Sante Notarnicola, un comunista che si fa bandito

La morte di Sante Notarnicola ha suscitato una straordinaria ondata di emozione collettiva. Tanti siti, blog, pagine facebook stanno diffondendo materiali, storie, testi, testimonianze. Una prima sintesi ce la offre il mio antico amico e mentore Oreste Scalzone (a cui va aggiunto qualche link…):

È UN TURBINE DI CORRENTI D’AMORE E RABBIA che si è messo in moto alla notizia della finale perdita di SANTE. Come un tam-tam che si chiama dai punti più diversi.
► Dico intanto . chi vuole, • vada sul blog di Sante ;
• vada sul quotidiano-webb “ZIC, Zero in condotta” che da Bologna per dieci giorni e più metterà in linea documenti, testi, video, audio, d’ogni tipo, di e su Sante ;
• vada su *** http://www.colibriedizioni.it/icolibri/santepoetabandito.pdf e su Cox18stream-noblogs.org (La nostalgia e la memoria, poesie – liberi dal silenzio)

Cose assolutamente da leggere

► Intanto, da ‘Gruppi-whatsapp’, via e-mail, mi arrivano link, testi, cose…
Oggi ne ho trovati tre, che mi va di segnalare, così come ieri la ‘cantata’ straordinaria, il contrappunto fra la voce di Sante e il suono di “Assalti Frontali” e oggi la lettura di GianMaria [il video all’inizio di questo post]. Li segnalo di seguito :

*** Una prefazione di Erri De Luca alla seconda edizione de ” L’Evasione impossibile “, Odradek ed., 2005 :|||| UN LIBRO INEVITABILE Questo libro esce nel 1972 a firma di Sante Notarnicola, autore, Gian Giacomo Feltrinelli, editore. In quell’anno uno esplose abbarbicato a un traliccio, l’altro era in prigione dal ’67 [… –>]
*** Una poesia di Vincenzo Morvillo : |||| SANTE IL SUO NOME
Non piangete, non è morto uno di voi. Non è morto uno dei vostri pallidi eroi. Uno di quelli con la divisa che mostra fiera la bella medaglia. Festosa del sangue dei cenci armati solo di vino e coraggio in bottiglia. [….–>]

Una lunga cerimonia degli addii

► Credo, crediamo, che ancora domani, e dopo, riceveremo, troveremo, ci imbatteremo in ‘cose’ straordinarie e ‘parlanti’, che segnaleremo, per il poco cui riusciremo a ‘tener dietro’.
► Per una volta, il proverbiale ‘paroliferante’ che vi scrive qui, tra necessità e scelta, dopo il primo urlo ha preferito ‘rimbalzare’ altre voci. Di stretto ”suo”, ha quantomeno due, tre ‘flash’ memoriali, tre ‘tessere’ del mosaico evolutivo da mettere sulla tavola in questa ‘cerimonia degli addìi’ che, ancora una volta e con una intensità che vibra, ci permetta di cominciare assieme il cammino della ‘travagliata’ elaborazione del lutto. Ché (ancora una volta diciamo) ”il nostro bisogno di consolazione è indissetabile”.

Qualche testimonianza sul Sante politico

Fin qui Oreste. Per quel che mi riguarda vi propongo invece tre brevi testi, estratti da libri da diversa, opposta natura, che però ci restituiscono il nodo essenziale della figura di Sante. Il suo essere cioè stato un comunista rivoluzionario che dentro un percorso di lotta si fa bandito ma resta comunque, pagando un prezzo altissimo, fedele alla sua scelta iniziale. Il primo è dal libro del 1975 di Soccorso rosso “Brigate rosse”, il secondo è di Giorgio Bocca “Noi terroristi” (direi a memoria 1985), il terzo di Aldo Cazzullo “I ragazzi che volevano fare la rivoluzione” .

Soccorso Rosso

Alla fine degli anni Cinquanta dall’Algeria e da Cuba arrivano notizie esaltanti: i rivoluzionari, combinando la lotta di liberazione nazionale a quella per il socialismo, danno duri colpi all’imperialismo. Il carattere eretico della rivoluzione cubana, così come l’atteggiamento debole ed incerto di molti partiti comunisti rispetto alla lotta del popolo algerino, mette in crisi molte coscienze di rivoluzionari.

