17 marzo 1950: scontri con la celere, ucciso un pensionato a Torino. Ma non andò così …

Nel corso degli anni ’50 i fascisti camuffati, e non tanto, nel M.S.I. riprendono la ribalta con la compiacenza del Governo e delle forze dell’ordine.
“Lotta politica” organo del MSI apre una campagna di “intensificata propaganda in tutti i centri operai” intervenendo con le proprie bande in varie città italiane: a Torino, nei primi giorni di marzo, nel corso della notte attivisti del Msi aggrediscono, in via S.Francesco d’Assisi, alcuni passanti che li avevano rimproverati per le scritte nostalgiche che stavano facendo sui muri, i carabinieri intervenuti arrestano alcuni di quei passanti. A Como, a Treviso il partito di Almirante torna ad aprire sedi al suono di inni fascisti, tollerati dalla polizia che carica invece i cittadini che protestano contro la palese esaltazione del fascismo.
Fino che a Torino ci scappa il morto: il 17 marzo militanti di sinistra protestano contro il MSI per gli atti di intimidazione e i soprusi registrati in città nei giorni precedenti, la polizia carica i partecipanti alla manifestazione che si sta svolgendo pacificamente sotto la sede del Msi. In conseguenza delle cariche resta ucciso il pensionato Camillo Corino, 51 anni. Vengono tradotte i questura 39 persone, 27 delle quali finiscono agli arresti.

Quel terribile marzo 1950

Così il sito web dirittidistorti.it ricostruisce la storia di una delle vittime della violenza celerina nel marzo 1950, uno dei mesi più tragici del dopoguerra, con 2 operai della Breda di Porto Marghera uccisi il 14 marzo e 5 dimostranti uccisi tra il 21 e il 23 in una sequenza che sarà superata solo dalle epiche giornate del luglio 1960. Ma se andiamo a leggere la cronaca che il giorno dopo ci offre l’Unità, Paolo Spriano ci racconta tutt’altra storia. A cominciare dal titolo: Torino distrugge il “covo” dei fascisti, una bella spalla a tre colonne in prima pagina. A darci conto del rilievo dei fatti l’attacco del pezzo, che apre con il titolo dell’edizione straordinaria, diffuso nel pomeriggio del 17 e “andata a ruba”: “Torino ha spazzato via i fascisti dal covo del Msi”.

A innescare la mobilitazione antifascista un pestaggio alle 22 del 16 marzo con due antifascisti finiti in ospedale. E così la mattina del 17 sono le sirene delle fabbriche a chiamare gli operai alla riscossa. E’ “un’ondata inarrestabile”: “chi giungeva in bicicletta, chi a piedi, con la tuta unta d’olio”. Tutto il racconto è enfatico ed entusiasta. Gli operai arrivano dalle fabbriche, dalle “barriere”, i quartieri popolari della vecchia Torino. “Tra le nove e mezzo e le 10 la marea dilagò in centro”. Un doppio cordone di celerini protegge la federazione missina. Il senatore Leone rassicura i responsabili del servizio d’ordine pubblico: apriteci un varco, lasciate passare il corteo, vogliamo solo spazzare via i fascisti dalla sede.

La devastazione, gli attacchi della Celere

Al no del questore aumenta la “pressione popolare”. Sono rovesciate una jeep e un jeepone. Solo allora la polizia risponde con una gragnuola di lacrimogeni e raffiche in aria. L’obiettivo non è la celere ma i fascisti, rassicurano urlando gli operai in prima fila. Intanto però volano i sassi e i poliziotti ripiegano nel portone. A questo punto “giovani partigiani ardimentosi” scalano il palazzo ed entrano nel covo. Mentre si lanciano dal balcone labari, quadri, mobili, suppellettili e materiali di propaganda per dare loro fuoco, un’operaia sventola “la vittoriosa bandiera della 18a brigata Sap”. Parte un applauso immenso. C’è ancora il tempo per due veloci comizi, un operaio di Lingotto, un compagno socialista. Partono a questo punto, alle 10,30 i violentissimi caroselli del “battaglione mobile” che si concludono con una cinquantina di arresti.

A questo punto avviene l’episodio più doloroso. Un pensionato, ex carabiniere, di 58 anni, Camillo Corino, si accasciava esanime al suolo a piazza Castello. Più tardi il poveretto moriva per un attacco cardiaco.

Nonostante gli attacchi della celere continuino la folle enorme “tiene” ancora per un’ora e mezzo piazza Castello, dove si svolge un comizio in cui un dirigente annuncia che la lotta continuerà fino alla messa al bando del Msi. Alle 12 gli operai ritornano in fabbrica “cantando inni partigiani”.

La Stampa, tutta un’altra storia

La “Stampa” del 18 marzo dedica ai fatti di Torino lo stesso spazio: una spalla di prima pagina a tre colonne, ma si parla della riunione del consiglio dei ministri dedicato alla “violenza politica”. Pagina 2 è tutta dedicata alla cronaca della giornata, con un’apertura a 7 colonne (le ultime due e il piede ospitano la pubblicità) sugli scontri e un taglio medio sulle reazioni politiche. La ricostruzione dei fatti è molto dettagliata. E si arriva così al “fattaccio”:

Tragico il caso di un industriale, il cinquantottenne Camillo Corino. Al rumore dei colpi era uscito dalla sua abitazione di via Po 4, raccomandando ai familiari di starsene tranquilli in casa. Appena giunto a piazza Castello veniva involontariamente coinvolto nella calca. I vicini hanno visto il Corino portarsi una mano al cuore, scivolare a terra: era morto per arresto cardiaco

La notizia non trova spazio neanche nel sommario, che parla di 30 contusi e 69 fermati.

PS per chi non conosce il centro di Torino: via Po 4 dista 100 metri da piazza Castello. Era uscito di casa e girato l’angolo per vedere che stava succedendo…

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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