre. Quando tornò in Nicaragua, nel 1927, la rivalità tra conservatori e liberali si era trasformata in guerra civile.

Il ruolo degli americani

In gran parte dei paesi dell’America centrale governi liberali e conservatori si alternavano dopo elezioni più o meno fraudolente, erano abbattuti da movimenti di guerriglia. A lora volta i golpe liquidavano i nuovi regimi. In questo caos a volte intervenivano gli Stati Uniti, per proteggere gli interessi delle grandi compagnie petrolifere, minerarie o della frutta. Spesso dopo poco si ritiravano i soldati per problemi di budget federale.

Quando Sandino ritornò, un gruppo di liberali aveva organizzato una rivolta nel Nicaragua orientale, sulla costa caraibica, contro il governo conservatore filoamericano. Sandino creò rapidamente una milizia, in gran parte contadini e braccianti armati di machete e forconi, e raggiunse l’esercito di Moncada.

Una carriera lampo

Sandino era uno sconosciuto e quindi non gli concessero incarichi. Seppe però distinguersi sottraendo fucili ai soldati governativi. Grazie al suo carisma la banda si ingrandì grazie anche al canale di rifornimenti attivato con i suoi “amici” messicani. Alla fine gli affidarono un incarico nell’esercito ribelle. Pochi mesi dopo però, liberali e conservatori negoziarono un armistizio sponsorizzato dagli Stati Uniti. Il presidente Diaz accettò di indire elezioni alla fine del suo mandato, nel 1928. A garantire la correttezza del voto militari americani inviati nel paese. Nel nuovo esercito, la Guardia Nazionale, sarebbero entrati i soldati delle due fazioni.

Sandino non accettò l’accordo. Accusò i liberali di essere dei venditori della patria e che avrebbe combattuto sino a che il paese non fosse completamente libero dalle influenze straniere. Con la sua banda si rifugiò nella giungla e ricominciò la guerriglia.

La fabbricazione del mito

Tra il 1927 e il 1934 si formò il mito del Generalissimo Augusto César Sandino, come cominciò a farsi chiamare. Sandino fu abilissimo non soltanto a sfuggire alle truppe del governo e ai marines ma anche a trasformarsi in un mito popolare. Sandino aveva un ufficio stampa in Messico, dove era stato in esilio. Il regime che aveva appena vinto la rivoluzione gli rimase sempre amico. Lui stesso concesse diverse interviste, tra cui una ad un giornale americano, The Nation. Sandino conosceva bene l’importanza delle immagini e si fece fotografare spesso. Fu uno dei primi leader rivoluzionari a capire l’importanza di creare una simbologia che lo identificasse inequivocabilmente. Nel suo caso, un grande cappello da cowboy e alti stivali di cuoio.

La liberazione degli indios

Sandino proclamò una crociata per la liberazione degli indios di tutto il continente a cui unì una vaga ideologia marxista. Così per qualche tempo si garantì anche l’appoggio del Comintern. In realtà, Sandino non era comunista. Sosteneva una bizzarra teoria conosciuta in Messico, la “Scuola magnetico spirituale della comunità universale”.

I comunicati diffusi erano esagerati per motivi di propaganda. Al suo comando non aveva mai meno di 3 mila uomini. In ogni scontro i suoi guerriglieri, debolmente armati, finivano con l’uccidere decine di marines e guardie nazionali, subendo sempre poche perdite. In realtà erano solo qualche centinaio di miliziani, spesso con buone armi (americane, comprate grazie al denaro dei finanziatori messicani). Non giunsero mai a rappresentare un vero pericolo per l’esercito governativo o per i marines. Quando il liberale Moncada vinse le elezioni del 1928, Sandino perse la possibilità di proclamarsi un movimento costituzionale. Allora trasformò la sua lotta in uno scontro con gli Stati Uniti.

La guerra sporca e la tregua

Nei suoi sei anni di guerriglia Sandino si limitò ad attaccare piantagioni, miniere e stabilimenti, spesso di proprietà americane (così legittimando il prolungamento della permanenza dei marines). Fu una guerra sporca: abitanti dei villaggi furono costretti a rifornire i suoi miliziani, e ci furono uccisi o mutilati tra chi si rifiutava di aiutare i suoi ribelli. Una violenza che si alimentava a vicenda con le atrocità dalle truppe del governo, quando scoprivano qualcuno che aveva aiutato Sandino.

Nel 1933 salì al potere un altro liberale, Sacasa (il vicepresidente che con Moncada aveva iniziato la rivoluzione del 1927). A Washington, gli “isolazionisti” prevalsero. Di fronte al ritiro degli americani e alla vittoria dell’ennesimo candidato liberale, Sandino non aveva più motivi per combattere e accettò una tregua molto vantaggiosa con il governo. Ai suoi ribelli furono garantiti terreni e posti nella pubblica amministrazione.

L’omicidio

L’accordo, però, non piaceva alla Guardia Nazionale, l’esercito per sei anni “umiliato” da Sandino non riuscendo a catturarlo. Il generale Anastasio Somoza, comandante della Guardia Nazionale, nel 1934 ordinò l’omicidio. Il 21 febbraio del 1934, mentre usciva da un incontro con il presidente Sacasa, Sandino venne fermato dai militari. Si trovava in auto insieme al fratello, al padre e ad alcuni comandanti della sua milizia. I militari separarono Sandino dal padre e, insieme al fratello e agli due membri del movimento, li portarono in un vicolo poco distante e li fucilarono. Due anni dopo Somoza depose il presidente Sacasa e instaurò una dittatura familiare che durò per 40 anni.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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