Una testimonianza esemplare perché esplicativa di uno stato d’animo comune a non pochi militanti ce la dà Sante Notarnicola: “… ci ricordò come stessero crollando intorno a noi tante speranze, sogni, miti, come invece in lontani paesi, eroici combattenti tenessero alta la bandiera della guerriglia. In Italia invece la rivoluzione era rinviata, a Torino scioperavano in certi stabilimenti 100 operai su 10.000. Il SIDA imperversava nella sua opera di corruzione e di crumiraggio. Danilo […] pensava alla costituzione di una specie di GAP, con compiti molto vaghi, per i primi tempi; rimise anzi sul tappeto la questione delle armi: il primo obiettivo avrebbe dovuto essere quello di reperire armi, di rimetterle in efficienza, o di accumularne una certa quantità; fatto questo si sarebbe visto in che modo usarle.”

Avviene così che molti militanti del PCI, sfiduciati nella direzione politica, restano disorientati finendo col prendere delle autentiche sbandate. Si sa come è finita l’avventura di Sante Notarnicola, i cui limiti sono stati messi in luce dallo stesso interessato: “La nostra è stata una risposta ad una situazione di vita intollerabile per la dignità umana […] il responsabile di questa situazione e. il sistema borghese, è questo il nemico, il provocatore del crimine, la causa di ogni violenza e di ogni ingiustizia […]. Ciò nonostante abbiamo sbagliato perché non siamo riusciti a spiegare per tempo queste cose alla classe operaia, non siamo riusciti a trovare forze e capacità necessarie a creare nuclei di guerriglia organizzata che nei cupi anni Sessanta avrebbero potuto scuotere la classe operaia da una situazione di confusione ed inerzia. ”

Giorgio Bocca

Che la coperta comunista fosse ormai troppo stretta per coprire tutti, lo si era capito anni prima dall’episodio della banda Cavallero, un accostamento che sembrerà diffamatorio sia al Pci che alla sovversione armata, ma che è un chiaro segno premonitore: i giovani Cavallero e Notarnicola, dirigenti della Fgci torinese, delusi nelle aspettative rivoluzionarie, si mettono a fare i rapinatori confondendo delitto con politica. E «l’Unità», che non può scoperchiare la pentola del rivoluzionarismo giovanile, segue il processo con grande cautela e quasi commossa quando gli imputati dopo la sentenza intonano il Su fratelli, su compagni [in realtà era: Figli dell’officina]. Cavallero ha aperto una strada che sarà seguita da centinaia di giovani: la politicizzazione della malavita, la ideologizzazione delle rapine.

Aldo Cazzullo

Dal giugno ’71 «Lotta continua» dedica una rubrica a lettere e testimonianze dalle carceri. Scrive anche Sante Notarnicola, il luogotenente della banda Cavallero, comunisti diventati rapinatori e assassini, che hanno salutato la condanna all’ergastolo a pugno chiuso: «”Sono di fatto, e ne ho piena coscienza, un militante rivoluzionario… Sono certo della prossima vittoria del proletariato sulla borghesia. Alla classe operaia, al movimento rivoluzionario solamente spetterà… l’ultimo giudizio sulle mie azioni. A giudicarmi dovranno essere i metalmeccanici del mio ambiente della Barriera di Milano; i contadini calabresi, i pastori sardi, gli sfruttati di oggi, la classe rivoluzionaria.”.
Emerge nella campagna delle carceri l’anima anarchica di Lotta continua. Del resto la società parcellizzata, la metropoli liberata e autogestita di «Prendiamoci la città» non è più vicina al modello anarchico che alla rigida equazione comunista fra società e Stato?

Non a caso Giancarlo Pajetta tuona ai cancelli di Mirafiori: “Lotta continua indica Notarnicola come maestro di guerriglia; quindi se volete chiamare compagni i delinquenti comuni, non dovete più chiamare compagno me, che pur essendo stato in galera dodici anni non ho mai avuto nulla a che spartire con i delinquenti.”

Finiamo con Sante stesso, dall’Evasione Impossibile

A Piazza Statuto

Fu il primo segno del risveglio. Nell’estate del 1962, per la prima volta la base rivoluzionaria scavalcò apertamente il partito, mandò affanculo i vecchi tromboni. La battaglia durò tre giorni e l’Unità ci chiamò teppisti allineandosi coi borghesi. Fu il crollo per molti compagni delle ultime illusioni di un ravvedimento rivoluzionario del Pci. Mi ricordo di Pajetta: era con noi, non sapeva cosa fare, il grande dirigente non era più davanti a un folla entusiasta, ma in mezzo a gente esasperata che gli stava mangiando il piedistallo eretto in tanti anni sul suo passato di combattente.

Quando gli arrivò una pietrata, allora si risvegliò mettendosi a sbraitare contro i padroni e gli sbirri, spingendoci all’attacco. Il suo passato di partigiano riemergeva dall’inconscio. Poi, a mente fredda, il giorno dopo, su l’Unità ci chiamò fascisti! Demmo tante botte in quei giorni e ne prendemmo. Alcuni compagni del gruppo come ‘Piero il tranviere’ erano addirittura arrivati con le pistole. Mi ricordo bene di Adriano in quei giorni, si batteva contro tre o quattro poliziotti per volta.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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5 comments on “Sante Notarnicola, un comunista che si fa bandito
  1. Gabriele Paradisi - Cittadino giornalista ha detto:

    O forse un bandito che si fa comunista? Rileggi le cronache di quel 25 settembre 1967… poi ne riparliamo

    • Ugo Maria Tassinari ha detto:

      No, Gabriele, tocca a te rileggerti la testimonianza che offre sulla sua presenza a piazza Statuto (luglio 1962) e sul ruolo di Giancarlo Pajetta, dirigente del Pci torinese. Notarnicola era un comunista che si è fatto bandito…

  2. Gabriele Paradisi - Cittadino giornalista ha detto:

    Io all’epoca avevo 8 anni ma non riesco a dimenticare l’immagine di Virgilio Odone, 53 anni, secondo autista di un autocarro delle Cartiere Dall’Orto, accasciato sul sedile, il braccio ancora appoggiato al finestrino aperto, quasi dormisse. Non riesco a dimenticare Francesco De Rosa, 35 anni, colpito mentre era a bordo della sua «600 multipla» in piazza Stuparich. Non posso dimenticare lo studente liceale diciassettenne Giorgio Grossi, colpito in piazzale Lotto che si spegnerà nella notte e lo stesso invalido, Roaldo Piva, che aveva consentito l’arresto di Rovoletto – complice di Notarnicola – ma che non reggerà l’emozione e morirà due giorni dopo di infarto. Credo sia più giusto ricordare prima di tutto il bandito anche se prima (e dopo) esso fu e sarà comunista… Mi dispiace… Certe gesta non possono dimenticarsi…

  3. Angelo ha detto:

    No Gabriele i morti che citi nn sono la causa della definizione di Sante,ma un effetto. La violenza che li uccide nn è contro di loro,ne è dovuta ad un singolo nitivo di Rapina!ma contro un intero Sistema. Quando sei spinto ai margini e reagiscono,poi inizia una spirale di violenza e se in questo caso la conclusione è il rapinare ciò è un effetto della violenza innescata dallo Stato Borghese. Quindi la causa è molto al di sopra di Sante ed è molto più grave. Sante nn scende a piazza statuto già anni prima perché ha come sogno rapinare e comprarsi l’auto di lusso, ma scende contro il sistema. Il povero camionista è morto sparato ma chi ha armatoblarma di Sante è più colpevole di Santo stesso

    • Gabriele Paradisi - Cittadino giornalista ha detto:

      Caro Angelo… non so quanti anni lei abbia e se ha figli o affetti analoghi. Provi a declinare questo suo pensiero in un’altra prospettiva – il suo è un pensiero vecchio come me, figlio come me degli anni settanta o giù di lì e frutto di una ideologia che io reputo oggi più che mai aberrante – e s’immagini che quel “povero camionista” fosse qualcosa e qualcuno a lei caro ed insostituibile (un padre? Un figlio?). Poi ripensi alle parole che ha scritto e a chi materialmente freddò quel camionista innocente e gli altri de me citati – tra cui un ragazzo di 17 anni. Ripensi a quella persona, Sante, che oggi – per aver lasciato questa valle di lacrime come d’altronde faremo prima o poi tutti- viene presentato come una sorta di eroe per le sue gesta. Quali? Ha intonato i “Figli dell’officina” durante il processo? Ha venduto birre al Mutenye di Bologna? Ha scritto poesie? Ha premuto grilletti e ucciso? Vere tutte quelle che ho detto. L’ha fatto per un avvenire migliore? O forse solo per soldi? Il “povero camionista” possiamo considerarlo un proletario che però, al contrario di Sante, si sudava il salario e non andava armato a svaligiare banche, tramortire poveri diavoli e quando occorreva ucciderli. O quel “povero camionista” dobbiamo solo considerarlo un effetto collaterale indesiderato, una povera vittima del “Sistema” che lei ritiene più criminale del bandito e dell’assassino Sante? Si ponga queste domande e si dia una risposta.

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